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Micronesia briciole di paradiso
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Micronesia briciole di paradiso

Di Luigi Balzarini16 marzo 2014

Se mai c’è un angolo di paradiso in questo mondo, sta su queste isole in mezzo all’Oceano Pacifico

Il titolo del diario, “briciole di paradiso”, è preso in prestito da un articolo pubblicato su una rivista di nautica una decina d’anni fa. Rende perfettamente l’idea di bellezza idilliaca che queste isole suscitano nell’anima del visitatore: se mai c’è un angolo di paradiso in questo mondo, sta qui in mezzo all’Oceano Pacifico. Il diario descrive un viaggio meraviglioso in 4 isole del Pacifico Occidentale che fanno parte della Micronesia: Guam, Palau, Yap e Pohnpei.
I titoli del racconto sono in azzurro, come la luce negli occhi e nei sorrisi dei popoli che vivono qui. Azzurro è anche lo sfondo delle bandiere di tutti questi territori, e azzurro è il colore del cielo, del mare e delle lagune di questo scampolo di oceano.

Il viaggio

Micronesia_01Raggiungere la Micronesia è lungo ma meno complicato di quanto si possa pensare. L’hub su cui programmare il viaggio è Guam, da dove partono i voli della United per tutte le isole micronesiane. Guam è facilmente raggiungibile da molti scali dell’Estremo Oriente: Manila, Seul, Hong Kong, Taipei, Tokio. Conteggiando i tempi di stop-over per gli scali, per raggiungere le isole della Micronesia ci vogliono circa 30 ore. Se la meta finale è solo Palau, si risparmia tempo perché ci si può arrivare direttamente senza passare da Guam.
I proseguimenti verso le isole della Micronesia sono realizzati con voli di collegamento della United. Sono quasi tutti voli notturni, a ore allucinanti tipo le 2 o le 3 di notte. Se vi capita una tratta diurna, per esempio una parte del mitico volo giornaliero UA 155 che parte ogni mattina da Guam e arriva a Honolulu saltarellando di isola in isola con scali a Chuuk, Pohnpei, Kosrae, Kwajalein e Majuro, scegliete assolutamente un posto di finestrino e tenete pronta la macchina fotografica o lo smartphone. Lo spettacolo degli atolli che scorrono sotto di voi, la visione delle lagune durante l’avvicinamento alle isole, è sublime in giornate di buona visibilità e dovete assolutamente immortalarlo.
Un’informazione importante sulla rete e le comunicazioni: a Palau e in Micronesia non sono stati stipulati accordi di roaming tra gli operatori telefonici italiani e quelli locali, per cui è impossibile fare telefonate regolari col cellulare. Skype e Whatsapp invece funzionano. Si possono comprare delle schede prepagate da 10 dollari, che consentono circa 40 minuti di telefonata in Italia da Palau e 30 minuti dalla Micronesia. Il Wi-Fi c’è dappertutto. Si può usare la connessione degli alberghi, che generalmente ha un segnale discreto nelle lobby ma insufficiente in camera. In alternativa, anche per internet ci sono delle schede prepagate che per 2 dollari consentono 1 ora di collegamento web. Ci sono degli internet points a 1 dollaro l’ora ma sono di una lentezza esasperante.
Il viaggio in Micronesia è stato pianificato personalmente da me e realizzato con il supporto della Pan Pacific Tours di Milano, www.panpacific.it

MICRONESIA

La parola “Micronesia” deriva dal greco (mikròs nésos) e vuol dire “isole piccole”. In totale sono 2141 schegge di terra, di cui solo 96 abitate, sparpagliate su quasi 20 milioni di kmq di acque, cioè il doppio dell’Europa. Ciò dà già l’idea delle distanze da percorrere.
Ne fanno parte gli arcipelaghi delle Marianne, le Caroline, le Marshall, Nauru, le Gilbert e le Sporadi Equatoriali. Politicamente alcuni territori sono stati indipendenti: Palau, Nauru, Kiribati, i Federated States of Micronesia, mentre altre isole sono controllate dagli USA come protettorato o con altre forme di giurisdizione territoriale.

GUAM – l’occhio di zio Tom sull’Estremo Oriente

Guam è la più meridionale delle isole Marianne e la più grande di tutta la Micronesia. Lunga 52 km e larga una decina, misura in totale 549 kmq (2 volte e mezzo l’isola d’Elba). Gli abitanti sono circa 180.000, di cui quasi la metà di etnia chamorro (risultato di incroci tra micronesiani, spagnoli e filippini). Per il resto sono americani (soprattutto militari) e immigrati da vari paesi asiatici. La capitale è Hagatna, secondo la grafia chamorro che si usa qui (Agaña in altre trascrizioni). Si parla inglese e chamorro, che somiglia un po’ allo spagnolo.
Guam è l’estremo avamposto militare americano in Estremo Oriente. Due grandi basi, una navale a Sud-ovest e l’imponente base aerea Andersen nel Nord, occupano quasi la metà dell’isola e sono ovviamente off-limits.

Hagatna e Tumon Bay

Tumon e la contigua municipalità Tamuning, affacciate sulla Tumon Bay, sono il cuore turistico di Guam e vorrebbero rappresentare la versione micronesiana di quello che Honolulu e Waikiki sono per la Hawaii. Diciamo che ci assomigliano, con le ovvie proporzioni.
Tra la spiaggia di Tumon Bay e il retrostante viale Marine Drive si erge una sfilza di casermoni di cemento a uso albergo che pullulano di giapponesi e coreani in vacanza. La spiaggia però è bella, anche meglio della hawaiana Waikiki Beach, con mare colore turchese e verde acquamarina e una laguna trasparente delimitata dalla barriera corallina. Nella laguna si può fare snorkeling, facendo la dovuta attenzione ai ragazzi di Guam che scorrazzano sugli acquascooter.
Marine Drive è un vialone a quattro corsie che si estende lungo tutta la baia proprio dietro ai mega-alberghi sulla spiaggia. Su Marine Drive si apre una infinita teoria di duty free shops, dove non manca nessuna delle grandi firme della moda e della gioielleria: Fendi, Gucci, Cartier, Bulgari, Vuitton e compagnia, ci sono proprio tutti. Vale la pena di visitare l’acquario Underwater World, realizzato secondo il classico tunnel di plexiglass trasparente dove squali e mante vi passano davanti agli occhi e sopra la testa.
In fondo a Tumon Bay c’è il Two lovers point, un promontorio di roccia dedicato a due giovani Romeo e Giulietta locali, la cui storia è raffigurata in alcuni murales.
La maggioranza di etnia chamorro vive a Hagatna e nel resto dell’isola, dove la gente è desiderosa mantenere la propria identità spagnoleggiante e cattolica. Così per le strade ti salutano con “buenos dias”, si può mangiare nelle taquerias e si va a messa nella bianca cattedrale “Dulce Nombre de Maria”.

Giro di Guam in auto

Avendo quasi un giorno intero di stop-over a Guam, ho noleggiato una macchina e fatto un giro dell’isola. Si guida a destra e le strade sono larghe come negli USA. Limite 25 miglia/ora, ma non importa, non c’è fretta e ci si ferma spesso per il paesaggio o per punti di interesse storico.
Poco dopo Hagatna si incontrano le spiagge di Agat e Asan, dove sbarcarono i marines per la riconquista dell’isola che era stata occupata dai giapponesi. La parte più bella è la costa sud, dove tra colline coperte di palme si aprono le incantevoli Cetti Bay e Pago Bay.
Sulla punta sud si incontrano i villaggi di Umatac e Merizo, dove tutto è chamorro, e poi sulla costa est Inarajan che è monumento nazionale. Qui si può fare il bagno in una bella piscina naturale perfettamente protetta dalle onde dell’oceano alte tre-quattro metri.
Pochi chilometri dopo Inarajan c’è la deviazione che porta alla grotta dove a guerra mondiale già finita si nascose per anni il sergente giapponese Yokoi.

La guerra senza fine del sergente Yokoi

Sud-ovest di Guam: lì c’è la buca dove rimase nascosto per 28 anni il sergente dell’esercito del Sol Levante Shoichi Yokoi. All’inizio erano in 3, scampati a un agguato dei marines. Due commilitoni di Yokoi morirono avvelenati da qualcosa che avevano mangiato. Yokoi invece riuscì a sopravvivere, nutrendosi di gechi, bacche e noci di cocco. Fu scoperto per caso da un cacciatore chamorro che notò una strana palizzata di bambù piazzata nel bel mezzo della foresta: era l’ingresso della grotta di Yokoi. Fu dura spiegare al sergente che la guerra era finita da decenni. Yokoi tornò in patria accolto come un eroe. Gli fu concessa la “Medaglia della Grande Asia dell’Est”. Al suo arrivo dichiarò “ho vergogna di ritornare vivo”. Si sposò e diventò una popolare personalità della televisione, dove teneva corsi di sopravvivenza e un programma sulla necessità di condurre una vita austera.
La storia del sergente Yokoi è la più nota tra altre analoghe vicende, che hanno riguardato irriducibili soldati giapponesi nella Filippine e in Indonesia.
Durante la visita alla grotta, che si raggiunge con una cabinovia, fermatevi ad ammirare le cascate gemelle Talafofo Falls che si incontrano lungo il sentiero.

PALAU – dove finiscono gli arcobaleni

“Where the rainbows end”, dicono i palauani del loro paese. Gli arcobaleni finiscono qui, nei mille colori dei fiori e dei giardini, nel blu dei drop-off che si inabissano a strapiombo nelle profondità del mare, nelle incredibili tonalità di verde e azzurro delle meravigliose Rock Islands.
La repubblica di Palau, o Belau nella lingua locale, è uno stato indipendente dal 1994. Geograficamente, è la più occidentale delle isole Caroline. Si trova all’estremità occidentale della Micronesia, tra il mar delle Filippine e il Pacifico, poco a nord dell’equatore. E’ costituita da 343 tra isole, isolotti e atolli, per un totale di 458 kmq di cui quasi 400 appartengono all’isola Babeldaob (o Babelthuap in palauano), che è la seconda in ordine di grandezza della Micronesia dopo Guam.
Dal 2005 la capitale è Melekeok, poco più di un villaggio al centro di Babeldaob, ma la città più importante rimane l’ex-capitale Koror sull’omonima isola. Gli abitanti sono circa 25.000, per il 70% palauani. Il resto asiatici (giapponesi, cinesi e filippini) e circa l’1.5% di bianchì. Le lingue ufficiali sono l’inglese e il palauano, la valuta è il dollaro USA.
A Palau ho alloggiato all’ottimo hotel Landmark Marina, affacciato su una piccola baia in fondo a Koror, proprio a lato del Belau Aquarium. Personale gentilissimo, camere pulite, wi-fi nella lobby. Con una passeggiata di 10 minuti si raggiunge il centro di Koror per lo shopping e i ristoranti.

Rock Islands

Micronesia_14Le Rock Islands sono la meraviglia di Palau. Guardate le foto allegate al diario, la maggior parte delle quali sono state scattate durante il giro con l’aereo. Sono circa 300 isolotti rocciosi tondeggianti, scavati alla base dall’erosione dell’acqua e coperti da una vegetazione fittissima. Si estendono nel sud di Palau, tra le isole di Koror e Peleliu, per una trentina di km.
Hanno forme di cono, di fiore, di fungo, di drago, di serpente. La base calcarea, erosa dal moto ondoso e dalle maree, forma una specie di appoggio per lo sperone di roccia soprastante. Sono completamente ricoperte di vegetazione tropicale: felci, liane, pandani, frangipani, alberi da fusto, persino orchidee e piante carnivore, che lottano tra di loro per accaparrarsi qualche centimetro di spazio nelle spaccature della roccia, dove far attecchire le radici.
Il mare attorno alle Rock Island è di un colore verde e turchese impressionanti, tanto intensi da sembrare irreali. In altri punti la sabbia bianca del fondale ha trasformato il mare in uno specchio di cristallo, in altri si aprono improvvisi strapiombi nel blu.
Un gruppo delle Rock Islands nel sudest, chiamato Seventy Islands, è stato dichiarato riserva naturale protetta e l’area è stata resa inaccessibile alle visite. In questo modo hanno creato una zona di tutela e ripopolamento delle specie acquatiche e sottomarine, in particolare per le tartarughe, i dugonghi, i bellissimi mandarin fish che sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore e i lionfish elegantissimi e dagli aculei micidiali. In questo punto si trovano sul fondale delle tridacne giganti di parecchi quintali.
Cercate di vedere le Rock Islands sia dal basso con una gita in barca, che dall’alto con l’aereo o l’elicottero.
Per il giro in barca ho scelto l’ottima agenzia giapponese Impac Tours, www.palau-impac.com, contatto Isaya Sugawara. Per inciso, i giapponesi sono meticolosissimi nella cura di ogni dettaglio organizzativo. Full day alle Rock Islands, pranzo e attrezzatura per snorkeling inclusa, sosta al Jellyfish Lake (vedi dopo), tre punti di snorkeling dove sembra di nuotare in un acquario (Paradise Island, Fantasy Island e Ngermeaus), bagno alla Milky Way, per 90 USD. Con un supplemento di 10 dollari fate un bel giro in kayak tra le rocce affioranti.
L’accesso alle Rock Islands è regolamentato. Per la visita l’ente palauano dei beni naturali richiede il pagamento di una tassa di 50 dollari. Se il tour include la visita del Jellyfish Lake, è necessario un ulteriore permesso di 50 dollari. Le tasse d’accesso vengono riscosse dal tour operator alla conferma della prenotazione.
Il volo aereo di 30 minuti (sono più che sufficienti) con un Cessna della Smile Air, www.smile-air.com, è costato 180 dollari. Lo spettacolo che si ammira ripaga ampiamente del costo non indifferente. I voli sono a ogni ora, scegliete quello delle 8.30 o delle 9.30 di mattina. L’aereo vola a circa 200 km/h e a un’altezza di 300-500 metri. Ho detto che volevo scattare delle foto e molto semplicemente …hanno tolto il portellone alla mia destra, mi hanno imbragato con 3 cinghie, più un aggancio per la macchina fotografica, e ho fatto il giro così, con il lato passeggero completamente aperto, sporgendomi fuori ogni tanto per le fotografie. Dall’alto lo spettacolo delle Rock Islands è davvero sublime, ma controllate il meteo prima di partire: è necessario che ci sia il sole. In una giornata di cielo coperto il sorvolo delle isole perde molto del suo fascino. Se piove, è la compagnia stessa a cancellare i voli.

Jellyfish Lake

Il Jellyfish Lake, o Ongeim’l Tketau in palauano, è uno specchio di acqua mista dolce-salata che si trova nell’interno dell’isola di Macharchar, una delle più grandi delle Rock Islands. Nel lago vivono milioni di bellissime meduse non urticanti, delle specie Aurelia e Mastigia, grandi fino a 20 cm di diametro. Ci si fa il bagno assieme: superato un primo momento di preoccupazione le potete persino prendere in mano e farvele scivolare lungo il corpo.

Giro di Palau in auto

Molti tour operator locali offrono giri guidati delle isole di Koror e Babeldaob, alcuni (es. Fish & Fin’s, www.fishnfins.com) propongono anche tour off-road nell’interno con le jeep.
L’opzione migliore è noleggiare una macchina per proprio conto e farsi un giro delle isole più grandi con soste a piacimento. Costo 50-55 USD. Guida a destra. Alcune macchine hanno il volante a destra come in Inghilterra, quindi i comandi del tergicristallo e delle frecce sono invertiti, ma ci si abitua presto. Traffico scarso, non ci sono camion, condizioni delle strade sorprendentemente buone. Limite di velocità di 25 miglia/ora che pochissimi rispettano.
Il giro inizia con la città di Koror, che è il centro principale di Palau. Qui ci sono tutti gli alberghi più importanti, i migliori ristoranti, negozi di souvenir e di artigianato, centri commerciali e un mercato di strada al venerdì sera.
Notevole il Belau National Museum, che presenta un interessante percorso storico tra i vari dominatori che si sono succeduti a Palau prima dell’indipedenza: spagnoli, tedeschi, giapponesi, americani. Un’ala del museo è dedicata alla presentazione dell’accordo commerciale e culturale che recentemente è stato stipulato tra Palau e la Germania. Curiosa la visione che i palauani hanno dei personaggi tedeschi famosi. Al centro pongono Angela Merkel, poi accanto assieme a Martin Lutero, Einstein, Beethoven e Goethe ci sono l’ex-papa Ratzinger, la modella Claudia Schiffer, il calciatore Franz Beckenbauer e il pilota di formula 1 Sebastian Vettel.
Prima di arrivare al museo fermatevi ad ammirare la bellissima “bai” gialla, la casa tradizionale palauana tutta di legno e senza neanche un chiodo che la tiene assieme, che è nel giardino antistante.
Il giro delle isole è un piacere assoluto. Si snoda tra paesaggi stupendi e acquazzoni improvvisi e fugaci con immediate schiarite a seguire. Cito alcune tra le tante cose che si presenteranno ai vostri occhi.
Dirigetevi prima verso sud. Sull’isola di Malakal, dopo il grande albergo Palau Royal Resort (400 USD a notte, lasciate perdere), c’è il Palau National Acquaculture Center. Visitatelo (è gratis): è un centro dedicato esclusivamente all’allevamento e al ripopolamento delle tridacne. Nelle vasche ce ne sono 10.000 di 7 specie diverse, da quelle piccolissime di 1 cm fino a quelle già adulte di 40-50 cm di larghezza e 8-10 kg di peso. Bellissime le tridacne blu e verde-azzurro.
All’uscita di Koror, appena prima del ponte che collega la città alla provincia di Airai, c’è un allevamento di coccodrilli. Si può visitare, ma non è niente di speciale.
In vari punti dell’isola di Babeldaob ci sono delle bellissime “bai”, le case tradizionali palauane lunghe e con il tetto a punta fatte di foglie e fronde. All’esterno ci sono fregi che raffigurano scene di caccia, pesca e vita quotidiana. Le più belle, oltre a quella appena fuori dal Belau Museum già citata, sono a Aimalik, nel sudovest, a Ngarchelong nel nord e sul lungomare di MelekeokMicronesia-Palau.A una quindicina di km da Koror c’è la nuova capitale Melekeok, nell’omonima provincia. Qui i palauani, presi da un attacco di megalomania, hanno costruito un palazzo del governo a imitazione del Campidoglio di Washington. L’hanno persino chiamato “National Capitol of Palau”.
Proseguendo verso nord, nella provincia di Ngardmau si incontrano le cascate Ngardmau Falls. La cascata si raggiunge dopo una scarpinata di mezz’ora nella giungla, ma la visione (anche da lontano prima di arrivarci) giustifica lo sforzo. Occhio però: essendo l’andata in ripida discesa, il ritorno è in altrettanto ripida salita (ovvio), che vi ritroverete a fare alla temperatura di 30 °C con l’85% d’umidità: bagno di sudore assicurato. La cosa non favorisce certo gli sforzi, specie se pomeridiani come nel mio caso. In alternativa, è disponibile un trenino a cremagliera che arriva fino al piazzale della cascata, per la modica cifra di 40 dollari. Ergo, lasciate il trenino ai giapponesi che sono più ricchi di noi, fatevi la scarpinata e se proprio è necessario fermatevi in alcune piazzole di sosta con panchine all’ombra. Se ce l’ho fatta io che ho il fiatone dopo due piani di scale, può farcela chiunque.
All’estremo nord di Babeldaob c’è il sito archeologico di Badrulchau, con le famose pietre di Ollei. Sono i pilastri di sostegno di una antichissima enorme “bai” che poteva ospitare fino a 1000 persone. Veniva usata per le assemblee e le riunioni a cui partecipavano i villaggi dell’intera provincia. Dalla collina di Ollei si gode un bellissimo panorama che spazia sulla costa nord, sulla barriera corallina e sugli atolli nell’oceano.
Dedicate una giornata intera al giro di Palau in auto, con la dovuta calma. Vale la pena. Lungo il percorso ci sono diversi punti di ristoro, anche se non troverete vero e proprio ristorante, sempre che ne abbiate bisogno.

La battaglia di Peleliu

Pochi tra i viaggiatori che vengono a Palau si recano sull’isola di Peleliu, nella parte Sud delle Rock Islands.
Vale invece la pena di venire qui per rendersi conto di persona di quale terribile battaglia si sia svolta su questa isola tra settembre e novembre del 1944. I giapponesi avevano fatto di Peleliu un centro logistico per il controllo di tutta l’area del Pacifico centrale e meridionale e dell’accesso alle Filippine. Avevano costruito un aeroporto e dislocato sull’isola e sulla vicina Angàur una guarnigione di 15.000 uomini. La riconquista di Peleliu apparve subito agli americani come un fattore determinante per la continuazione delle operazioni.
La battaglia durò due mesi e mezzo, invece dei 4 giorni preventivati dal generale americano William Rupertus. In totale morirono circa 13.000 soldati, di cui 11.800 nipponici e 1.200 marines. Il generale Kunio Nakàgawa, quando si rese conto della imminente sconfitta, fece harakiri. La grotta dove è sepolto è oggetto di venerazione da parte dei turisti giapponesi che vengono qui.
Di questa battaglia si parla poco, chissà perché, ma le testimonianze storiche documentano che fu molto più cruenta di quelle di Guam e Tarawa. L’isola è disseminata di carcasse di carri armati e macchine belliche arrugginite. Il notevole museo di Peleliu, allestito in una casamatta bombardata dagli americani, contiene reperti, foto e percorsi storici che documentano quella che fu una tappa fondamentale per la riconquista del Sud Pacifico. Interessantissima una cartina geografica che mostra il massimo areale di espansione nipponica nel pacifico, e evidenzia con colori diversi le vittorie americane e quelle giapponesi.
La guida Azusa, una giapponesina carina con vocina da bambina, era visibilmente commossa durante la narrazione. Si è commossa ancora di più quando mi ha visto prima pregare sulle tombe dei soldati americani, poi mettere bastoncini di incenso, gentilmente prestatimi dai visitatori giapponesi, sulle tombe dei soldati nipponici. Per la cronaca, io ero l’unico non giapponese del gruppo.
L’escursione a Peleliu è stata organizzata da Belautour, www.palauritc.com, che ha uffici nel Palau Royal Resort e nel Palau Pacific Resort.

I fondali di Palau

Pur non essendo io un diver, quando l’argomento è Palau è impossibile non dire qualcosa sulle attività subacquee, che sono la ragione principale che spinge la gran parte dei visitatori a venire fino a qui.
A Palau si individuano due grandi lagune: la Northern Lagoon (dalla punta nord di Babeldaob fino all’atollo di Kayangel, 400 kmq) e la Southern Lagoon (da Koror verso Peleliu e Angaur, 650 kmq).
La varietà, la concentrazione e la biodiversità delle forme di vita subacquea presenti nelle lagune sono un mito per i sub di tutto il mondo. Il reef di Carp Island, il Blue Corner, il German Channel, l’Ulong Channel, il Ngedbus Coral Garden, il Big Drop Off sono luoghi di sogno per gli appassionati di immersioni. Assolutamente unica, poi, è l’immersione nel Jellyfish Lake in compagnia di una moltitudine di meduse rosate non urticanti.
Alcune specie sono caratteristiche del reef e dei fondali di questo arcipelago: le enormi tridacne giganti (fino a 2-300 kg), i nudibranchi dai colori vivacissimi, i pesci napoleone che arrivano fino a 40-50 kg, i buffi mandarin fish che sembrano usciti da una tintostamperia, i pesci scatola gialli e blu. L’incontro con gli squali e con branchi di grossi carangidi qui è assicurato, quello con le mante molto probabile.
Ma la barriera corallina è minacciata dal riscaldamento globale, che produce il fenomeno detto “bleaching” (decolorazione) dei coralli, dall’immissione in mare di rifiuti solidi e dai pescatori di frodo, come state per leggere.

Pescatori filippini

Le lagune sono un ecosistema delicato che necessita di equilibrio e stabilità tra gli animali più grossi (dugonghi, tartarughe, squali, mante) e i coralli e le altre creature del fondale. Questo equilibrio è stato più volte messo a repentaglio da aggressioni e depauperamenti da parte dell’uomo.
In passato pescatori filippini e giapponesi hanno praticato forme di pesca estreme che in alcuni punti hanno praticamente distrutto ogni forma di vita. Quello che state per leggere vi inorridirà.
Lungo alcuni reef è stata praticata fino al 2000 la pesca col cianuro di sodio. Tanto per chiarire: si tratta di un veleno potentissimo, parente stretto dello Zyklon B che fu usato dai nazisti a Auschwitz per uccidere gli ebrei. L’uso del cianuro cancellava per anni ogni forma di vita nell’area di spargimento.
Quando invece era necessario solo stordire i pesci e i coralli, per poi recuperarli per commercio illegale, venivano usati gli ipocloriti di calcio (facilmente reperibile in loco perché prodotto in uno stabilimento chimico di Palau da lime e acqua salata) e di sodio (la candeggina). Oppure un estratto vegetale chiamato rotenone, in pratica un insetticida a largo spettro d’azione. L’atollo di Helena Reef, che essendo il più a sud di Palau ha anche la sventura di essere quello più vicino alle Filippine, è stato devastato dalle incursioni dei pescatori di frodo. D’altra parte Palau non ha esercito, quindi tantomeno unità di marina. Il pattugliamento delle acque è affidato a unità della Guardia Costiera USA di stanza a Guam. Ancora recentemente, a dicembre 2012, sono state sequestrate due barche di pescatori filippini che stavano pescando con la dinamite. Pare che se la siano cavata con una multa di 10.000 dollari.
Maggiori informazioni sulla storia delle barriere coralline di Palau e sugli interventi di preservazione che sono stati adottati si possono trovare nel libro “Coral reefs of Palau”, pubblicato nel 2007 dal PICRC – Palau International Coral Reef Centre, www.picrc.org, in collaborazione con la JICA – Japan International Cooperation Agency.
Una delle ragioni che hanno portato alla creazione della zona protetta delle Seventy Islands, è stata proprio la necessità di creare un ambiente assolutamente non soggetto a contaminazione da parte dell’uomo. In questa area, dove l’accesso dell’uomo è interdetto da tempo, la copertura corallina si è ricostituita e arriva ancora fino al 50% del fondale.

Specialità culinarie locali: la zuppa di pipistrello e altre prelibatezze
A Palau e nelle altre isole della zona si mescolano etnie diverse: indigeni, filippini, spagnoli, chamorro, giapponesi, americani. Questa sovrapposizione di identità differenti ha prodotto un mix eterogeneo anche in cucina. Così, ci sono i consueti ristoranti giapponesi che propongono sushi e sashimi, fast food all’americana, taquerias spagnoleggianti e ristorantini che offrono menu della tradizione culinaria indigena.
Il piatto più curioso? La zuppa di pipistrello frugivoro, detto fruit bat perché è ghiotto dei frutti dell’albero del pane. Lo servono con la salsa finadene, un miscuglio esplosivo di peperoncino, limone, cipolla e soia. Preoccupati? Sa di pollo J.
Altri piatti tipici della cucina locale sono le bellissime tridacne (sigh), che sono considerate una normale fonte di cibo dai palauani. Si mangiano crude, a sashimi. Immaginate una capesanta da 2 kili.
Un’altra specialità sono i neri coconut crabs, i granchi del cocco. Nei ristoranti tipici tutto viene mostrato nella vasche, vivo, come è consuetudine in estremo oriente. I migliori ristoranti di Koror per provare queste leccornie sono il Mogmog e lo Jyu Jyu, entrambi con base cucina giapponese. Si trovano facilmente sulla via principale di Koror. Nel menu hanno tutto.

YAP – l’isola della moneta pesante

Micronesia_30Dopo un terribile volo notturno, arrivo a Yap alle 3.55 AM. Per fortuna i solerti inservienti del Manta Ray Resort sono lì pronti a accoglierci, a occuparsi delle valigie e a sostenere chi crolla dal sonno.
Yap è il più occidentale dei 4 agglomerati di isole che fanno parte dei Federated States of Micronesia. L’isola principale è formata in realtà da 4 isole vicinissime tra loro: Yap, Tomil-Gagil, Maap e Rumung. Le prime 3 sono collegate tra loro con ponti, essendo la distanza tra l’una e l’altra poco più di un canale. Rumung invece è raggiungibile solo con la barca.
Yap è un’isola dove il ventunesimo secolo non è ancora arrivato. E’ nota per essere l’unico paese al mondo dove per le transazioni commerciali tradizionali si usano monete di pietra. Attenzione, non di sassolini si tratta, bensì di vere e proprie sculture circolari pesanti fino a parecchie tonnellate.
Qui sono ancora in vigore parecchi tabù: è meglio chiedere il permesso prima di scattare una fotografia a una casa privata o alle persone (il che è anche una semplice norma di buona educazione) e bisogna indossare abiti castigati dalla vita in giù. Dalla vita in su invece mettersi qualcosa è un optional: nei villaggi le ragazze locali girano allegramente con i seni al vento e non è difficile incontrare uomini coperti solo da un perizoma.
La popolazione yapese è fiera della propria cultura e delle proprie tradizioni, che esplodono ogni anno tra fine febbraio e inizio marzo nelle manifestazioni dello Yap Day, in pratica la festa nazionale.
L’isola principale di Yap ha una superfice di 100 kmq. A questi bisogna aggiungere una serie di atolli esterni per un totale di altri 20 kmq. La capitale è Colonia, che si fa fatica a identificare perché sono quattro case affacciate su una baia. Gli abitanti sono circa 14.000, in grande maggioranza di etnia locale. Le lingue ufficiali sono l’inglese e lo yapese, di cui peraltro ci sono almeno 4 versioni diverse, al punto che gli abitanti della regione di Rull fanno fatica a capire quelli di Rumung. La valuta ufficiale per noi stranieri è il dollaro USA, mentre per i locali come detto hanno valore corrente anche le stone money, le monete di pietra.
A Yap ho alloggiato all’eccellente Manta Ray Resort, affacciato sull’oceano a 5 km dall’aeroporto. Al Manta Ray il visitatore è coccolato, accudito, tutti sono disponibilissimi e attenti a cogliere qualunque esigenza e a soddisfare tutte le richieste. Wi-Fi nella lobby. Suggestivo il ristorante: si mangia sul ponte di un galeone ancorato davanti al resort, mentre su uno schermo gigante fissato all’albero maestro scorrono le immagini dei filmati girati durante le immersioni della giornata, oppure documentari sulla vita sottomarina. Menu eccellente con scelta ampia: si va dall’hamburger (da me accuratamente evitato) fino al mahi mahi in salsa di cocco e vaniglia, che rimpiango ancora adesso. Birra ottima di produzione propria del resort (proprio così: ci sono due caldaie e un distillatore), disponibile in tre varietà: chiara, scura (la migliore) e un blend chiamato “texas beer”.
Il Manta Ray è studiato e concepito per i divers, ma anche un semplice viaggiatore-snorkelista come me è trattato benissimo e ha diverse opzioni disponibili per le escursioni e le attività acquatiche.

Tour turistico-culturale di Yap

Il Manta Ray organizza tour di Yap con guide locali. Oppure noleggiate voi una macchina e fatevi un giro dell’isola per conto vostro. Comunque sia, almeno una delle due cose dovete assolutamente farla. Scoprirete paesaggi affascinanti, villaggi fermi nel tempo, una jungla tropicale intricatissima, giardini rigurgitanti di ibischi e croton, paludi di mangrovie. Ogni tanto vi si apre davanti una finestra tra la vegetazione, da cui si vedono la laguna e la barriera corallina che circonda l’isola.
Il tour di Yap si fa in un giorno con tutta calma. L’isola è lunga 30 km e larga 13. Le strade sono in gran parte buone e asfaltate, salvo le deviazioni verso la costa e i villaggi che sono per lo più su sterrato. Nessun problema, anche perché l’attraversamento dei villaggi deve essere fatto molto piano, visto che all’ingresso di alcuni ci sono espliciti cartelli che impongono di non superare le 5 miglia/ora. Sulle strade asfaltate invece il limite è 25 miglia/ora, come dovunque in questa parte di mondo. Traffico scarsissimo.
Si parte da Colonia che sarebbe la capitale di Yap. In pratica si tratta di quattro case affacciate sulla piccola Chamorro Bay, più una stazione di polizia, un ufficio postale, un distributore di benzina, un paio di shop. Su una collinetta c’è lo Yap Visitors Bureau dove si fanno in quattro per procurarvi una cartina e materiale illustrativo.
All’ingresso di Colonia c’è il National Museum, dove si comincia a fare la conoscenza con le bellissime faluw, le case degli uomini fatte di tronchi, foglie e fronde. Non hanno nemmeno un chiodo ma solo incastri e legacci di corde fatte con cortecce e liane. In queste case i ragazzi venivano addestrati alla caccia, alla pesca e alle arti amatorie. Somigliano alle “bai” di Palau, qui in versione più rustica.
Appena usciti da Colonia la strada si immerge in una giungla fittissima dove spuntano ogni tanto case e villaggi. Si cominciano a vedere le caratteristiche monete di pietra circolari col buco in mezzo. Andando verso la penisola di Rull si incontra la prima delle banche (stone money banks) dove sono conservate le monete di pietra, che i capi villaggio distribuiscono alla popolazione in funzione delle necessità delle famiglie. Foto ricordo di prammatica. Negli affacci sulla costa si aprono spiazzi dove sono erette le faluw.
Le strade lungo la costa attraversano paludi di mangrovie e tratti di jungla fittissima. Tra le mangrovie scorrazzano rossi granchietti di palude e fanno capolino sul bagnasciuga i curiosi perioftalmi, i pescetti che possono vivere sia fuori che dentro l’acqua e hanno la particolarità di guardarsi intorno girando gli occhi a 180 gradi senza muovere la testa.
Ogni casa che si incontra lungo il percorso è allietata da un giardino con candidi frangipani, ibischi e croton multicolori. Si incontrano spesso le piante di ylang ylang, dai cui fiori profumatissimi si ricava un’essenza usata per saponi e detergenti. Sulle bamboo palm e sulle piante di betel crescono le orchidee.
Durante l’attraversamento dell’isola da Dalipebinaw a Weloy si sale sulle colline dell’interno (altezza massima 250 metri), da cui si vede l’aeroporto e si aprono paesaggi sulla costa in tutte le direzioni. Le spiagge per fare il bagno sono nel Nord, Wanyaan beach e Village View resort beach.
Si arriva alla cittadina di Tomil, dove c’è un’altra banca di monete di pietra e lo spiazzo riservato alla festa dello Yap Day.
A Makry si trova la più grande delle faluw, destinata alla assemblee di villaggio e capace di ospitare fino a 100 persone sotto il tetto. Il resto degli abitanti dei villaggi aspettava fuori, nel prato o tra i pandani.
Il giro dell’isola è un piacere assoluto e vi verrà voglia di rifarlo, soprattutto se il tempo è buono e c’è il sole. Un eventuale acquazzone non deve impensierire: in questa stagione durano un quarto d’ora e dopo torna il sole. Difficile però incontrare la gente del luogo: gli yapesi sono un popolo estremamente riservato. Chiedete sempre il permesso prima di scattare una foto: tranquilli, vi verrà accordato con un sorriso. Lo stesso vale quando lasciate la strada: è necessario chiedere il permesso prima di entrare in un viale, recarsi su una spiaggia, attraversare una piantagione, perché a Yap ogni centimetro quadrato dell’isola è proprietà privata.

Le monete di pietra

Yap è l’unico posto al mondo dove si usano monete di pietra (“stone money”) come denaro corrente. In yapese si chiamano “raay” e quelle di maggiore valore “raay ni ngachol”. Sono dei dischi di aragonite (carbonato di calcio ad alta densità reticolare) con un foro al centro che serve per il trasporto. Possono avere varie dimensioni, da 20-30 cm fino a 4 metri di diametro (le misure della stone money più grande che si trova a Rumung). Il peso delle monete va da qualche decina di kg fino a 2-3 tonnellate. Per trasportare le più grosse servono tronchi d’albero resistenti e una squadra di ragazzotti forzuti.
Il valore commerciale delle stone money dipende da vari fattori: la dimensione è uno di questi, ma non è il solo. Contano molto anche le caratteristiche visive, come la levigatura, la compattezza, la forma. Conta il materiale: quelle di aragonite pura valgono di più, quelle contenenti minerali di quarzo valgono di meno perché tendono a sfaldarsi. Poiché le monete venivano scolpite a Palau e poi trasportate a Yap su piroghe o canoe a bilanciere, contano moltissimo le difficoltà superate per il trasporto. Le monete che hanno più valore sono quelle che hanno richiesto il sacrificio di vite umane per essere trasportate a Yap sulle piroghe, indipendentemente dalla loro dimensione. Non era infrequente che durante la traversata il carico si inabissasse per essere stato mal fissato o per un’ondata troppo forte. Il valore delle monete diminuì fortemente dopo che il commerciante americano David O’Keefe mise a disposizione una nave per il trasporto che risultò così molto facilitato, chiedendo copra in cambio. Adesso non se ne fanno più.
Oggi a Yap ci sono circa 14.000 monete di pietra. Oltre a quelle di proprietà privata, che vengono esposte fuori dalle case, ci sono alcune “banche”: a Rull, a Gagil, nel Bechiyal Cultural Centre di Maap Le monete di pietra sono comunemente usate anche oggi per le transazioni commerciali a Yap; con una moneta grande come un piatto si fa la spesa per una settimana per una famiglia, con una di due metri di diametro si compra un intero villaggio. Chiaramente, non potete usarle al supermercato o per la ricarica del cellulare. Per queste esigenze spicciole anche gli yapesi usano il denaro cartaceo. In sostanza, a Yap c’è un doppio regime valutario.
Il governatorato di Yap riconosce le monete di pietra come divisa avente pieno valore per le transazioni commerciali interne. Di conseguenza, l’esportazione è illegale, proprio come da noi è illegale esportare valuta all’estero.
Le monete di pietra hanno un indubbio vantaggio: qui a Yap di borseggiatori proprio non se ne vedono.

Snorkeling con le mante giganti

Manta-giganteYap è famosa per la popolazione di mante giganti che vive nelle sue acque. Le mante sono 44. Appartengono alla specie manta alfredi, che è quella tipica dei reef. Sono state tutte censite, catalogate e …battezzate dallo staff di diving del Manta Bay Resort. Di ogni manta hanno fatto una “scheda personale” con l’età, le dimensioni (da 2 a 4 metri di ampiezza del mantello) e la macchiettatura sulla parte inferiore del corpo.
Le mante prediligono 3-4 punti del reef di Yap. Il più frequentato è il Manta Ridge nella zona del Mi’il Channel, al largo del promontorio di Fanif nella regione nord-ovest. Qui il problema non è “se” vedrete le mante, ma “quante” ne vedrete.
Le mante si incontrano su un fondale sabbioso-corallino di soli 7-8 metri. Vedersele passare sotto la pancia è un’esperienza che toglie il fiato. Si rimane paralizzati. Sembrano volare, si muovono con una leggiadria e un’eleganza regali. Spesso sono accompagnate da remore e pesci pilota anche di grosse dimensioni. Sembrano abituate alla presenza dell’uomo, ma bisogna evitare i movimenti bruschi. Qualche piccolo problema di visibilità sui fondali sabbiosi, a causa della torbidità creata dalla sabbia sollevata dalle mante col movimento delle ali.
I sub si acquattano sul fondo e si mettono come in platea, osservandole transitare a pochi metri. Bill Acker, che è il boss del resort, ci ha detto che talvolta si può assistere alle loro evoluzioni per l’accoppiamento.
Per le immersioni Yap è considerata tra i top 3 dei siti al mondo. Per gli squali e le mante secondo Bill Acker qui è il top assoluto. Ci sono una trentina di punti di immersione localizzati, che includono fondali di corallo, lagune sabbiose, drop-off a strapiombo. Un gruppo di sub tedeschi alla fine della giornata mi raccontava con entusiasmo l’immersione con gli squali e l’incredibile quantità di pesci e coralli che avevano visto. Ma anche per un semplice snorkelista come me questa è un’esperienza che non si dimentica.

Lo Yap day

La popolazione di Yap è molto legata alla propria cultura e alle tradizioni. Questo senso di appartenenza alla propria terra esplode durante lo Yap day.
Lo Yap day è una grande festa popolare che coinvolge tutte le comunità dell’isola per 2 giorni tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. Quest’anno la 46ma edizione dello Yap day si è celebrata il 28 febbraio e l’1 marzo nella piana di Tomil, la regione più a est.
Il programma di due giorni prevede mostre di artigianato, danze, gare e banchetti. I turisti sono benvoluti, anzi sono invitati alle tavolate e qui si possono scattare fotografie senza alcuna limitazione.
La festa si è svolta secondo alcuni momenti principali:
– il discorso inaugurale di Sebastian Anefal, governatore di Yap
– il tradizionale spettacolo di trasporto a spalla delle monete di pietra
– le bellissime danze tradizionali. La popolazione di Yap attribuisce alla danza un valore culturale e tradizionale altissimo. Le danze, che nell’insieme si chiamano churu, sono di vari tipi e vengono trasmesse di generazione in generazione da secoli. Le danze più popolari sono la danza dei bastoni e altre forme di danza che vengono eseguite in ginocchio. Ci sono le danze delle donne e quelle degli uomini: i due gruppi non danzano mai assieme. I movimenti sono scanditi da cori, richiami vocali e battute delle mani e dei piedi. Non ci sono strumenti musicali.
– le gare. Le competizioni vedono la gioventù locale sfidarsi in specialità alquanto esclusive: l’arrampicata sulla palme di betel, la preparazione della canoa di bambù, la sbucciatura delle noci di cocco, l’intreccio dei canestri.
Durante le danze tradizionali si rimane come ipnotizzati, anche per la bellezza di alcune delle protagoniste. Le ragazze ballano a seno nudo, con una ghirlanda di fiori in testa e una collana di fiori che scende lungo le spalle. Portano alla vita un gonnellone di paglia con frange multicolori che agitano con i movimenti del bacino. Gli uomini indossano un perizoma colorato e ornamenti ai polsi e alle caviglie. Alcuni movimenti delle danze degli uomini ricordano la “haka” dei maori neozelandesi.
Durante le due giornate della festa è sempre aperto un banchetto che serve specialità locali: taro, yam, frutta tropicale varia, maiale e pesce cotti nell’uhmw (è la scrittura locale del forno ricavato in una buca del terreno). I cibi sono piuttosto piccanti e speziati, quindi ottimi dal mio punto di vista.
Lo Yap day non è solo un evento culturale evocativo della tradizione di questa gente. Si respira proprio un’atmosfera di gioia, di comunanza, un senso di appartenenza alla propria identità storica che forse noi abbiamo perso. Dopo avere partecipato ai festeggiamenti dello Yap day, anche se da semplice turista, si portano a casa un sacco di ricordi e ci si sente meglio.

…e se la signora si spoglia?

E’ possibile che a un certo punto la vostra signora decida di adeguarsi ai costumi yapesi e quindi si metta a gironzolare nuda dalla cintola in su.
Via, non fate i pruriginosi per così poco e accettate di buon grado la situazione.
Tutt’al più potreste farle osservare (se è il caso) gli effetti della legge di gravità sulla caduta degli oggetti.

Il betel

Ogni buon yapese si porta sempre appresso una borsetta di paglia contenente l’occorrente per l’impasticcamento quotidiano con le noci di betel.
La preparazione è meticolosa: le spaccano in due con i denti, poi le condiscono con una miscela di calcare e polvere di tridacna macinata e dulcis in fundo ci aggiungono del tabacco di sigaretta. Loro asseriscono che questo cocktail sia necessario per dare il giusto sapore alla bacca. Ne fanno un bolo che ruminano senza ingerirlo, sputacchiando l’impasto quando è esaurito.
Le noci di betel contengono arecolina, un alcaloide nicotinosimile che promuove la salivazione e produce un effetto stimolante sul sistema nervoso centrale. Richard, il mio autista del land tour culturale, in 8 ore ne ha ruminate una trentina. Sono rimasto stupito del fatto che alla fine era ancora miracolosamente lucido. Secondo loro, il betel stimola la mente e dona buonumore. Gli effetti sulla dentatura e sul palato però sono tremendi: i denti si macchiano di rosso e a lungo andare si indeboliscono scheggiandosi.
Le noci di betel vengono normalmente vendute da piccoli banchetti lungo la strada, al prezzo di 10 centesimi di dollaro l’una e ognuno se ne compra quante vuole.

POHNPEI – il mistero della civiltà scomparsa

Finalmente, dopo tanti voli in piena notte, uno che parte e arriva a un orario umano. Il volo da Guam a Pohnpei parte alle 9 di mattina e dura quattro ore per via dello scalo intermedio a Chuuk. La giornata è abbastanza chiara, così lo spettacolo che si gode dal finestrino è eccezionale. La vista dall’alto degli atolli e delle lagune è da “ooh” di meraviglia.
Pohnpei (o Ponape nella vecchia dizione) è la più grande delle isole dei Federated States of Micronesia (FSM): 334 kmq, vale a dire due volte il Lago di Como. E’ di origine vulcanica, completamente circondata dalla barriera corallina e comprende alcuni atolli corallini esterni della barriera per altri 38 kmq in totale.
Su Pohnpei si trova Palikir che è la capitale dei FSM, ma la città più importante è Kolonia, col K per distinguerla da quella di Yap. Gli abitanti sono circa 35.000, in grande maggioranza di etnia locale. Le lingue ufficiali sono l’inglese e il pohnpeiano, che è anche lingua ufficiale in tutti i FSM, ma lo parlano regolarmente solo qui. La valuta è il dollaro USA.
L’isola principale è completamente circondata da paludi di mangrovie e non ci sono spiagge, che invece sono incantevoli sugli atolli circostanti. Oltre alle normali attività di mare di tutte le isole della Micronesia (snorkeling, immersioni, pesca d’altura, kayak), a Pohnpei si creano le condizioni ideali per gli amanti del surf. Qui onde di 4 metri sono del tutto normali, e in alcune giornate arrivano a 6-7 metri.
Sulla costa est di Pohnpei c’è l’isola di Temwen, che racchiude uno dei più profondi misteri relativi all’insediamento umano nel Pacifico: la città sul mare di Nan Madol, che fu fino al 1500 circa una specie di Venezia del Pacifico. Poi qualcosa la distrusse, ma ancora oggi sulle ragioni dello sviluppo e del crollo della civiltà di Nan Madol si brancola nel buio.
A Pohnpei ho alloggiato al PCR hotel, poco fuori Kolonia. Struttura spartana in fase di chiusura e in procinto di traslocare in una nuova location più vicina al mare e con maggiori facilities per i divers. In compenso c’è il wi-fi in camera. Il proprietario è un brasiliano molto gentile che ha deciso di venire a vivere qui. Sotto l’hotel c’è un discreto ristorante giapponese, i cui gestori hanno il difetto di tenere il volume della TV a palla quando ci sono gli incontri di sumo. Attiguo c’è anche un locale dove fanno karaoke fino a tardi: nel complesso, il soggiorno qui non è stato dei più tranquilli.

Gente di Pohnpei

Come cambiano i costumi: mentre a Yap le ragazze girano senza problemi a seno scoperto, qui c’è una certa morigeratezza dei costumi per cui di mettersi in mostra non se ne parla neanche. Le donne vestono normalmente, con bellissime gonne nere con disegni floreali, sempre sotto il ginocchio e spesso fino alle caviglie. A proposito: le ragazze qui sono mediamente molto belle, con occhi neri, capelli neri raccolti e tratti gentili. Delle genti del Pacifico che ho incontrato, questo è il popolo più bello.
Tutti accettano volentieri di farsi fotografare. Anzi, non riuscivo nemmeno a ringraziarli perché prima che io aprissi bocca, loro mi precedevano con un sorridente “thank you”.
Sono stato alla messa della domenica mattina nella chiesa cattolica di Kolonia, vicino alle mura spagnole, e tutti mi stringevano la mano chiedendomi da dove venivo. Al sentire “Italy”, metà davano segni evidenti di non sapere dove fosse ma esprimevano lo stesso un senso di meraviglia.

L’isola giardino

Micronesia_40Pohnpei è uno dei posti più piovosi al mondo. Qui cadono 5000 mm d’acqua all’anno. I giorni senza pioggia non sono più di 20-30, concentrati nel periodo febbraio-aprile. Gli acquazzoni sono violentissimi. Quando arrivano è assolutamente necessario cercare un riparo. Per fortuna sono brevi, durano una ventina di minuti e poi torna il sole. Aspettatevene almeno 2-3 al giorno, anche nel periodo primaverile teoricamente meno umido. Dovunque andiate portatevi sempre appresso almeno un impermeabilino. Gli ombrelli sono meno utili, perché quando piove forte si fa fatica a tenerli in mano, e se c’è vento laterale proprio non servono. Purtroppo nei pochi giorni passati a Pohnpei mi capitata una giornata intera di pioggia battente violentissima, in cui a malapena sono riuscito a fare un giro per qualche shop di Kolonia.
Stanti queste premesse, è ovvio che qui la vegetazione raggiunga concentrazioni e dimensioni inverosimili che non si vedono in nessuna altra parte del mondo. Le piante di taro sono alte 4 metri e hanno foglie grandi come un lenzuolo a una piazza. I banani sono alti 8 metri, le bamboo palms superano i 20 metri d’altezza. Alcuni enormi alberi di mango hanno tronchi di due metri di diametro. Le piante saprofite circondano e nascondono quelle sottostanti su cui hanno radicato. A volte si ha la sensazione che la vegetazione sia persino eccessiva e non si capisce come facciano tante piante a crescere e vivere così vicine e sovrapposte da rubarsi lo spazio.
L’interno dell’isola è una giungla pluviale talmente inestricabile che nemmeno i locali ci si avventurano. L’unica strada dell’isola è il Pohnpei ring, un bellissimo anello che fa il giro lungo la costa. Non ci sono altre strade che attraversano l’isola da un estremo all’altro, perché qualunque strada verrebbe sopraffatta e inglobata dalla vegetazione nel giro di 2-3 mesi. Per cui, nemmeno i pohnpeiani sanno esattamente cosa c’è nelle foreste dell’interno.
L’abbondanza di precipitazioni favorisce la crescita di una grande varietà di fiori e piante tropicali, che i pohnpeiani usano mettere come ornamento a delimitare i loro giardini. Spesso li piantano anche ai lati della strada, con la doppia funzione di abbellire e di demarcare la carreggiata.

Pohnpei ring

Una stretta ma bellissima strada ad anello fa il giro dell’isola toccando villaggi, lagune, baie, paludi di mangrovie. In totale sono circa 60 km, che si fanno in 3-4 ore. La carreggiata, già abbastanza stretta di suo, è spesso coperta dalla ricrescita della vegetazione. I pohnpeiani sono sempre indaffaratissimi a tagliare le piante che ricrescono fuori dalle loro case, anche perché ricevono una sovvenzione dal governo per tenere pulito il ciglio stradale in prossimità della loro casa. Di conseguenza, il decespugliatore è uno degli articoli più venduti negli shop e lungo il percorso c’è sempre qualcuno intento a tagliare l’erba e rimuovere le foglie.
Se non piove il Pohnpei ring è un percorso eccezionale. I punti di interesse sono tanti. Il più importante è Nan Madol, a una trentina di km da Kolonia, che merita una descrizione a parte. Poi ci sono le cascate. Questa isola zampilla letteralmente di cascate, ce ne sono una quarantina. La più bella e facilmente raggiungibile è la Kepirohi Waterfall, vicino a Nan Madol, dove c’è una pozza ideale per fare il bagno in compagnia di pescetti che vi fanno il solletico ai piedi.
Altre cascate famose sono le Liduduhniap Falls vicino a Colonia e le Lei Paipohn Falls a sud. Dopo un acquazzone guardate bene in alto, sulle colline attorno a voi: sicuramente da qualche parte si è formata una nuova cascata temporanea, per scaricare l’acqua appena caduta.
Sue queste isole la scolarità arriva fino alla high school. Lungo il ring si incontra quella di Madolenihmw (i nomi qui sono una via di mezzo tra uno scioglilingua e un codice fiscale) e altre meno importanti. Verso l’una le strade sono affollate di studenti che rientrano a casa dopo le lezioni del giorno, generalmente a piedi perché il sevizio bus è carente.
A metà circa del Pohnpei ring c’è il Sei Botanical Garden, che in realtà è una piantagione da cui si ricava una pregiata varietà di pepe nero che è una specialità dell’isola. Portatene a casa qualche bustina come ricordo o come regalo. Se non siete arrivati fin qui, lo potete anche comprare al Sei Restaurant di Kolonia.
Una decina di km prima di ritornare a Kolonia si raggiunge Palikir, la capitale dei FSM. Praticamente un villaggio immerso nella giungla dove sono stati eretti gli edifici del governo e alcune ambasciate.
Alla periferia di Kolonia si erge la Sokehs Rock, uno sperone di basalto che domina la baia e il porto. Una strada costruita dai giapponesi durante la Guerra Mondiale raggiunge la sommità della collina. Ci si può andare a piedi in un’ora circa dal parcheggio auto. Nel bosco ci sono alcuni relitti di guerra lasciati dai giapponesi e ho incontrato un gruppo di pohnpeiani che cercavano funghi. In cima il paesaggio è notevole. Lo sguardo spazia verso la barriera corallina, verso la baia di Kolonia e in giornate di buona visibilità si riescono a vedere anche alcuni degli atolli esterni. Se avete la possibilità andate a visitarne uno, cosa che io non ho potuto fare per le avverse condizioni meteo. Quello più facilmente raggiungibile è l’Ant Atoll, ma anche Pakin Atoll e Pingelap Atoll, entrambi abitati, valgono il viaggio.
A proposito del Pingelap Atoll racconto un fatto curioso: una parte della popolazione di questo atollo non possiede la visione a colori. Vedono solo in bianco e nero, a causa di una disfunzione genetica ereditaria. Il difetto si chiama acromatopsia ed è dovuto alla mancanza dei coni nella retina, cioè di quelle strutture che consentono la cromia visiva. Il difetto genetico fu trasmesso da un indigeno alle sue mogli e poi si è ripresentato nelle generazioni successive a causa della consanguineità dei matrimoni per la mancanza di contatti con l’esterno. Ciò dà anche l’idea dell’isolamento pressoché totale in cui alcune genti di queste isole abbiano vissuto per secoli. L’atollo di Pingelap è detto “l’isola dei senza colore”.
Durante il giro dell’isola mi ha accompagnato come guida Mario Hachibelmohl, uno yapese in servizio al PCR hotel trasferitosi qui da piccolo, che è stato utilissimo nel fornirmi informazioni sui luoghi e sulle abitudini di vita dei locali.

Nan Madol e il mistero di Atlantide

Micronesia_45Pochi immaginano che in questa remota isola del Pacifico si è sviluppata una civiltà capace di opere di ingegneria strabilianti.Il periodo di maggior fulgore per Pohnpei fu tra il 500 e il 1500, quando regnò sull’isola la dinastia dei Saudeleur (letteralmente “Signori della terra vicina”). Il Saudeleur regolava e garantiva l’uso della terra della classe dirigente alla gente comune. A lui doveva essere pagato un tributo di frutta e pesci. Col tempo i sovrani Saudeleur fecero erigere sull’isola di Temwen, nella regione di Madolenihmw, un impressionante complesso di castelli, templi, altari, tombe, vasche per l’allevamento di pesci e tartarughe, oltre naturalmente ai quartieri abitativi per la popolazione. C’era persino il centro delle comunicazioni (a tamburo), chiamato Pehikapws Sapwawas e un ospedale. Per far posto a tutti questi edifici, costruirono sul fondale corallino un gruppo isolotti artificiali attraversati da una miriade di canali collegati tra loro. Questa era la città insulare di Nan Madol, che per la sua struttura è detta “la Venezia del Pacifico”.
L’area archeologica oggi visitabile è composta da 96 piccoli isolotti corallini collegati fra loro da una rete di canali artificiali e ha un’estensione di circa 18 km². La più grande struttura ancora in piedi è il Nan Douwas, un tempio le cui mura perimetrali si innalzano per 8 m e al cui interno si trovano delle cripte funerarie. Secondo analisi effettuate con il radiocarbonio, la costruzione di Nan Madol risalirebbe al 1200 d.C., ma dagli scavi archeologici effettuati si presume che la zona forse fosse abitata fin dal 200 a.C.
I Saudeleur erano dominatori dittatoriali e sanguinari, ma militarmente piuttosto sprovveduti. Verso il 1520 un gruppo di guerrieri provenienti dalla vicina (si fa per dire) Kosrae al comando del condottiero Isokelekel raggiunse Nan Madol. Il sovrano Saudeleur allora regnante, Saudemwohl, ignaro del pericolo che stava correndo mandò delle barche a dare il benvenuto ai visitatori. Ma Isokelekel quando fu sull’isola sguinzagliò i suoi guerrieri alla conquista dei villaggi, prese il potere a Nan Madol, si impadronì di Pohnpei e nominò sé stesso Nahmwarki, cioè “capo supremo”.
La cosa curiosa è che sia il sovrano Saudemwohl che l’usurpatore Isokelekel fecero una brutta fine. La leggenda narra che il re Saudemwohl fuggì per paura di essere ucciso e si rifugiò su una collina, dove trasformò se stesso in pesce. I pohnpeiani sono convinti che sguazza tutt’ora in un laghetto.
Un’altra leggenda ancora più curiosa riguarda la fine di Isokelekel. Un giorno, mentre era nel luogo di preghiera detto Piekapw, Isokelekel vide la sua immagine riflessa in una pozza. Rendendosi conto di essere ormai vecchio, decise di farla finita in una maniera quantomeno discutibile. Si fece appendere per i genitali alla sommità di una palma. I piegamenti dell’albero esposto al vento gli strapparono gli organi, cadde a terra e morì dissanguato. Beh…. Tafazzi al confronto è un dilettante.
Leggende a parte, che cosa sia successo dopo, perché Nan Madol sia andata completamente distrutta, nessuno storico è stato capace di stabilirlo in maniera inequivocabile.
Ci sono varie ipotesi:
– che Isokelekel e i suoi guerrieri abbiamo completamente raso al suolo il complesso di Nan Madol
– che i sovrani di Nan Madol abbiano a un certo punto abbandonato la città perché non avevano abbastanza schiavi e entrate tributarie per mantenerla
– che un terremoto abbia abbattuto gli edifici e un’epidemia annientato la popolazione
– che uno tsunami abbia sconvolto queste coste e fatto crollare tutto ciò che era stato costruito
L’ultima è l’ipotesi più accreditata.
Molti altri sono i misteri nascosti tra le rovine di Nan Madol. Le colonne e i blocchi di basalto usati per le costruzioni pesano da 2 a 9 tonnellate. Questo materiale si trova solo sull’isola principale, nella zona della Sokehs Rock che dista una quarantina di km da qui. Ma a quell’epoca non c’erano strade. I Saudeleur avevano solo canoe e piroghe a bilanciere: come hanno potuto con questi gusci galleggianti trasportare pietre tanto pesanti?
Inoltre, alcuni degli stipiti angolari del Nan Douwas, il tempio principale, sono in granito rosso, una pietra che a Pohnpei proprio non c’è: come è arrivata fin qui? E poi, ammesso che fossero riusciti a trasportare le pietre, per erigere gli edifici avrebbero avuto bisogno di argani, gru, mezzi per il taglio e la squadratura dei blocchi.
Misteri tutt’ora irrisolti. A sentire gli abitanti della zona, le pietre da costruzione sarebbero arrivate lì da sole volando o galleggiando, chiamate per magia dai sacerdoti che stavano costruendo la città. Il bello è che te lo dicono seriamente. La credenza qui è che “una volta non c’erano le macchine, come avrebbero fatto altrimenti?” In mancanza di risposte scientifiche (storiche, archeologiche) la leggenda assume un’autorevolezza sconvolgente.
L’importanza di questo complesso megalitico, così poco noto, è paragonabile alle rovine inca di Machu Picchu, ai templi di Angkor Wat, ai Moai dell’isola di Pasqua. Magari Piero Angela, se legge questo diario, ci fa un pensierino per una puntata delle sue trasmissioni.
Oggi Nan Madol si raggiunge con tour guidati che partono da Kolonia quasi tutti i giorni. Costo 50-60 dollari, secondo l’operatore. Poi sul posto è consigliabile accordarsi con i pescatori locali (5 dollari a testa) per un’estensione dell’escursione e fare un imperdibile giro in barca tra i canali. In alternativa, si può percorrere un sentiero che tocca una decina di isolotti, ma si vede molto meno. Venite qui prima di mezzogiorno, perché dopo la bassa marea prosciuga alcuni canali impedendo il transito delle barche.
L’alone di mistero che circonda Nan Madol ha spinto alcuni fantasiosi cronisti a formulare l’ipotesi che si trovi qui la leggendaria Atlantide teorizzata da Platone, di cui si favoleggia nei film e nella letteratura.

Il sakau, comune narcotico di Pohnpei

Sakau” è il nome pohnpeiano di una bevanda estratta dalle radici di una varietà di pepe, il “piper methysticum”. Il procedimento è piuttosto complesso e prevede varie fasi: la pulizia della radice, lo sfilacciamento per pestaggio con delle pietre (come fanno i ragazzi nella foto), la trasformazione in una polpa fibrosa che viene inumidita e filtrata in modo da ricavarne un liquido bevibile.
Il risultato finale dell’operazione, che può durare anche 6-7 ore, viene imbottigliato. Ha l’aspetto di una crema torbida marrone. In sostanza, è un estratto vegetale. Ha una consistenza sciropposa e un sapore fangoso e legnoso. Insomma, fa abbastanza schifo.
Per i pohnpeiani, però, il sakau è un rito abituale del sabato sera. Per le strade si incontrano dovunque uomini e ragazzi con le loro brave radici in spalla pronte per essere trasformate nell’agognato sakau. C’è chi arriva a berne una bottiglia intera. Dopo una fase inziale di leggera eccitazione, il consumatore di sakau prova un senso di rilassamento, le membra si intorpidiscono e si perde il senso dell’equilibrio. Alla fine, il torpore coglie tutto il gruppo dei bevitori.
Secondo i pohnpeiani l’effetto del sakau è molto più forte di quello della marijuana, solo che questo non fa male e non dà assuefazione.
In altre parti del Pacifico è più comunemente noto come kava.

Souvenir di viaggio

Qualche suggerimento per portare a casa dei bei ricordi di un viaggio in Micronesia, oltre alle solite magliette, portachiavi, piattini e cianfrusaglie varie:
– a Guam: parei colorati e camicioni floreali. Si trovano in tutti i mall di Hagatna e Tumon. Il più fornito è il Micronesia Mall, vicino all’aeroporto.
– a Palau: le storyboards, bellissime tavolette di legno lavorato a bassorilievo incise con episodi della storia e della tradizione palauana. Costano un po’ (circa 200 dollari per una di 40-50 cm), ma sono uniche. Si trovano anche a Yap.
– a Yap: monili e collane fatte con le monete di pietra, cappelli e cesti fatti con foglie di palma intrecciata, grandi tridacne levigate. Sul piazzale dello Yap Day c’è un banco apposito per la vendita dei lavori fati durante la festa. Negli altri periodi dell’anno i migliori assortimenti si trovano negli shop all’interno degli alberghi.
– a Pohnpei: gli oh-pong, che sono dei lavori a forma di cerchio, tartaruga, fiore, fatti con strisce di corteccia di pandano e inserti di conchiglia e mogano lavorato. I più belli sono quelli fatti da un gruppo di immigrati polinesiani che vive nel quartiere di Kapingamarangi a Kolonia. Costano poco (15-20 dollari per uno di 40 cm di diametro) e li fanno solo qui.
– ancora a Pohnpei: le gonne di tela nera con fregi colorati, come quelle che indossano le donne locali. Si trovano in vari shop lungo le strade. Costano dai 30 ai 60 dollari.
– sia a Palau che in Micronesia: foglietti di francobolli colorati. Comprateli all’Ufficio Postale, dove hanno una sezione apposita per la vendita ai turisti. Negli shop hanno meno assortimento e li fanno pagare di più. A proposito: Palau ha emesso un francobollo dedicato a Elvis Presley un anno prima che gli Stati Uniti si decidessero a farlo.
Ma il ricordo più bello rimarranno le immagini che avete registrato sulla X-card della vostra macchina fotografica o nella galleria dello smartphone.

La difesa dell’identità micronesiana

In questa parte del mondo è in corso una lotta più o meno latente.
Da una parte ci sono le locali popolazioni micronesiane, che cercano di salvaguardare tradizioni e cultura (danze, costumi, cibo, usanze).
Dall’altra parte ci sono gli americani che riempiono le isole di fast-food e ketchup, i supermercati di carne in scatola e patatine fritte e le spiagge di tavole da surf. Il tutto, con tentativi di intromissione dei giapponesi a colpi di sashimi, tofu e alghe nori.
Chi vincerà questo scontro? Purtroppo non è un pronostico difficile. Già oggi le popolazioni indigene appaiono soffocate da tanta ingerenza.
C’è chi reagisce orgogliosamente, come gli yapesi, che hanno la forza di dettare le regole agli occidentali per lo sfruttamento della loro terra, dei fondali e delle risorse del mare.
I palauani invece si stanno lentamente giapponesizzando. Così nei ristoranti ti servono le pietanze sulla tovaglietta di rafia e si aspettano che mangi con i bastoncini. Le guide delle escursioni fanno prima il loro bravo discorso in giapponese, poi dopo che gli hai fatto notare che non capisci un tubo di quello che c’è scritto sul dépliant illustrativo pieno di ideogrammi, con molti sforzi e un po’ di sufficienza fanno una sintesi anche in inglese.
A Pohnpei invece hanno deciso che per sopravvivere devono adeguarsi alle usanze americane. Così mettono la parabola sul tetto della capanna e il Wi-Fi in giardino, ma pochi sanno come comunicare e pochissimi hanno qualcuno con cui farlo. Comprano borsate di hamburger surgelati al supermercato. Imparano a giocare a baseball e a football americano, senza farsene una ragione precisa. Appena finita la high school pensano al proseguimento degli studi a Guam o addirittura negli States.
Salvo poi, alla sera, rifugiarsi nel sakau e nel betel per dimenticare.

Chuuk, Kosrae e più in là le isole atomiche

Micronesia_43La terza delle isole della Micronesia è Chuuk (o Truk, nella vecchia denominazione). Si tratta di un gruppo di isole circondate da una barriera corallina infinita che si estende a perdita d’occhio, tanto da creare un’immensa laguna protetta che durante la seconda guerra mondiale i giapponesi trasformarono in organizzatissima base navale. Nelle acque azzurre di questa immensa laguna giace sommersa una incredibile concentrazione di fregate, cacciatorpediniere, incrociatori, carri, aerei e macchine da guerra varie, a una profondità anche di soli 12-15 metri, tanto che dalla superficie li possono vedere facilmente anche gli appassionati di snorkeling. Con gli anni i relitti arrugginiti sono diventati il regno di circa 60 specie di coralli duri e molli, e di centinaia di specie di pesci di barriera, con contorno di squali grigi e pinna nera che ogni tanto vengono a fare colazione.
Dopo Chuuk c’è Pohnpei, quindi a circa 1000 km troviamo Kosrae che è la più a Est delle quattro isole micronesiane. Con Kosrae finiscono le isole Caroline. Più in là ci sono le isole Marshall, protettorato americano, la cui storia è terribile. Quello che certamente doveva essere un altro paradiso fu sconvolto e sconquassato da una lunga serie di esperimenti atomici svolti tra il 1946 e il 1962. Terrificanti furono gli scoppi delle bombe “Ivy Mike” nel 1952 sull’isolotto di Enewetak e “Castle Bravo” sull’isola di Bìkini (leggi “bìkini” con accento sulla i), nel 1954. I report ufficiali dicono che l’ultimo ordigno nucleare esploso su Bìkini aveva una potenza 1000 volte superiore alla bomba atomica sganciata su Hiroshima.
L’immagine allegata al diario mostra il caratteristico fungo sviluppato a seguito di un’esplosione nucleare sottomarina a Bìkini, nel quadro del programma “Operation Crossroads” pianificato dagli USA nel 1946, che prevedeva una serie di test nucleari terrestri e sottomarini. La foto fu scattata da sistemi automatici di puntamento e fotografia installati sull’atollo. Furono persino appositamente invitati dei giornalisti per seguire l’evento (tenuti a una distanza di 10 miglia marine, cioè 19 km, ritenuta di sicurezza).
Il programma nucleare fu sospeso dopo due test a seguito delle violente proteste di animalisti, ecologisti e organizzazioni umanitarie. La popolazione di Bìkini, evacuata nel vicino atollo di Rongerik, dovette aspettare più di 20 anni per potere ritornare a casa.
Dopo un periodo di pausa i test ripresero, per poi essere ufficialmente interrotti nel 1962.
Pochi sanno collegare il termine “bikini” con la sperimentazione bellica nucleare. Ai più il nome evoca visioni di leggiadre fanciulle in costume a due pezzi che si crogiolano mezze nude sotto il sole. Invece la parola “bikini” dovrebbe ricondurci a fenomeni di tutt’altra natura provocati dal comportamento dell’uomo: qui, in quello che era un paradiso dei mari del sud, anni fa è successo il finimondo. Forse anche dopo 60 anni non tutto è finito. Da alcuni indizi gli effetti della radioattività sembrano essere ancora presenti, soprattutto nell’acqua.
Ma le autorità americane dicono che gli atolli sono di nuovo abitabili, così oggi su Bikini vivono 13 persone, e sugli isolotti vicini altri gruppi di indigeni sfollati sono tornati col passare degli anni. Nelle isole più lontane dall’epicentro degli esperimenti nucleari gli americani hanno costruito due aeroporti internazionali serviti dalla United Airlines (a Majuro e Kwajalein). Oggi, volendo, si può venire qui in vacanza.

Aggiornamento della classifica dei luoghi più belli del mondo

Dopo questo viaggio è necessario aggiornare la classifica dei 10 luoghi più belli del mondo. La classifica considera solo gli spettacoli offerti dalla natura. Non sono comprese le opere dell’uomo che hanno valore storico (domineremmo noi italiani), culturale o ingegneristico, ma solo le opere della natura. Questa è la mia lista personale. Non è una classifica: i luoghi sono elencati in puro ordine cronologico, dall’ultimo visto più di recente fino a quelli dove sono stato prima.

– Rock Islands – Palau
– Lençois Maranhenses – Brasile
– Piana di Dallol – Etiopia
– To Sua Ocean Trench – Samoa
– Waiotapu Thermal Wonderland – Nuova Zelanda
– Bryce Canyon – USA
– Niagara Falls – Canada
– Torres del Paine – Cile
– Valle del fiume Li – Cina
– Cayo Largo – Cuba
– Costiera amalfitana – Italia

Essendo stato ormai una settantina di paesi, è una graduatoria che ha un suo fondamento.
Propongo a chi ha letto questo diario di viaggio di fare la sua lista, poi magari facciamo una classifica generale. Si sa mai che Turistinonpercaso accolga questa proposta.

Ringraziamenti

Grazie a Marz, gentilissima receptionist filippina del Landmark Marina di Koror che mi ha aiutato a organizzare al meglio le escursioni a Palau. Grazie a Richard, noto come “the bettlenut eater”, che è stato la mia guida a Yap, e a Mario che mi ha accompagnato e fatto conoscere Pohnpei.
Grazie all’amico Maurizio che mi ha prestato la macchina fotografica per le foto subacquee.
Grazie a tutti per avere letto il racconto
Kalahngan!

Album fotografico

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Approposito dell'autore
Luigi Balzarini
Luigi Balzarini

Consulente d’azienda ma nel profondo dell’anima viaggiatore e fotoreporter mancato. Ha visitato 78 paesi in tutti i continenti (aggiornamento a giugno 2017) e fatto il giro del mondo almeno 7-8 volte, quasi sempre fai-da-te. Grande appassionato di bridge, spesso finalista ai campionati italiani

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