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Micronesia briciole di paradiso in mezzo all’Oceano Pacifico

Di: Luigi Balzarini
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Micronesia

Isole in mezzo all’Oceano Pacifico

Il titolo del diario, “briciole di paradiso”, è preso in prestito da un articolo pubblicato su una rivista di nautica una decina d’anni fa. Rende perfettamente l’idea di bellezza idilliaca che queste isole suscitano nell’anima del visitatore: se mai c’è un angolo di paradiso in questo mondo, sta qui in mezzo all’Oceano Pacifico. Il diario descrive un viaggio meraviglioso in 4 isole del Pacifico Occidentale che fanno parte della Micronesia: Guam, Palau, Yap e Pohnpei.
I titoli del racconto sono in azzurro, come la luce negli occhi e nei sorrisi dei popoli che vivono qui. Azzurro è anche lo sfondo delle bandiere di tutti questi territori, e azzurro è il colore del cielo, del mare e delle lagune di questo scampolo di oceano.

Il viaggio

MicronesiaRaggiungere la Micronesia è lungo ma meno complicato di quanto si possa pensare. L’hub su cui programmare il viaggio è Guam, da dove partono i voli della United per tutte le isole micronesiane. Guam è facilmente raggiungibile da molti scali dell’Estremo Oriente: Manila, Seul, Hong Kong, Taipei, Tokio. Conteggiando i tempi di stop-over per gli scali, per raggiungere le isole della Micronesia ci vogliono circa 30 ore. Se la meta finale è solo Palau, si risparmia tempo perché ci si può arrivare direttamente senza passare da Guam.
I proseguimenti verso le isole della Micronesia sono realizzati con voli di collegamento della United. Sono quasi tutti voli notturni, a ore allucinanti tipo le 2 o le 3 di notte. Se vi capita una tratta diurna, per esempio una parte del mitico volo giornaliero UA 155 che parte ogni mattina da Guam e arriva a Honolulu saltarellando di isola in isola con scali a Chuuk, Pohnpei, Kosrae, Kwajalein e Majuro, scegliete assolutamente un posto di finestrino e tenete pronta la macchina fotografica o lo smartphone.

Lo spettacolo degli atolli che scorrono sotto di voi, la visione delle lagune durante l’avvicinamento alle isole, è sublime in giornate di buona visibilità e dovete assolutamente immortalarlo.
Un’informazione importante sulla rete e le comunicazioni: a Palau e in Micronesia non sono stati stipulati accordi di roaming tra gli operatori telefonici italiani e quelli locali, per cui è impossibile fare telefonate regolari col cellulare. Skype e Whatsapp invece funzionano. Si possono comprare delle schede prepagate da 10 dollari, che consentono circa 40 minuti di telefonata in Italia da Palau e 30 minuti dalla Micronesia.

Il Wi-Fi c’è dappertutto. Si può usare la connessione degli alberghi, che generalmente ha un segnale discreto nelle lobby ma insufficiente in camera. In alternativa, anche per internet ci sono delle schede prepagate che per 2 dollari consentono 1 ora di collegamento web. Ci sono degli internet points a 1 dollaro l’ora ma sono di una lentezza esasperante.
Il viaggio in Micronesia è stato pianificato personalmente da me e realizzato con il supporto della Pan Pacific Tours di Milano,

MICRONESIA

La parola “Micronesia” deriva dal greco (mikròs nésos) e vuol dire “isole piccole”. In totale sono 2141 schegge di terra, di cui solo 96 abitate, sparpagliate su quasi 20 milioni di kmq di acque, cioè il doppio dell’Europa. Ciò dà già l’idea delle distanze da percorrere.
Ne fanno parte gli arcipelaghi delle Marianne, le Caroline, le Marshall, Nauru, le Gilbert e le Sporadi Equatoriali. Politicamente alcuni territori sono stati indipendenti: Palau, Nauru, Kiribati, i Federated States of Micronesia, mentre altre isole sono controllate dagli USA come protettorato o con altre forme di giurisdizione territoriale.

GUAM – l’occhio di zio Tom sull’Estremo Oriente

Guam è la più meridionale delle isole Marianne e la più grande di tutta la Micronesia. Lunga 52 km e larga una decina, misura in totale 549 kmq (2 volte e mezzo l’isola d’Elba). Gli abitanti sono circa 180.000, di cui quasi la metà di etnia chamorro (risultato di incroci tra micronesiani, spagnoli e filippini). Per il resto sono americani (soprattutto militari) e immigrati da vari paesi asiatici. La capitale è Hagatna, secondo la grafia chamorro che si usa qui (Agaña in altre trascrizioni). Si parla inglese e chamorro, che somiglia un po’ allo spagnolo.
Guam è l’estremo avamposto militare americano in Estremo Oriente. Due grandi basi, una navale a Sud-ovest e l’imponente base aerea Andersen nel Nord, occupano quasi la metà dell’isola e sono ovviamente off-limits.

Hagatna e Tumon Bay

Tumon e la contigua municipalità Tamuning, affacciate sulla Tumon Bay, sono il cuore turistico di Guam e vorrebbero rappresentare la versione micronesiana di quello che Honolulu e Waikiki sono per la Hawaii. Diciamo che ci assomigliano, con le ovvie proporzioni.
Tra la spiaggia di Tumon Bay e il retrostante viale Marine Drive si erge una sfilza di casermoni di cemento a uso albergo che pullulano di giapponesi e coreani in vacanza. La spiaggia però è bella, anche meglio della hawaiana Waikiki Beach, con mare colore turchese e verde acquamarina e una laguna trasparente delimitata dalla barriera corallina. Nella laguna si può fare snorkeling, facendo la dovuta attenzione ai ragazzi di Guam che scorrazzano sugli acquascooter.
Marine Drive è un vialone a quattro corsie che si estende lungo tutta la baia proprio dietro ai mega-alberghi sulla spiaggia. Su Marine Drive si apre una infinita teoria di duty free shops, dove non manca nessuna delle grandi firme della moda e della gioielleria: Fendi, Gucci, Cartier, Bulgari, Vuitton e compagnia, ci sono proprio tutti. Vale la pena di visitare l’acquario Underwater World, realizzato secondo il classico tunnel di plexiglass trasparente dove squali e mante vi passano davanti agli occhi e sopra la testa.
In fondo a Tumon Bay c’è il Two lovers point, un promontorio di roccia dedicato a due giovani Romeo e Giulietta locali, la cui storia è raffigurata in alcuni murales.
La maggioranza di etnia chamorro vive a Hagatna e nel resto dell’isola, dove la gente è desiderosa mantenere la propria identità spagnoleggiante e cattolica. Così per le strade ti salutano con “buenos dias”, si può mangiare nelle taquerias e si va a messa nella bianca cattedrale “Dulce Nombre de Maria”.

Giro di Guam in auto

Avendo quasi un giorno intero di stop-over a Guam, ho noleggiato una macchina e fatto un giro dell’isola. Si guida a destra e le strade sono larghe come negli USA. Limite 25 miglia/ora, ma non importa, non c’è fretta e ci si ferma spesso per il paesaggio o per punti di interesse storico.
Poco dopo Hagatna si incontrano le spiagge di Agat e Asan, dove sbarcarono i marines per la riconquista dell’isola che era stata occupata dai giapponesi. La parte più bella è la costa sud, dove tra colline coperte di palme si aprono le incantevoli Cetti Bay e Pago Bay.
Sulla punta sud si incontrano i villaggi di Umatac e Merizo, dove tutto è chamorro, e poi sulla costa est Inarajan che è monumento nazionale. Qui si può fare il bagno in una bella piscina naturale perfettamente protetta dalle onde dell’oceano alte tre-quattro metri.
Pochi chilometri dopo Inarajan c’è la deviazione che porta alla grotta dove a guerra mondiale già finita si nascose per anni il sergente giapponese Yokoi.

La guerra senza fine del sergente Yokoi

Sud-ovest di Guam: lì c’è la buca dove rimase nascosto per 28 anni il sergente dell’esercito del Sol Levante Shoichi Yokoi. All’inizio erano in 3, scampati a un agguato dei marines. Due commilitoni di Yokoi morirono avvelenati da qualcosa che avevano mangiato. Yokoi invece riuscì a sopravvivere, nutrendosi di gechi, bacche e noci di cocco. Fu scoperto per caso da un cacciatore chamorro che notò una strana palizzata di bambù piazzata nel bel mezzo della foresta: era l’ingresso della grotta di Yokoi. Fu dura spiegare al sergente che la guerra era finita da decenni. Yokoi tornò in patria accolto come un eroe.

Gli fu concessa la “Medaglia della Grande Asia dell’Est”. Al suo arrivo dichiarò “ho vergogna di ritornare vivo”. Si sposò e diventò una popolare personalità della televisione, dove teneva corsi di sopravvivenza e un programma sulla necessità di condurre una vita austera.
La storia del sergente Yokoi è la più nota tra altre analoghe vicende, che hanno riguardato irriducibili soldati giapponesi nella Filippine e in Indonesia.
Durante la visita alla grotta, che si raggiunge con una cabinovia, fermatevi ad ammirare le cascate gemelle Talafofo Falls che si incontrano lungo il sentiero.

PALAU – dove finiscono gli arcobaleni

“Where the rainbows end”, dicono i palauani del loro paese. Gli arcobaleni finiscono qui, nei mille colori dei fiori e dei giardini, nel blu dei drop-off che si inabissano a strapiombo nelle profondità del mare, nelle incredibili tonalità di verde e azzurro delle meravigliose Rock Islands.
La repubblica di Palau, o Belau nella lingua locale, è uno stato indipendente dal 1994. Geograficamente, è la più occidentale delle isole Caroline. Si trova all’estremità occidentale della Micronesia, tra il mar delle Filippine e il Pacifico, poco a nord dell’equatore. E’ costituita da 343 tra isole, isolotti e atolli, per un totale di 458 kmq di cui quasi 400 appartengono all’isola Babeldaob (o Babelthuap in palauano), che è la seconda in ordine di grandezza della Micronesia dopo Guam.
Dal 2005 la capitale è Melekeok, poco più di un villaggio al centro di Babeldaob, ma la città più importante rimane l’ex-capitale Koror sull’omonima isola. Gli abitanti sono circa 25.000, per il 70% palauani. Il resto asiatici (giapponesi, cinesi e filippini) e circa l’1.5% di bianchì. Le lingue ufficiali sono l’inglese e il palauano, la valuta è il dollaro USA.
A Palau ho alloggiato all’ottimo hotel Landmark Marina, affacciato su una piccola baia in fondo a Koror, proprio a lato del Belau Aquarium. Personale gentilissimo, camere pulite, wi-fi nella lobby. Con una passeggiata di 10 minuti si raggiunge il centro di Koror per lo shopping e i ristoranti.

Rock Islands

Rock IslandsLe Rock Islands sono la meraviglia di Palau. Guardate le foto allegate al diario, la maggior parte delle quali sono state scattate durante il giro con l’aereo. Sono circa 300 isolotti rocciosi tondeggianti, scavati alla base dall’erosione dell’acqua e coperti da una vegetazione fittissima. Si estendono nel sud di Palau, tra le isole di Koror e Peleliu, per una trentina di km.

Hanno forme di cono, di fiore, di fungo, di drago, di serpente. La base calcarea, erosa dal moto ondoso e dalle maree, forma una specie di appoggio per lo sperone di roccia soprastante. Sono completamente ricoperte di vegetazione tropicale: felci, liane, pandani, frangipani, alberi da fusto, persino orchidee e piante carnivore, che lottano tra di loro per accaparrarsi qualche centimetro di spazio nelle spaccature della roccia, dove far attecchire le radici.
Il mare attorno alle Rock Island è di un colore verde e turchese impressionanti, tanto intensi da sembrare irreali. In altri punti la sabbia bianca del fondale ha trasformato il mare in uno specchio di cristallo, in altri si aprono improvvisi strapiombi nel blu.
Un gruppo delle Rock Islands nel sudest, chiamato Seventy Islands, è stato dichiarato riserva naturale protetta e l’area è stata resa inaccessibile alle visite. In questo modo hanno creato una zona di tutela e ripopolamento delle specie acquatiche e sottomarine, in particolare per le tartarughe, i dugonghi, i bellissimi mandarin fish che sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore e i lionfish elegantissimi e dagli aculei micidiali. In questo punto si trovano sul fondale delle tridacne giganti di parecchi quintali.
Cercate di vedere le Rock Islands sia dal basso con una gita in barca, che dall’alto con l’aereo o l’elicottero.
Per il giro in barca ho scelto l’ottima agenzia giapponese Impac Tours, www.palau-impac.com, contatto Isaya Sugawara. Per inciso, i giapponesi sono meticolosissimi nella cura di ogni dettaglio organizzativo. Full day alle Rock Islands, pranzo e attrezzatura per snorkeling inclusa, sosta al Jellyfish Lake (vedi dopo), tre punti di snorkeling dove sembra di nuotare in un acquario (Paradise Island, Fantasy Island e Ngermeaus), bagno alla Milky Way, per 90 USD.

Con un supplemento di 10 dollari fate un bel giro in kayak tra le rocce affioranti.
L’accesso alle Rock Islands è regolamentato. Per la visita l’ente palauano dei beni naturali richiede il pagamento di una tassa di 50 dollari. Se il tour include la visita del Jellyfish Lake, è necessario un ulteriore permesso di 50 dollari. Le tasse d’accesso vengono riscosse dal tour operator alla conferma della prenotazione.
Il volo aereo di 30 minuti (sono più che sufficienti) con un Cessna della Smile Air, www.smile-air.com, è costato 180 dollari. Lo spettacolo che si ammira ripaga ampiamente del costo non indifferente. I voli sono a ogni ora, scegliete quello delle 8.30 o delle 9.30 di mattina. L’aereo vola a circa 200 km/h e a un’altezza di 300-500 metri. Ho detto che volevo scattare delle foto e molto semplicemente …hanno tolto il portellone alla mia destra, mi hanno imbragato con 3 cinghie, più un aggancio per la macchina fotografica, e ho fatto il giro così, con il lato passeggero completamente aperto, sporgendomi fuori ogni tanto per le fotografie.

Dall’alto lo spettacolo delle Rock Islands è davvero sublime, ma controllate il meteo prima di partire: è necessario che ci sia il sole. In una giornata di cielo coperto il sorvolo delle isole perde molto del suo fascino. Se piove, è la compagnia stessa a cancellare i voli.

Jellyfish Lake

Il Jellyfish Lake, o Ongeim’l Tketau in palauano, è uno specchio di acqua mista dolce-salata che si trova nell’interno dell’isola di Macharchar, una delle più grandi delle Rock Islands. Nel lago vivono milioni di bellissime meduse non urticanti, delle specie Aurelia e Mastigia, grandi fino a 20 cm di diametro. Ci si fa il bagno assieme: superato un primo momento di preoccupazione le potete persino prendere in mano e farvele scivolare lungo il corpo.

La battaglia di Peleliu

Pochi tra i viaggiatori che vengono a Palau si recano sull’isola di Peleliu, nella parte Sud delle Rock Islands.
Vale invece la pena di venire qui per rendersi conto di persona di quale terribile battaglia si sia svolta su questa isola tra settembre e novembre del 1944. I giapponesi avevano fatto di Peleliu un centro logistico per il controllo di tutta l’area del Pacifico centrale e meridionale e dell’accesso alle Filippine. Avevano costruito un aeroporto e dislocato sull’isola e sulla vicina Angàur una guarnigione di 15.000 uomini. La riconquista di Peleliu apparve subito agli americani come un fattore determinante per la continuazione delle operazioni.
La battaglia durò due mesi e mezzo, invece dei 4 giorni preventivati dal generale americano William Rupertus. In totale morirono circa 13.000 soldati, di cui 11.800 nipponici e 1.200 marines. Il generale Kunio Nakàgawa, quando si rese conto della imminente sconfitta, fece harakiri. La grotta dove è sepolto è oggetto di venerazione da parte dei turisti giapponesi che vengono qui.
Di questa battaglia si parla poco, chissà perché, ma le testimonianze storiche documentano che fu molto più cruenta di quelle di Guam e Tarawa. L’isola è disseminata di carcasse di carri armati e macchine belliche arrugginite. Il notevole museo di Peleliu, allestito in una casamatta bombardata dagli americani, contiene reperti, foto e percorsi storici che documentano quella che fu una tappa fondamentale per la riconquista del Sud Pacifico.

Interessantissima una cartina geografica che mostra il massimo areale di espansione nipponica nel pacifico, e evidenzia con colori diversi le vittorie americane e quelle giapponesi.
La guida Azusa, una giapponesina carina con vocina da bambina, era visibilmente commossa durante la narrazione. Si è commossa ancora di più quando mi ha visto prima pregare sulle tombe dei soldati americani, poi mettere bastoncini di incenso, gentilmente prestatimi dai visitatori giapponesi, sulle tombe dei soldati nipponici. Per la cronaca, io ero l’unico non giapponese del gruppo.
L’escursione a Peleliu è stata organizzata da Belautour, che ha uffici nel Palau Royal Resort e nel Palau Pacific Resort.

I fondali di Palau

Pur non essendo io un diver, quando l’argomento è Palau è impossibile non dire qualcosa sulle attività subacquee, che sono la ragione principale che spinge la gran parte dei visitatori a venire fino a qui.
A Palau si individuano due grandi lagune: la Northern Lagoon (dalla punta nord di Babeldaob fino all’atollo di Kayangel, 400 kmq) e la Southern Lagoon (da Koror verso Peleliu e Angaur, 650 kmq).
La varietà, la concentrazione e la biodiversità delle forme di vita subacquea presenti nelle lagune sono un mito per i sub di tutto il mondo. Il reef di Carp Island, il Blue Corner, il German Channel, l’Ulong Channel, il Ngedbus Coral Garden, il Big Drop Off sono luoghi di sogno per gli appassionati di immersioni. Assolutamente unica, poi, è l’immersione nel Jellyfish Lake in compagnia di una moltitudine di meduse rosate non urticanti.
Alcune specie sono caratteristiche del reef e dei fondali di questo arcipelago: le enormi tridacne giganti (fino a 2-300 kg), i nudibranchi dai colori vivacissimi, i pesci napoleone che arrivano fino a 40-50 kg, i buffi mandarin fish che sembrano usciti da una tintostamperia, i pesci scatola gialli e blu. L’incontro con gli squali e con branchi di grossi carangidi qui è assicurato, quello con le mante molto probabile.
Ma la barriera corallina è minacciata dal riscaldamento globale, che produce il fenomeno detto “bleaching” (decolorazione) dei coralli, dall’immissione in mare di rifiuti solidi e dai pescatori di frodo, come state per leggere.

YAP – l’isola della moneta pesante

Micronesia-PalauDopo un terribile volo notturno, arrivo a Yap alle 3.55 AM. Per fortuna i solerti inservienti del Manta Ray Resort sono lì pronti a accoglierci, a occuparsi delle valigie e a sostenere chi crolla dal sonno.
Yap è il più occidentale dei 4 agglomerati di isole che fanno parte dei Federated States of Micronesia. L’isola principale è formata in realtà da 4 isole vicinissime tra loro: Yap, Tomil-Gagil, Maap e Rumung. Le prime 3 sono collegate tra loro con ponti, essendo la distanza tra l’una e l’altra poco più di un canale. Rumung invece è raggiungibile solo con la barca.
Yap è un’isola dove il ventunesimo secolo non è ancora arrivato. E’ nota per essere l’unico paese al mondo dove per le transazioni commerciali tradizionali si usano monete di pietra. Attenzione, non di sassolini si tratta, bensì di vere e proprie sculture circolari pesanti fino a parecchie tonnellate.
Qui sono ancora in vigore parecchi tabù: è meglio chiedere il permesso prima di scattare una fotografia a una casa privata o alle persone (il che è anche una semplice norma di buona educazione) e bisogna indossare abiti castigati dalla vita in giù. Dalla vita in su invece mettersi qualcosa è un optional: nei villaggi le ragazze locali girano allegramente con i seni al vento e non è difficile incontrare uomini coperti solo da un perizoma.
La popolazione yapese è fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, che esplodono ogni anno tra fine febbraio e inizio marzo nelle manifestazioni dello Yap Day, in pratica la festa nazionale.
L’isola principale di Yap ha una superfice di 100 kmq. A questi bisogna aggiungere una serie di atolli esterni per un totale di altri 20 kmq. La capitale è Colonia, che si fa fatica a identificare perché sono quattro case affacciate su una baia. Gli abitanti sono circa 14.000, in grande maggioranza di etnia locale. Le lingue ufficiali sono l’inglese e lo yapese, di cui peraltro ci sono almeno 4 versioni diverse, al punto che gli abitanti della regione di Rull fanno fatica a capire quelli di Rumung. La valuta ufficiale per noi stranieri è il dollaro USA, mentre per i locali come detto hanno valore corrente anche le stone money, le monete di pietra.
A Yap ho alloggiato all’eccellente Manta Ray Resort, affacciato sull’oceano a 5 km dall’aeroporto. Al Manta Ray il visitatore è coccolato, accudito, tutti sono disponibilissimi e attenti a cogliere qualunque esigenza e a soddisfare tutte le richieste. Wi-Fi nella lobby. Suggestivo il ristorante: si mangia sul ponte di un galeone ancorato davanti al resort, mentre su uno schermo gigante fissato all’albero maestro scorrono le immagini dei filmati girati durante le immersioni della giornata, oppure documentari sulla vita sottomarina.

Menu eccellente con scelta ampia: si va dall’hamburger (da me accuratamente evitato) fino al mahi mahi in salsa di cocco e vaniglia, che rimpiango ancora adesso. Birra ottima di produzione propria del resort (proprio così: ci sono due caldaie e un distillatore), disponibile in tre varietà: chiara, scura (la migliore) e un blend chiamato “texas beer”.
Il Manta Ray è studiato e concepito per i divers, ma anche un semplice viaggiatore-snorkelista come me è trattato benissimo e ha diverse opzioni disponibili per le escursioni e le attività acquatiche.

Album fotografico