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DIario di viaggio in Namibia
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DIario di viaggio in Namibia

Di Roberto Moiola28 aprile 2006

DIario di viaggio in Namibia di Roberto Moiola

“UN ALTRA AFRICA E’ POSSIBILE, UN’AFRICA RICONCILIATA CON SE STESSA, CHE DISPONE PIENAMENTE DELLA FACOLTA’ DI PENSARE IL PROPRIO AVVENIRE E DI PRODURRE SIGNIFICATO” (AMInata TRAORE’)

15 e 16 aprile volo aereo con arrivo a Windhoek

Partiamo in serata da Milano, con scalo Francoforte, e arriviamo la mattina successiva a Johannesburg, dopo l’ultimo volo ci porterà a Windhoek. A mezzogiorno siamo in aereoporto, ci accoglie la ragazza della società privata che ci noleggia il fuoristrada. L’aereoporto dista circa 40 kilometri dal centro città. Sistemati i bagagli sul fuoristrada che ci accompagnerà per le due settimane di viaggio, ci rechiamo in albergo. Alla sera usciamo per una prima, ottima, cena. Andiamo al “La Marmitte” in Independece Avenue. Ci era stato consigliato di non girare troppo da soli alla sera in città, potrebbe essere pericoloso. Noi sbadatamente gironzoliamo come se niente fosse, in effetti si rivela tutto tranquillo.

PERNOTTAMENTO: Rivendell, 40 Beethoven Street – P.O. Box 5142 (a 1 km da independence avenue)
Tel: ++ 264 61 25000 (semplice, con abbondante colazione e situato in un ottimo quartiere poco distante dal centro)

17 aprile Windhoek – Rehoboth – Kalahari – Keetmanshoop km 700

Dopo una colazione sostanziosa preparataci da Veronica, la graziosa ragazza che lavora presso il Rivendell, partiamo di buon ora in direzione sud. Imbocchiamo la B1, la principale “autostrada” namibiana che percorre il Paese da nord a sud, una delle poche strade asfaltate esistenti. La velocità consentita è di ben 100 km/h ma il nostro fuoristrada è piuttosto in difficoltà quando si tratta di velocità, sebbene sia un Toyota Condor 3000 del 2004. Viaggiamo sulle note del nostro CD afro, primo acquisto effettuato all’aeroporto. Ci sorprendiamo di incontrare tanta polizia per la strada ma, nonostante il mitra e lo sguardo rude, i soldati sembrano amichevoli e ci salutano con la mano. Notiamo subito la presenza di recinzioni che corrono lungo entrambi i lati della strada e capiamo che si tratta dei terreni appartenenti alle Farms dei grandi proprietari bianchi. L’altopiano centrale che stiamo percorrendo è, infatti, una regione di vasti spazi aperti, dove le città sorgono distanti l’una dall’altra e dove vi sono gli allevamenti bovini e karakul più ricchi. Alle 8 e 30 registriamo il primo incontro ravvicinato con una famigliola di babbuini che ci attraversano la strada. Hanno sguardi aggressivi ma a noi sono comunque simpatici: sarà per la grande somiglianza con la razza umana?! Ci fermiamo e scorgiamo anche un gruppo di tragelafi striati nascosti tra la fitta vegetazione, che appena si accorgono di noi scappano via velocemente. La vegetazione si fa poi più bassa, dominata da cespugli verdi su terra rossa. Molte sono anche le piante di acacia addobbate da nidi di uccello che pendono come palline di Natale. Altri nidi sono costruiti sui pali dell’elettricità. Alle 9 arriviamo a Rehoboth, la prima città che si incontra a sud di Windhoek sulla B1, e ci concediamo un giro per il suo centro. La cittadina è molto popolosa, lungo la via incontriamo molte persone, forse perchè oggi è sabato. Chi va a fare la spesa, chi in banca, chi lavora nel giardino, chi vende il pesce con il carretto spinto a mano e chi gioca a rugby allo stadio. Ci fermiamo a chiacchierare con un gruppo di bambini che ci raccontano di essere tutti fratelli e che frequentano la scuola. Decidiamo perciò di regalare loro un po’ del materiale scolastico che abbiamo portato dall’Italia: matite, gomme, temperini e penne. Loro in realtà ci chiedono qualche moneta, ma pensiamo bene di non dargliela. Appartengono probabilmente all’etnia dei Baster, un gruppo etnico di sangue in parte khoi-khoi e in parte afrikaaner, emigrato a nord dopo aver lasciato la regione del Capo. Lasciamo Rehoboth e dopo pochi chilometri incontriamo il cartello che indica che stiamo attraversando il Tropico del Capricorno. Ci fermiamo per la foto di rito. Incrociamo pochissime automobili; anche se la strada è a corsia singola, si procede come se fossimo in una vera autostrada. Cominciano a scomparire le piante e la vegetazione si fa più rada. Alle 11 svoltiamo per Stampriet e ci inoltriamo nel paesaggio tipico del deserto. Siamo entrati infatti nel deserto del Kalahari, un deserto vastissimo che attraversa ben sette Paesi dell’Africa Meridionale, tra cui, appunto, l’angolo sud-orientale della Namibia. Le dune rosse contrastano con le pietre calcaree e bianche della valle formata dal fiume. La grande quantità di precipitazioni che caratterizza quest’area rende il panorama sorprendentemente punteggiato di arbusti verdi e alberi rigogliosi. (Un alternativa che segnaliamo a questa lunga deviazione è di proseguire per l’autostrada sino a Keetmanshoop, evitando così il deserto). A mezzogiorno siamo a Stampriet: vi consigliamo caldamente di fermarvi per un pochino in questo paese, soprattutto nel sobborgo che si trova alle porte dell’insediamento vero e proprio. Farete la felicità di tutti i suoi abitanti: i bambini si mettono in posa per farsi fotografare e gli adulti sono contenti di scambiare qualche parola con noi. Facciamo un po’ di spesa al mini-mini-market e regaliamo ai bimbi qualche biscotto: sono troppo teneri! La strada diventa ghiaiosa, ma viaggiamo comunque ad una media di 70 km/h. Avvistiamo una nuova specie, lo Xero del Sudafrica, e incontriamo qualche piccolo villaggio e numerose fattorie sparse qui e là. L’emozione sale alle stelle quando incontriamo alcuni sparuti gruppi di zebre, antilopi e springbok. Di quest’ultimo animale ci innamoriamo subito, sia per il suo portamento aggraziato, sia per i suoi simpatici salti verticali (pronk) che spicca tenendo le zampe rigide e la schiena piegata ad arco. Decidiamo di fermarci per un pic-nic in compagnia dei nostri nuovi amici. Roby scatta foto all’infinito e si arrabbia quando gli springbok scappano via senza lasciarsi immortalare. Ancora non sa che questo animale ci accompagnerà per tutto il viaggio. Alle 14 siamo a Gochas, zona in cui hanno avuto luogo i combattimenti tra soldati tedeschi e la resistenza nama nel 1905. Dopo la deviazione per la C17 comincia una strada tutta a dossi, particolarmente panoramica, ed è proprio su uno di questi dossi che, dopo più di 100 km di viaggio, incontriamo un altro veicolo i cui conducenti ci salutano calorosamente. La polvere alzata dal camion offusca la vista per qualche minuto e ci costringe a fermarci. Alle 16.30 passiamo per Koës, ma non ci fermiamo perché siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia. Ci rendiamo infatti conto che il sole tramonta molto presto e che cala molto velocemente. Il nostro proposito di vedere la Kokerboomwoud al tramonto è quindi troppo ottimistico. In questo periodo il sole tramonta addirittura alle 17.15 e alle 18 è già notte fonda. I 700 km percorsi in giornata non ci sono pesati, sia per la grandissima varietà del panorama, sia per l’emozione nell’avvistare i primi animali della savana. L’incontro più piacevole della giornata è stato quello con un allegra famigliola di suricati, che come marmotte, entravano e uscivano sospettosi dai loro labirinti di tane sotterranee. Giunti nella cittadina di Keetmanshoop, con più benzinai che case, non fatichiamo a trovare il B&B dove abbiamo prenotato. I proprietari ci accolgono calorosamente, anche se forse avevano ormai perso la speranza di vederci arrivare. In Namibia i negozi chiudono già un’ora prima del tramonto, la gente cena molto presto e va a letto altrettanto presto ed è pertanto piuttosto difficile incontrare delle persone per strada. Hendrik, il proprietario del B&B, ci consiglia di cenare al Canyon Hotel, nella zona sud della cittadina. E’ un hotel piuttosto lussuoso, anche se, forse a causa dell’orario, l’atmosfera ci appare un po’ impersonale e fredda. I camerieri sono comunque sempre gentilissimi: abbiamo addirittura tre persone a nostra disposizione, una per il cibo, una per il vino e una per i consigli. Ci facciamo tentare da un antipasto a base di crêpe ripiena di carne di springbok, per niente inteneriti dal fatto di aver incontrato, proprio qualche ora prima, alcuni teneri esemplari di questa specie. “Così imparano a scappare via così velocemente mentre li fotografavo”, azzarda addirittura qualcuno. La stessa sorte è toccata ad uno struzzo e ad un orice, che ci vengono serviti come secondo, accompagnati da una salsina prelibata che non a caso si chiama “hunters’ sauce”, da noodles e verdura. Entrambe le carni sono molto tenere e dall’aroma selvatico. Da buon gustai non ci facciamo mancare una buona bottiglia di vino rosso del Sudafrica (Nederburg). Mangiamo benissimo e tantissimo, anche il dolce, e spendiamo proprio poco. Il bello è che eravamo preoccupati di patire la fame e di tornare a casa dimagriti!
PERNOTTAMENTO: Pension Gessert (rara cordialità, cura del dettaglio. Da non perdere. Ottimo prezzo)
Email: [email protected] – Sito http://www.natron.net/gessert/main.html

18 aprile Keetmanshoop – Aus – Lüderitz km 350

Ci svegliamo molto presto perchè intendiamo ammirare l’alba alla Kokerboomwoud non distante da Keetmanshoop. Acquistiamo il biglietto presso la Gariganus Farm (20N$ a persona). La Kokerboom, o Quiver Tree, è una pianta molto particolare, appartenente alla famiglia dell’aloe e i cui rami venivano utilizzati dai cacciatori San come faretra per le frecce. Ci sediamo in cima ad una collinetta e aspettiamo che la luce del sole dia un volto a questa foresta. L’area è pungente ma, non appena i primi raggi di sole cominciano a fare capolino dietro le collinette, l’atmosfera si fa tiepida e avvolgente. Le kokerboom punteggiano tutta l’area circostante e protendono i loro rami a ventaglio verso l’alto, rami simili a braccia innalzate in preghiera verso il cielo. Man mano che il sole si alza nel cielo, il tronco delle piante si veste di una tinta dorata e la distesa attorno a noi si anima di cinguettii e vibrazioni di vario genere. Il biglietto d’ingresso comprende anche la visita del Giant’s Playground, un bizzarro giardino di roccia naturale formatosi 170 milioni di anni fa a causa dell’intrusione di materiale igneo nei sedimenti sovrastanti. Facciamo una breve passeggiata lungo il percorso che si sviluppa fra i blocchi di roccia, ma il tempo stringe e una lunga giornata ci attende, quindi ritorniamo al B&B. Qui rimaniamo estasiati di fronte alla tavola imbandita dalla moglie di Hendrik. I proprietari sono delle persone eccezionali. Hanno lontane origine tedesche, come la maggiorparte dei proprietari di Guest House e ristoranti, ma tengono a sottolineare di essere e considerarsi namibiani genuini. La coppia, oggi in pensione, si dedica con passione alla gestione del B&B e la cura per il dettaglio traspare in ogni particolare: fiori freschi, marmellate fatte in casa, frutta buonissima e mousse da fare invidia ai migliori chef. Davide si fa tentare dalle Scrambled Eggs con Bacon, sotto lo sguardo stupito ed esitante di Roby. La gola avrà però presto il sopravvento anche per lui! “Sono stato poliziotto mentre mia moglie lavorava come chirurgo nella clinica di Keetmanshoop. Adesso siamo in pensione e ci divertiamo servendo colazioni e dando ospitalità ai turisti”. E, credeteci, lo fanno in un modo veramente delizioso. “I nostri figli vivono a Cape Town, dove lavorano e frequentano l’università, e a farci compagnia sono rimasti il nostro bassotto, il pappagallo parlante e i viaggiatori. Quando siamo stanchi di lavorare ci concediamo un po’ di relax nella nostra fattoria vicino ad Helmeringhausen, anche se in realtà c’è più da lavorare lì che al B&B”. I Gessert ci danno infine qualche consiglio per il viaggio. “Il paesaggio che incontrerete è davvero sorprendente ma è soprattutto dopo Aus che diventa incantevole. La strada procede attraverso dolci collinette. In cima ad una di queste, fermatevi, scendete dall’auto e guardatevi attorno. Se in quel momento sentirete qualcosa, allora significa che avete scelto la meta giusta per voi. Altrimenti, … beh, vi consiglio di tornare subito a casa!”.
Facciamo un giro veloce per la cittadina, quanto basta per capire che le attrattive principali di questo luogo sono il B&B dei Gessert e i manicaretti del Canyon Hotel. Ci avviamo quindi verso Lüderitz. Dopo mezz’ora siamo già fermi, ci concediamo infatti una birra a Seeheim, uno dei posti più desolati al mondo. Siamo infatti in un albergo che ha goduto di grande notorietà durante il periodo coloniale, ma la cui atmosfera si è fermata proprio ad un secolo fà. Riprendiamo il viaggio ed ammiriamo i continui cambiamenti di paesaggio. Distese immense si estendono in tutte le direzioni e il nostro sguardo, abituato ai limiti imposti dalle grandi città, è finalmente libero di spaziare senza alcuna costrizione. Ci fermiamo un momento, scendiamo dalla macchina ed ammiriamo: il Nulla, o forse il Tutto.
Facciamo una breve sosta ad Aus, una tranquilla località a 125 km a est di Lüderitz, giusto il tempo per fare benzina e guardare la chiesa o i pochi passanti (il rischio di restare a piedi con l’auto è stato davvero altissimo. La cartina stradale ci indica benzinai che purtroppo notiamo non più esistere… fate sempre la benzina appena potete, anche se avete ancora metà serbatoio… le distanze tra un benzinaio e un altro possono essere talvolta come da Bologna a Roma!!!). Notiamo che stanno costruendo la linea ferroviaria, anche se ne rimaniamo stupiti perchè, una volta nelle vicinanze di Lüderitz, troviamo i binari completamente sommersi dalla sabbia. Tra Aus e la costa la via si snoda infatti attraverso il desolato territorio del Namib meridionale, dove il vento spesso spinge le dune barcana fin sulla strada. Dieci chilometri oltre Aus avvistiamo i famosi cavalli selvaggi del deserto, gli unici esistenti al mondo in grado di adattarsi al difficile ambiente desertico . Ci fermiamo per un po’ al nascondiglio allestito da alcuni appassionati e da lì ammiriamo i cavalli all’abbeverata.
Arriviamo a Lüderitz a metà pomeriggio e, dopo esserci insediati nella nostra nuova sistemazione (Hansa House, semplice ma confortevole), facciamo una passeggiata sul lungomare. Il clima è piuttosto freschino, soprattutto a causa della fredda corrente del Benguela che soffia da sud. L’atmosfera è comunque molto romantica anche se tipicamente europea. Per le strade incontriamo molti bianchi, non solo turisti ma anche gente del posto. Lüderitz è stato infatti il primo insediamento tedesco fondato sul suolo namibiano, il luogo da cui cominciò la conquista coloniale della ex-SWA (South West Africa). I suoi edifici in stile coloniale ed in Art Nouveau, la chiesa luterana in cima alla collina, le pasticcerie e i caffè sono tutte testimonianze dell’importante presenza tedesca in questo Paese, soprattutto nelle regioni meridionali. La cittadina sembra essersi fermata a cento anni fa e ad aver trascorso indisturbata il secolo delle grandi innovazioni e dei grandi stravolgimenti. Anche noi ci sentiamo un po’ “fuori dal mondo”, lontani da tutto ciò che caratterizza la nostra realtà quotidiana, dalla frenesia, dallo stress e dalla modernità. Un tramonto indimenticabile conclude al meglio questa giornata.
Ceniamo al Nest Hotel, dove però rimaniamo molto delusi dal buffet. Lüderitz è infatti famosa per i suoi crostacei e per le ostriche, mentre qui troviamo i più banali merluzzo e pollo. Decisamente meglio i buffet in stile “All you can eat” di Las Vegas!!! Ma ricordiamoci che “Non siamo mica gli Americani”…
PERNOTTAMENTO: Hansa Haus Gästehaus (posizione incantevole con appartamento semplice ma indipendente, prezzo modico come da standard namibiano)
Email: [email protected][email protected]

19 aprile Lüderitz e dintorni km 100

Siamo ormai abituati agli orari africani; complici la luce del sole, già alto alle 6 e 30, e i rumori provocati dai vicini di stanza, ci svegliamo alle 6 e 45 senza nemmeno aspettare il suono della sveglia. E’ una bellissima giornata, cielo limpido e mare blu intenso. Il proprietario della nostra Guest House ci accompagna al molo dove incontriamo l’equipaggio della barca a vela Sedina che ci condurrà al largo della costa di Lüderitz. Prima però consumiamo una colazione sostanziosa al bar sul molo: che bello, mangiamo all’aperto, su un tavolo di legno e all’ombra dell’ombrellone, in vero stile mare. Visto che la nostra voglia di pesce è rimasta insoddisfatta, ordiniamo delle Seafood Omelette, uova cozza gamberetti e altri frutti di mare… una vera delizia. Speriamo di non stare male in barca! Alle 8 salpiamo alla volta di Diaz Point, la punta della penisola che si estende a sud di Lüderitz, su cui è approdato, nel lontano 1488, il navigatore portoghese Bartolomeo Diaz. Il paesaggio è davvero sorprendente: mare blu, fortunatamente piuttosto calmo, a destra le propaggini meridionali del deserto del Namib che si tuffa direttamente in acqua e a sinistra la costa spoglia e monotona della baia. Pensiamo che non molto sia cambiato da quando gli esploratori sono giunti qui più di 500 anni fa. Durante il tragitto ci fanno compagnia alcuni delfini giocherelloni che si divertono a nascondersi sotto la prua e a suscitare, ad ogni salto o acrobazia, il nostro stupore. Ci sembra di essere tornati bambini e se non fosse per il freddo vento e l’acqua gelida, ci piacerebbe tuffarci e nuotare con loro. Siamo ancora emozionati dall’incontro con i delfini quando intravediamo i primi gruppio di otarie e pinguini del capo. Le prime sono sdraiate al sole su un piccolo promontorio, piuttosto goffe nei loro movimenti. I pinguini sono più piccoli di quando immaginavamo, ma comunque simpatici e buffi. Sulla via del ritorno chiaccheriamo un pò con Gunter, il nostro skipper, un ragazzo di origine tedesca ma che ormai si sente un namibiano vero: “le persone sono come le piante, appartengono al luogo in cui mettono radici”. D’altra parte ci spiega di essere nato qui, così come suo padre e sua madre. E’ stato suo nonno ad emigrare in Namibia dopo la seconda guerra mondiale. “Ho vissuto un pò qui e un pò a Swakopmund. Sono stato anche in Germania dove ho molti amici e numerose ex-girlfriends! Ora sono contento di essere tornato a Lüderitz e del lavoro che faccio”. Chiediamo a Gunter di spiegarci come stanno evolvendo le relazione sociali in Namibia… ci sembra ben disposto a parlarne. “Quando andavo a scuola io, gli istituti erano divisi tra bianchi e neri, i miei compagni erano tutti bianchi. Ora invece le scuole sono miste, aperte a tutti, e questo aiuta fortemente la nuova generazione nell’abbattere certi pregiudizi sociali. Certo, l’apartheid, sebbene abolito legalmente, è duro a morire. Le persone anziane sono ancora molto razziste, l’economia è ancora in mano ai bianchi, ma le cose stanno gradualmente cambiando, a differenza di quanto avviene in Sudafrica, dove le restrizioni sono ancora una realtà, nonostante le lunghe lotte per la parità dei diritti. Ma lì è più difficile perchè sono in tanti, mentre noi siamo meno di due milioni di abitanti in un territorio vastissimo… è lecito dire che c’è posto per tutti!”. Approfittiamo della sua disponibilità per farci spiegare il motivo di tutte le recinzioni che corrono ai lati delle strade. Il suo volto si fa un pò corrugato ma ci risponde prontamente: “Le recinzioni delimitano le proprietà private, ovvero farms estese anche migliaia di ettari. Queste recinzioni sono il simbolo di quanto di negativo è accaduto nel passato. Esse sono state e sono tuttora un male per gli animali, che da un giorno all’altro si sono visti negata la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, andando incontro anche alla morte quando la zona in cui erano stati rinchiusi non conteneva delle pozze d’acqua. Ma soprattutto sono il simbolo dell’arroganza dell’uomo bianco, arrivato qui da lontano con i barili di whiskey, con il quale “acquistavano” i terreni dagli indigeni completamente ignari del concetto di proprietà privata”. Dopo la foto di rito, salutiamo Gunter e il suo collega e ci dirigiamo a Kolmanskopp, la città fantasma, che sorge a dieci chilometri da Lüderitz.
Optiamo per una visita guidata e, quando incontriamo la nostra guida, scopriamo di essere gli unici turisti del gruppo, meglio così!! In effetti in questi giorni abbiamo incontrato pochissimi turisti e Gunter stesso ci ha confermato che la maggioranza dei visitatori arriva a Luglio e Agosto. Cominciamo la visita dal teatro della città. La guida ci racconta degli anni di splendore di Kolmanskopp e della sua decadenza. Passeggiando tra quel che rimane delle case ci sembra di venire catapultati nel passato, anche se ci vuole parecchia immaginazione per pensare che fino a pochi decenni fa questa è stata una fiorente e vivace cittadina di ben 1600 persone. La sabbia ormai si è impadronita degli edifici abbandonati, alcuni dei quali non sono accessibili perchè pericolanti. Visitiamo i vari edifici tra cui il casinò, la sala con le piste da bowling, il teatro, un negozio, la macelleria e ghiacciaia, la panetteria, l’ospedale e le abitazioni delle principali figure di Kolmanskop: il direttore della miniera, l’architetto, il contabile, l’ingegnere, il furiere e i medici. Durante la visita prestiamo molta attenzione alle parole della guida ma lo sguardo a volte si perde nella sabbia alla ricerca di qualche luccichio… Oltre gli ultimi edifici della città fantasma scorgiamo il confine della famosa Sperrgebiet, la Diamond Area 1, quel vasto territorio in cui si continua incessantemente e con successo a portare alla luce i bellissimi diamanti che hanno fatto la fortuna di Kolmanskopp fino a quando la sede della CDM (Consolidated Diamond Mines) è stata spostata a Oranjemund, al confine con il Sudafrica.
Trascorriamo le prime ore del pomeriggio girando un pò in auto tra Lüderitz, Diaz Point e Grosse Bucht. C’è chi vorrebbe addirittura fare il bagno, immediatamente dissuaso dal gelo dell’acqua e dal forte vento. Ci arrampichiamo sul promontorio di Diaz Point su cui si erge la famosa croce e da cui si gode di un ottimo panorama. Lo sguardo va poi inevitabilmente a finire sul pittoresco faro e sulle otarie che faticano a stare aggrappate alle rocce infrante dal mare che si è fatto burrascoso. Solo due di noi però si ricorderanno di tali meraviglie… il gentilsesso infatti ha optato per la via dei sogni! Prima di tornare all’alloggio ci mettiamo alla ricerca dei fenicotteri che abitualmente trascorrono le ore pomeridiane nelle numerose spiagge della baia, ma senza successo. In una di queste spiagge troviamo il relitto di un’imbarcazione, un’inaspettata anteprima della Skeleton Coast.
Dopo un breve sonnellino, ci dirigiamo alla volta di Agate Beach, che molti in paesi ci hanno consigliato. Poco prima di raggiungerla incontriamo, in una rigogliosa oasi artificiale alle spalle della quale si estende infinito il deserto del Namib, vari esemplari di orici e springbok . L’emozione nel vederli così numerosi e mansueti è forte e mentre loro brucano pacificamente noi li ammiriamo e facciamo qualche fotografia con la calda luce del tramonto. Alla fine per noi sono il primo vero e proprio approccio con la fauna namibiana. Alla fine scopriamo che Agate Beach non è altro che una squallida spiaggia piena di cespugli dove non vale la pena di venire se non particolarmente malinconici… per noi questo piccolo fuori programma è stato però molto interessante.
Per la cena seguiamo il consiglio del gestore della nostra guest house che lavora anche come cuoco al Ritzi Restaurant. Ci concediamo così il lusso di un’abbuffata di pesce in riva al mare. Tra delicate ostriche, gustosi gamberetti e succulenti calamari, raggiungiamo l’apice con una favolosa aragosta. Il talento del cuoco è fuori discussione, la cortesia del personale notevole e l’ambiente davvero accogliente. Insomma un posto da non perdere anche per il prezzo: 12€ circa a persona. Alla fine, uscendo quasi in bilico per il vino bevuto, ringraziamo il personale con uno spassionato “Number One, Ritzi Forever!”

20 aprile Lüderitz – pista D707 – Sesriem – Sossusvlei – Weltevrede km 550

Lasciamo Lüderitz poco dopo l’alba. Ci sorprendiamo di esserci affezionati a questa cittadina in così poco tempo e un pizzico di malinconia ci assale quando salutiamo il gestore del nostro alloggio, però, appena ci rimettiamo in strada, ritorna tutto il nostro entusiasmo, pronti per un’altra giornata indimenticabile. Ripercorrendo l’autostrada verso Aus ci fermiamo di nuovo al punto di osservazioni dei cavalli da cui riusciamo ad avvistarne un gruppo all’abbeverata. Alle 9 lasciamo l’autostrada e prendiamo a nord la pista che sale verso Helmeringhausen. Prima di raggiungerla deviamo sulla strada D707. Questa deviazione si spiega con il fatto che durante la programmazione di questo viaggio abbiamo letto su un sito internet che essa è la “più bella strada della Namibia”. Qui il paesaggio si dipinge di verde e le praterie sono incorniciate da basse colline. La vegetazione e l’ambiente cambiano in continuazione: si passa dai toni accesi del verde, al marrone delle zone più aride, per finire con il rosso delle prime dune del deserto. Vi consigliamo, pertanto, se come noi siete diretti a Sesriem, di percorrere questa strada, forse un po’ meno mantenuta (anche se comunque perfettamente accessibile) ma sicuramente più interessante dell’alternativa C19. Il percorso è allietato anche dalla presenza di diverse specie di animali: struzzi, volpi del capo e gli immancabili orici e springbok. Parte del tragitto si snoda all’interno della Namib Rand Nature Reserve, la riserva privata che confina con il Namib Naukluft Park. E’ la riserva privata più grande dell’Africa australe, e ospita una grande varietà di animali. Il paesaggio spazia da praterie desertiche a montagne selvagge e isolate. Soltanto alla fine il percorso si fa più accidentato e noioso. La schiena è quasi a pezzi, i piloti pensano di essere alla Parigi-Dakar quando talvolta sopra pensiero raggiungono persino i 100 km all’ora… su strada sterrata!
Giungiamo a Sesriem molto prima di quanto avessimo programmato e, sebbene un po’ stanchi del lungo viaggio, decidiamo di anticipare la visita al parco, così da poter godere delle ultime ore di luce dall’alto di una duna. Acquistiamo il biglietto di ingresso al parco all’ufficio informativo di Sesriem, poco più di una baracca, e percorriamo i 45 km di strada, asfaltata ma costellata di buche, che ci separano dalla duna 45. A guardare le cartine non sembrerebbe di percorrere così tante miglia ad ogni spostamento. Il deserto si estende tutto intorno a noi, regalandoci, ad ogni curva, un’emozione diversa. Il sole scalda le dune alla nostra sinistra creando dei giochi cromatici che variano dal color albicocca, all’arancione, al rosa. Le dune alla nostra destra sembrano invece più chiare, un misto di beige, sabbia e crema, ma sappiamo benissimo che è solo questione della posizione del sole. Saliamo sulla cima della duna 45; ogni passo ci regala una nuova emozione, ma è quando siamo sulla sua morbida vetta che veniamo travolti da una sconfinata sensazione di libertà. Tutt’intorno ondeggia un mare calmo di dune e noi, sopraffatti da un istinto infantile da tempo sopito, ci tuffiamo lungo le pendici rotolando in profondità. I granelli di sabbia si intrufolano dispettosi in ogni dove, tanto che ad un certo punto ci sembra di essere diventati parte di questo ambiente incantato. E la magia di essere soli prosegue anche qui.
Al tramonto il parco chiude. Ci affrettiamo quindi velocemente verso l’uscita per non rischiare di rimanere chiusi dentro. Lasciamo Sesriem in direzione di Solitaire. Dopo ben altri 48 km di chilometri di strada sterrata raggiungiamo, nel bel mezzo della notte africana, il Weltevrede, dove ceniamo con enorme ritardo, rischiando di rimanere a pancia vuota (sono le 19,30). Prima di coricarci approfittiamo dell’incredibile limpidezza della serata per ammirare la volta celeste. E’ uno spettacolo mai provato, miliardi di stelle dipingono il cielo accompagnando l’intermittenza regolare del suono delle cicale. Mai vista cosa simile… il luogo abitato più vicino a noi disterà almeno 200 km, non esiste alcun tipo di inquinamento luminoso. In mezz’ora vediamo più stelle cadenti che in tutta la nostra vita. La via lattea appare in tutto il suo splendore. Ma visto che vorremmo di nuovo provare simili sensazioni, scappiamo in fretta verso il bungalow quando il ruggito di un leone in lontananza spezza questo concerto della natura.
PERNOTTAMENTO: Weltevrede Guest Farm (un pò distante dall’entrata di Sesriem ma l’unico modo di risparmiare. Non abbiamo avuto particolari problemi, in ogni caso non male ma non aspettatevi molto se non l’ambiente in cui è inserito questo lodge)

21 aprile Weltevrede – Sesriem – Solitaire – Passi del Gaub e del Kuiseb – Walvis Bay km 525

Ci svegliamo come al solito molto presto e, dopo una veloce colazione (il gestore ci ha fatto trovare due packet breakfast con uova, toast con carne di springbok, toast al formaggio e succo, ma per il momento ci limitiamo a bere the e latte, il resto verrà sicuramente utile più tardi!), lasciamo il Weltevrede e torniamo a Sesriem. Lungo i 47 km che li separano incontriamo numerosi springbok e orici, anche loro, come noi, appena svegliati ma già pronti ad esibirsi in salti e corsi. Parte del percorso si addentra nel Parco del Naukluft, e qui la selvaggina si fa più numerosa. Alle 7 siamo alla reception, dove paghiamo di nuovo il ticket di ingresso (30 N$ a testa + 20 N$ per l’auto) e ripartiamo alla volta di Sossusvlei.

I due punti estremi del parco distano 65 km e la strada, sebbene asfaltata, è molto accidentata e si rischia facilmente di perdere una ruota. Gli ultimi 4 km possono essere percorsi solo con un 4×4, poichè la strada si trasforma in un labirinto sabbioso, dove è facile restare bloccati. Il sole appena sorto illumina le dune e le copre di un caldo mantello rosa-arancio. L’atmosfera si fa calda e coinvolgente, nonostante l’aria sia ancora piuttosto frizzante. Parcheggiamo a Sossusvlei e decidiamo di dedicarci ad attività fisica salutare, soprattutto dopo l’inatività e le abbuffate degli ultimi giorni. Seguiamo il percorso segnalato come Deadvlei, che sale dolcemente tra le basse dune di fronte a noi. Superate le prime due, ci troviamo in un luogo che mai avremmo immaginato. Siamo nel pan di Sossusvlei, un catino naturale che, le rare volte in cui la stagione delle piogge è molto abbondante, si riempie di acqua diventando un oasi per mammiferi ed uccelli. A noi si presenta completamente asciutto, ma per questo non meno affascinante. Sul suo letto, costituito da fango essiccato in forme così perfette da fare invidia ai migliori pavimenti realizzati dall’uomo, crescono scheletri di piante che contribuiscono ad accrescere la sensazione di straneamento che aleggia qui intorno. A questo paesaggio desolato fanno da cornice le dune più alte del mondo, che creano un contrasto ben riuscito tra i colori sfavillanti e il grigio monotono.

Appena Roby e Davide vengono a sapere di essere di fronte alle dune più alte del mondo, il loro istinto di alpinisti, in questo periodo completamente assopito, si risveglia improvvisamente e i due partono all’attacco della duna. A noi due donzelle non rimane che seguirli. L’ascesa è molto più faticosa del previsto poichè, invece di seguire la comoda traccia che sale lungo la cresta della duna, affrontiamo la salita lungo la parete stessa della duna, lungo quello che le guide locali definiscono “crazy way”.. non fatichiamo ad immaginarne il motivo. Alla pendenza non indifferente della duna, si aggiunge il fatto di camminare sulla “sabbia fresca” e di sprofondare ad ogni passo. Sfiniti e quasi sconfortati dalla grande fatica, raggiungiamo la vetta procedendo a gattoni. Ci sediamo in contemplazione sul crinale, orgogliosi di aver scalato la duna più alta del mondo (da 280 a 320 mt a secondo del vento). Rimaniamo così per qualche minuto, poi guardiamo verso il basso: la discesa è ripida, ma la tentazione di sciare a tutta velocità sulla sabbia e troppo forte e così…tre…due…uno…via! Partiamo a tutta velocità, il cuore si balza improvvisamente in gola e in men che non si dica siamo alla base. Troppo divertente, ma troppo breve!

Ritorniamo a Sesriem, dove facciamo benzina e scorta di acqua e ripartiamo alla volta di Walvis Bay. Ci fermiamo a fare colazione a Solitaire e assaggiamo il rinomato strudel di mele. La fama di cui gode questo dolce è sicuramente meritata. Continuiamo in direzione di Walvis Bay. Valichiamo i passi del Gaub e del Kuiseb, ma il paesaggio si fa un po’ monotono.

Raggiungiamo Walvis Bay giusto in tempo per ammirare il tramonto sulla spiaggia. Il sole infuocato si tuffa nel mare facendo da cornice ad un’ aristocratica colonia di fenicotteri rosa. Ci lanciamo sulla riva per scattare qualche foto da vicino, ma non facciamo altro che spaventare questi strani uccelli che spiccano il volo, regalandoci comunque una inquadratura particolare.
Ceniamo al ristorante The Raft che si trova su una palafitta sulla spiaggia. Mangiamo ancora pesce, buono anche se non regge il confronto con il Ritzi di Lüderitz, ormai diventato mitico. E’ un ambiente molto formale e sicuramente poco africano. D’altra parte ci siamo subito accorti che l’intera Walvis Bay ha ben poco da condividere con un insediamento africano. Lungo il litorale vi sono numerose ville esclusive con auto lussuose e giardinieri neri che potano le aiuole. Le strade sono ordinatissime e i prati ben rasati. Gli edifici sono tutti protetti da inferiate e ogni quartiere è piantonato da un guardia. No, Walvis Bay proprio non ci piace, vi aleggia un’atmosfera stana, trattenuta, soffocata. Per tutti questi motivi siamo contenti di ripartire l’indomani molto presto, rinunciando anche alla visita di Sandwich Harbour, anche perchè la guida ci ha chiesto 100€ a testa, e non pensiamo che il posto valga tanto.
PERNOTTAMENTO: Courtyard Hotel Garni (posto carino e confortevole, buona colazione)

 22 aprile Walvis Bay Moon Landscape Welwitschia Drive Swakopmund (Mondesa Tour) km 250

Prima di lasciare la cittadina, ammiriamo l’alba in compagnia di un gruppo di simpatici pellicani e degli immancabili fenicotteri che si intravedono a malapena tra la nebbiolina che sale dall’oceano. Proseguendo lungo la strada che fiancheggia il litorale raggiungiamo le saline, dove ammiriamo una squadra di operai al lavoro tra alte montagne di sale. Facciamo colazione nell’albergo in cui abbiamo alloggiato, un veloce giro per il centro, giusto perchè siamo qui, e ripartiamo verso nord.
Trascorriamo qualche ora visitando il Moon Landscape e la Welwitschia Drive. Ci rendiamo presto conto, tuttavia, che questa scelta non è stata delle più azzeccate. Le Welwitschie sono piante di sicuro interesse e affascinanti per la capacità di adattamento al clima arido del deserto e per il fatto che vantano un’età che supera i 1000 anni. Nonostante ciò, un percorso così lungo per vedere delle piante tutte uguali e neppure molto belle esteticamente e alcuni licheni ci sembra esagerato.
Durante il tragitto verso Swakopmund sfogliamo il numero di aprile del Travel News Namibia e veniamo colpiti da un articolo il cui titolo recita: “MONDESA TOWNSHIP TOUR… A JOURNEY TO ANOTHER WORLD”. Leggiamo velocemente le colonne dedicate a questa escursione ed entriamo subito all’ufficio informazioni turistiche per prenotare il tour che comincia alle 14,30. Sonia e Davide decidono invece di visitare la Swakopmund più europea e di godere della vicinanza del mare. Una scelta azzeccata, dal momento che abbiamo solo mezza giornata da dedicare alla città; così avremo la possibilità di confrontare i due volti di Swakopmund, due volti completamente diversi ma entrambi ugualmente reali e rappresentativi.
All’orario fissato incontriamo Charlotte, la nostra guida nonchè ideatrice di questa attività che senza dubbio può essere ascritta ad un tipo di turismo responsabile. A bordo di un taxi che ci accompagnerà durante la nostra visita, attraversiamo la zona industriale e in cinque minuti siamo a Mondesa, la “Soweto” namibiana. La prima tappa è all'”ufficio” della nostra guida, una piccola casetta in cui Charlotte custodisce orgogliosa le riviste che le hanno dedicato un articolo. Charlotte è una ragazza di 26 anni che è cresciuta e vive tuttora a Mondesa. Prima di dedicarsi a questa attività lavorava come cameriera e come baby-sitter. Poi grazie all’aiuto di persone che hanno saputo consigliarla ed indirizzarla, ha deciso di accettare la sfida che le veniva proposta e, da due anni, accompagna i turisti alla scoperta dell’altro volto di Swakopmund. Di che sfida si tratta è subito evidente. Charlotte, infatti, ci tiene a precisare immediatamente la ragione per la quale crede fortemente in questo lavoro: “E’ un’opportunità per i turisti di entrare in contatto con una cultura diversa e di viverla nella sua quotidianità, anche se solo per qualche ora. Il turismo in Namibia è ancora un white business, organizzato dai bianchi per i bianchi. Il rischio, per chi visita il nostro Paese, è proprio quello di perdere la vera essenza di questa terra, ovvero la commistione di etnie indigene diversissime le une dalle altre e soprattutto lontane dallo stile di vita occidentale delle città”. In effetti, durante i nostri soggiorni a Windhoek, Lüderitz e Walvis Bay, ci siamo più volte stupiti di come queste città abbiano poco a che fare con ciò che l’immaginario collettivo propone come “Africa”. “Inoltre”, continua Charlotte, “questo tour è un’opportunità per gli abitanti di Mondesa, i quali, sebbene abituati al contatto con i bianchi, mantengono ancora un atteggiamento remissivo, se non addirittura sottomesso, nei confronti di quelli che sono stati a lungo i loro oppressori. Queste persone devono capire che le cose stanno cambiando, che anche loro hanno gli stessi diritti dei bianchi, che anche loro hanno qualcosa di interessante da offrire. E’ un’opportunità di incontro, di confronto, di conoscenza reciproca”.
Cominciamo la nostra visita da un edificio messo a disposizione dal municipio per coloro che hanno un’ attività ma non dispongono di un luogo in cui svolgerla. Conosciamo la sarta, che ci mostra con orgoglio alcuni abiti appena confezionati e gli zainetti usati dalle donne per trasportare i neonati, e alcuni meccanici intenti a sistemare quella che dovrebbe essere un’automobile. Poco più avanti si apre un campo di calcio che comincia proprio ora ad animarsi. “Finita la scuola i bambini si incontrano qui a giocare a pallone”, ci racconta Charlotte. Poi si volta verso Roby, lo scruta con circospezione e dopo un po’ gli dice: “Assomigli ad un giocatore di calcio, non sarai mica David Beckam?”. I bambini si radunano attorno a noi e Roby, lasciandosi tentare dal potere del pallone, fa qualche palleggio con loro.
Poco oltre si trova l’edificio dove gli abitanti si recano a pagare le tasse. “Tutti dispongono di elettricità, della TV può godere una famiglia su due mentre il telefono è un lusso”. L’edificio successivo ospita un piccolo ambulatorio, in questo momento deserto se non fosse per un’infermiera sempre pronta ad ogni evenienza. L’infermiera è anche l’unica levatrice del villaggio, e ci spiega che qui si effettuano soprattutto test dell’HIV. Proseguiamo e incontriamo un sacco di gente per le strade. Roby vorrebbe fotografare tutto e tutti, ma Charlotte ci spiega che alcune persone non gradiscono essere riprese e perciò è sempre meglio aspettare un suo cenno o chiedere ai diretti interessati. In realtà ci troviamo presto in una situazione piuttosto bizzarra. Ad uno ad uno i bambini del rione cominciano a seguirci e a saltellarci intorno e, prima timidamente, poi con una certa insistenza, cominciano a chiederci di essere fotografati. Piano piano altri bambini escono dalle loro case e si mettono nelle pose più strane e addirittura le loro mamme cercano la posa migliore per venire immortalate. Visto che la nuova tecnologia ce lo permette, ci viene la brillante idea di far vedere ai bambini le foto sul monitor della macchina digitale. A parole è difficile descrivere il giubilo e lo stupore di queste persone nel vedersi proiettati sul piccolo schermo. Per non parlare di quando faccio vedere loro le riprese fatte con la telecamera. Roby concede addirittura la macchina fotografica ad alcuni bambini e permette loro di scattare qualche foto. Improvvisamente ci sembra di essere passati dal ruolo di visitatori a quello di attrazione per un pubblico sempre più vasto. In effetti siamo gli unici bianchi nella township, difficile quindi passare inosservati. Tuttavia, non ci sentiamo per nulla degli intrusi, anzi, al contrario, ci lasciamo contagiare dall’entusiasmo di queste persone.
Anche Mondesa, che ospita circa 12 mila abitanti, è suddivisa in quartieri. Nel quartiere Ovambo conosciamo Sophie, la mamma di Charlotte, un donnone robusto, con un volto tanto paffuto quanto dolcissimo. Incontriamo anche i tre figli di Charlotte, di 8, 7 e 3 anni. Sono tutti figli di uomini diversi e Charlotte non si è mai sposata. “Tre figli sono tanti, alcune donne ne hanno quattro ma per loro è molto difficile mantenerli. Ai tempi di mia madre le donne avevano 7-8 figli, oggi è diverso, non si possono avere più di tre figli se si vuole garantire loro un futuro dignitoso. Così dopo avere partorito la mia ultimogenita ho deciso di farmi sterilizzare”. Sophie ci fa accomodare in cerchi attorno a lei e ci mostra come si ricava la farina dai chicchi di miglio. E’ un’operazione molto faticosa ma il risultato è, a loro dire, molto migliore di quello che si trova al supermercato. Prima di congedarci, Sophie ci porge un libricino liturgico da cui vuole che leggiamo una preghiera nella traduzione italiana. Tutti ridono nel sentire il suono della nostra lingua, così anch’io chiedo loro di leggere il passo nel loro dialetto, e anche a me il suono sembra molto buffo.
Charlotte ci accompagna al mercato a cielo aperto e durante il giro insiste perchè proviamo i vari prodotti tipici. Su cassette appoggiate a testa in giù sulla terra nuda le donne dispongono in bella mostra filetti di pesce ad essicare. Assaggiamo un frutto simile al dattero (eembe), ma ci tiriamo indietro quando la guida ci offre i vermi dell’albero di Mopane (omagungu)… Li vendono sia cotti che crudi, e lei mangia con nonchalance entrambe le qualità. Su altri banchetti fanno bella mostra di sè le interiora di animali diversi, in un’apoteosi di disgusto, tanto più che la carne attira mosche ed insetti in gran numero. Per non sembrare troppo schizzinosa, accetto un sorso di un beverone energetico a base di farina di miglio sciolta in acqua e chissà cos’altro. Accettiamo anche una specie di muffin caldo e soprattutto cotto!
Il taxi ci raggiunge e ci accompagna al quartiere più povero di Mondesa, in cui vivono ragazze madri poverissime con i loro bambini. Qui non c’è l’elettricità e le case sono fatte di cartone, lamiera, scarti della pubblicità e delle automobili. Le poche persone che incontriamo qui ci sembrano tuttavia non curarsi della miseria in cui vivono e ci appaiono sorridenti e contente della nostra visita.
Torniamo nel quartiere in cui vive Charlotte dove un gruppo di bambini ha preparato uno spettacolo per noi con costumi e danze tradizionali. Scattiamo le ultime foto e promettiamo a Charlotte che stamperemo le più belle e gliele invieremo. Le diamo del materiale scolastico che avevamo portato dall’Italia e le chiediamo di distribuirlo tra i bambini. Lei apprezza il gesto ma ci tiene a sottolineare che l’intera township, e non solo la sua famiglia, beneficia degli introiti del tour. Non ci rimane che ringraziare tutti per le bellissime ore che hanno trascorso con noi e promettiamo loro che faremo tanta pubblicità a questa iniziativa (davvero da non perdere!). Ancora oggi ogni mese ci scriviamo via mail con l’amica Charlotte. Le avevamo promesso un computer usato, purtroppo non sappiamo come fare a recapitarglielo, le poste pare non siano molto efficienti!
Charlotte Shigwedha – Owner Mondesa Township Tours – BOX 2560 – Swakopmund Namibia
(scrivere in inglese e dire che siete amici di Roby e Eva!!!)
Torniamo a Swakopmund, dove alloggiamo all’Hansa Hotel, uno degli alberghi migliori della città ma che in questo periodo affitta le camere a metà prezzo, e ceniamo in un ristorante all’interno dell’antica stazione, il Captain’s Tavern o Inn, dove, ancora una volta, ci concediamo un’abbuffata di pesce, sempre con 15/20 euro a testa.
PERNOTTAMENTO: Hansa Hotel (Abbiamo deciso al nostro arrivo di fermarci qui data l’offerta del periodo. Abbiamo infatti pernottato a metà prezzo in questo hotel in centro che è il più bello di Swakopmund con 4 stelle, e le vale tutte. Colazione da favola: basti pensare a champagne ostriche salmone…!!)

23 aprile Swakopmund – Cape Cross – Skeleton Coast – Damaraland (Fort Sesfontein) km 550

Ci alziamo presto e alle 6.30 siamo già per strada. Più che dalla nebbia che immerge la città in un’atmosfera ovattata, siamo colpiti dal brulichio di persone che già a quest’ora popola le strade. Ci dedichiamo alla caccia di edifici del periodo coloniale: il faro, simbolo della città, la chiesa cattolica e quella luterana, il Bismarck Hospital, la vecchia posta e la vecchia stazione che oggi ospita un centro commerciale. Veniamo attirati dalle vetrine e dai profumi delle numerose Konditorei, in una delle quali entriamo a fare rifornimento per la giornata. Insomma, siamo catapultati di colpo indietro nel tempo, in una cittadina di stampo tedesco che si è fermata però al secolo scorso. Alle 9 ripartiamo verso nord: l’Africa selvaggia ci aspetta!
Alle 10.15 siamo a Cape Cross, acquistiamo il biglietto di ingresso (25 N$) e, dopo un incontro ravvicinato con una coppia di sciacalli, percorriamo i tre km che ci separano dalla famosa colonia di Otarie del Capo. Parcheggiamo l’auto a pochi passi dall’oceano e scendiamo dall’auto per avvicinarci alle foche. Ma, tutti e quattro simultaneamente, risaliamo rapidamente sul fuori strada, sconvolti dall’incredibile puzza che subito impregna i nostri vestiti. Fortunatamente abbiamo una gran scorta di fazzolettini profumati con i quali ci tappiamo il naso, riuscendo così ad avvicinarci agli animali. Davanti a noi una distesa di esemplari che si riposano sopra gli scogli. Alcuni si trascinano goffamente da un punto all’altro, altri fanno il bagno. Resistiamo per soli 10 minuti, poi scappiamo sul fuoristrada e ripartiamo. Pochi chilometri prima dell’ingresso alla Skeleton Coast, prendiamo una deviazione sulla sinistra e raggiungiamo il litorale, su cui, immersa nella nebbia, ci appare il relitto dell’imbarcazione di Winston. Anche l’ingesso al parco della Skeleton Coast prevede il pagamento di un ticket di 25 N$. Ci fermiamo quindi per pagare e per fare l’immancabile foto davanti al cancello di ingresso dominato da due grandi teschi ed incorniciato da una coppia di costole di balena. La strada che corre lungo la costa è piuttosto agevole ed asfaltata, anche se un po’ insidiosa perchè ricoperta dallo strato di sale trasportato dalla nebbia. L’atmosfera è proprio come ce la immaginavamo, grigia e malinconica, soprattutto agli occhi di chi, come noi, è ormai da giorni abituato ai cieli tersi e al sole splendente della Namibia meridionale. Non manchiamo di fare qualche pausa ogni qualvolta un cartello indica la possibilità di svoltare per scrutare verso qualche relitto di nave arenata sulla spiaggia. Per la verità non molto interessante, ma la Namibia ha il potere di rendere tutto interessante, così come una magia anche la nebbia avvolgente della Skeleton Coast riesce a caricarci di entusiasmo.
Appena prima di Palmwag attraversiamo la Red Line, la recinzione che segna il confine tra le farms commerciali del sud e le aree comunali del nord. Ci fermiamo a fare benzina a Palmwag, un’oasi in mezzo a distese pianeggianti, interrotte qua e là da brulle alture rosse. I paesaggio si è trasformato, ha smesso il suo abito lugubre e plumbeo per vestire i colori sgargianti del verde, del blu e del giallo. Siamo infatti entrati nel Damaraland, una zona dalla vegetazione particolarmente rigogliosa, dove è facile incontrare animali delle specie più strane vagare al di fuori dei parchi Nazionali e delle riserve private. A noi capita ad esempio di vedere un bellissimo Kudu. Le sorgenti sparse qua e là e i fiumi effimeri – l’Hoanib, l’Uniab, l’Huab, l’Ugab, l’Omaruru – creano strisce verdi e umide in cui vivono animali selvatici, uomini e bestiame. Ormai il sole sta calando e percorriamo gli ultimi 100 km che ci separano dal Fort Sesfontein al buio.

PERNOTTAMENTO: Fort Sesfontein
(Spartano, troppo caldo e infestato da pipistrelli. Cibo troppo tedesco: mangiate voi se avete il coraggio gelatina come dessert!! Abituati al pesce e alla selvaggina namibiani ci troviamo a dover subire maiale e pollo!!! Consigliamo a chiunque decida un itinerario come il nostro di tirare dritto fino ad Opuwo, per poi magari tornare a Palmwag la notte successiva, quale tappa di avvicinamento al Parco di Etosha.

24 aprile Sesfontein – Kaokoland – Opuwo – Himba – Sesfontein km 250

Partiamo presto dal Fort Sesfontein e ci dirigiamo verso Opuwo, da dove comincerà la nostra visita ai villaggi Himba. Durante i primi chilometri di tragitto teniamo gli occhi ben aperti perchè qualcuno ci ha detto di aver visto un ghepardo sul ciglio della strada proprio la sera prima… sarebbe fantastico vedere uno di questi micioni in libertà. Appena fuori dal centro di Sesfontein cominciano a comparire i primi villaggi tradizionali, per lo più villaggi herero, dove le persone vivono in capanne di legno e si dedicano all’allevamento di capre e mucche. Per la strada incontriamo molte persone a piedi o a bordo di traballanti e precari carretti trainati da asini. Il percorso fino ad Opuwo è lungo e accidentato e si sviluppa attraverso un continuo saliscendi che mette a dura prova il nostro fuoristrada e la nostra schiena. Il paesaggio è comunque incantevole e muta con grande vivacità. Siamo infatti entrati nel Kaokoland, una delle regioni più incontaminate e selvagge della Namibia. Appena imboccata la deviazione verso Opuwo, veniamo bloccati da una donna che ci fa cenno di fermarci. Dal copricapo a forma di corna di mucca e dall’abito ampio capiamo che si tratta di una donna herero. Pensiamo sia una buona occasione per conosce questa cultura più da vicino, così accettiamo di darle un passaggio … anche se non abbiamo capito dove deve andare di preciso. E’ subito chiaro, infatti, che la comunicazione sarà resa difficile dall’assoluta mancanza di una lingua comune. Molte delle persone che vivono in questa zona, e le donne in particolare, non hanno frequentato la scuola e non parlano una parola di inglese. Un po’ a gesti e ad intuito, scopriamo che si chiama Iebeura, che non sa di preciso quanti anni ha (e dall’aspetto esteriore non siamo in grado di attribuirle un’età precisa), che ha 4 figli che studiano ad Opuwo. Pensando di farle cosa gradita, le offriamo un biscotto, che lei accetta ma che scruta e tasta attentamente prima di assaggiarlo. Ne prende dei morsi piccolissimi, e al secondo cominciano ad apparire sul suo volto i segni inequivocabili di disgusto. Capiamo che il suo palato non è abituato ad un gusto così dolce, così le regaliamo una bottiglia d’acqua, che apprezza molto di più. Giunti in prossimità di un villaggio ad una quindicina di chilometri prima di Opuwo, ci fa cenno di fermare l’auto perchè è arrivata a casa sua. Ripartiamo per la cittadina, dove, una volta arrivati, cerchiamo subito un ufficio informazioni turistiche (edificio giallo all’ingresso del villaggio). Qui facciamo la conoscenza di KK, un ragazzo himba che però ha studiato e ha quindi perso le tradizioni che caratterizzano questa etnia. KK ci accompagnerà nella nostra visita ai villaggi. La prima tappa è al supermercato: è buona norma portare dei doni al capotribù quando si fa visita agli Himba. Acquistiamo farina, zucchero, sale, caramelle e foglie di tabacco in grande quantità. Sappiamo bene che le escursioni ai villaggi himba rientrano in quasi tutti i programmi dei tour-operators, quindi immaginiamo che queste persone siano abituate alla vista di persone bianche e soprattutto abituate a ricevere doni e forse anche denaro. L’ultima cosa che vogliamo è la scenetta tipica da villaggio organizzato, dove i locali sono messi lì, pronti ad accoglierti e ad esibirsi in spettacoli più o meno rispondenti all’effettiva realtà. Così chiediamo a KK di portarci dove i turisti solitamente non vanno, dove gli indigeni non ci stanno aspettando. Lui ci pensa un po’ e poi dice: “Qualche villaggio remoto lo conosco, ma la strada per arrivarci e piuttosto lunga e malmessa. E poi rischiamo di arrivare lì e non trovare nessuno. Non posso mica avvisarli telefonicamente che stiamo arrivando!”. Accettiamo la sfida, ignari di quanto ci attende. Ci inoltriamo con il nostro 4×4 verso il confine con l’Angola, territorio al momento del nostro viaggio per niente sicuro. Una ventina di km a nord di Opuwo deviamo per un sentiero che solo KK vede, procediamo cercando di evitare rami, cespugli e buche enormi, guadando alcuni piccoli fiumi dove vengono ad abbeverarsi le capre e dove qualcuno pare stia dando una lavata al proprio corpo. Dopo quasi un’ora di gincane, arriviamo al primo villaggio e KK ci dice: “Restate in macchina fino a quando ve lo dirò io. Io vado avanti e cerco di farmi ricevere dal capo, al quale chiederò il permesso di farvi scendere e trascorrere un po’ di tempo con la sua tribù”. KK scende e va oltre una recinzione, all’interno della quale presumiamo ci siano le capanne. Dopo alcuni minuti ritorna, deluso perchè il villaggio è deserto, tutti sono fuori a lavorare. Proviamo così con un altro villaggio. All’esterno della staccionata troviamo una ragazza himba che ci guarda con evidente curiosità. I minuti successivi sono un susseguirsi di scambi di sguardi tra noi e la ragazza, sguardi di curiosità mista a timidezza ed ammirazione. Ci siamo spiati per quasi dieci minuti e alla fine abbiamo la sensazione di esserci detti più cose con gli occhi di quanto avremmo potuto fare con le parole. KK ci comunica di aver ricevuto il permesso e quindi possiamo entrare nel villaggio. Incontriamo una decina di donne, ragazze che potrebbero avere benissimo 15, 20 o 30 anni, ciascuna con un piccolo addormentato sulla schiena e un neonato attaccato al seno. Altri bambini saltellano intorno, mentre in un angolo ci sono donne anziane (40-50 anni?) che fumano foglie di tabacco. Soltanto un bambino, avrà 1 anno o forse meno, ci guarda spaventato e si tiene stretto alle gambe di sua mamma. Quando ci avviciniamo, scoppia a piangere, terrorizzato. KK ci spiega che questo bambino non ha mai visto un uomo bianco. Chissà, forse le mamme himba, quando rimproverano i loro figli, li minacciano dicendo: “Guarda che se non fai il bravo ti porto dall’uomo bianco”! Gli Himba, che discendono da un gruppo herero, rappresentano l’etnia che più si è mantenuta fedele alle tradizioni ancestrali e che più si ostina a rifuggire il mondo moderno. Vivono in piccoli villaggi circondati da un alto recinto, all’interno del quale uomini e bestiame condividono uno spazio comune. Ogni famiglia ha la sua capanna in legno, anche se la vita si svolge prettamente all’aperto. Gli uomini si dedicano all’allevamento del bestiame e trascorrono la maggior parte del tempo nei campi. E’ per questo che durante la nostra visita incontriamo solo donne, bambini e anziani. Le donne hanno mantenuto il delizioso e inconfondibile abito tradizionale, che consiste in una minigonna di pelle di capra e gioielli realizzati con conchiglie, pelle e ferro rivestiti di ocra e fango. I capelli sono divisi in ciocche ricoperte di terra e sembrano fatti di argilla. Sul capo portano una sorta di coroncina che sta ad indicare che sono diventate adulte e sono pronte per il matrimonio. Ma la loro caratteristica principale è la maschera di burro, cenere e ocra con la quale si cospargono il corpo al fine di contrastare il naturale invecchiamento della pelle. Prima di congedarci i bambini ci regalano un piccolo spettacolo fatto di canti e balli tradizionali. Noi lasciamo i doni al capo tribù e distribuiamo le caramelle ai più piccoli, certi di essere stati noi ad aver ricevuto il regalo migliore. Salutati gli himba e salutato KK, facciamo ritorno al Fort Sesfontein, ma non prima di aver dato una mancia ad alcuni improvvisati che ci danno una pulita esterna alla macchina, reduce oggi da una vera e propria battaglia. Lungo la strada ci fermiamo ancora a lasciare qualcosa in tutti i villaggi che incontriamo , è già forte la malinconia di dover già salutare le persone di questi popoli (Hinmba ed Herero) dal cuore d’oro. Diamo un passaggio a molte persone: una ragazza herero che è appena stata all’ospedale dove le hanno comunicato che probabilmente ha la malaria, una donna con tre bambini, due ragazzi che trascorreranno la serata nei pressi del forte (in fondo, è sabato sera anche per loro!). Al forte ci attende un’ltra cena scadente… dopo le abbuffate dei giorni precedenti, forse è meglio che ci controlliamo un po’, anche se con quello che abbiamo pagato, ci aspettavamo un trattamento migliore.

25 aprile Sesfontein – Hoanib River – Khorixas km 350

Lasciamo il forte alle 7.30 senza provare quella malinconia che aveva caratterizzato i commiati precedenti. Prendiamo la strada che procede oltre il forte e, dopo 9 km, svoltiamo in direzione dell’Elephant Song Camp Site. Abbiamo infatti deciso di dedicare l’intera mattinata alla ricerca del tanto ambito pachiderma e qualcuno ci ha detto che alcuni esemplari sono insediati nel letto dell’Hoanib River, e che è lì che dobbiamo cercarli. Al Camp Site, 10 km dopo la deviazione, paghiamo 20 N$ a testa e 70 N$ per il veicolo per l’ingresso in quest’area. Il ragazzo ci spiega che il fiume si inoltra per circa 70 km, anche se a circa metà altezza si dirama in due parti. Gli elefanti ci sono, ma potrebbero essere ovunque, è quindi molto difficile avvistarli. Iniziamo comunque la ricerca, anche solo per il gusto dell’avventura. Ad ogni pozza d’acqua qualcuno avvista delle orecchie gigantesche che sbattono, proboscidi che raggiungono i rami più alti delle bellissime piante che crescono sul letto del fiume, e zanne bianche e lunghe che ci fanno morire di paura. La realtà è però molto diversa: il fiume Hoanib è praticamente inesistente in questo periodo dell’anno, le pozze si contano sulle dita di una mano e degli elefanti avvistiamo solo gli escrementi. In compenso vediamo numerosi orici, springbok, struzzi e babbuini. Nonostante sia ormai chiaro che gli elefanti non hanno nessuna intenzione di farsi avvistare, l’adrenalina mista a timore aumenta di ansa in ansa, di buca in buca, di sobbalzo in sobbalzo. Ormai al settantesimo chilometro, la speranza comincia a svanire e a lasciar posto ad un pizzico di tristezza, ma ecco che, proprio alla fine del letto del fiume, incontriamo una famiglia di placide giraffe . Che emozione, non ne avevamo ancora vista una in libertà! Scendiamo per la foto di rito ma le giraffe si allontanano con portamento fiero e signorile. Uno spettacolo divertente è vederle correre: sembra che corrino al rallentatore. Rinvigoriti da questo avvistamento proviamo a proseguire ulteriormente, e forse troppo presi da questo clima di avventura rischiamo di finire impantanati in quello che resta del fiume Hoanib. Per fortuna il fuoristrada si rivela formidabile. Ma è proprio il caso di tornare sui nostri passi, si è fatto tardi, un lungo viaggio ci attende: dopo 40km e non aver ancora visto nemmeno una persona, nonostante sia Domenica.
Il nostro programma prevede la visita alle incisioni rupestri di Twyfelfontein, alla vicina area dell’Organ Pipes e della Burnt Mountain, non ultimo alla foresta pietrificata, meglio conosciuta come Petrified Forest. Sono tutti propositi davvero troppo ottimistici, non ci rimane altro che spingere sull’accelleratore per poter giungere ad un orario decente il lodge che abbiamo prenotato per la notte. A Khorizas è già buio da un pezzo e, stranamente, piove: le prime gocce d’acqua del nostro viaggio. Proseguiamo oltre e raggiungiamo il nostro alloggio alle 7 passate, rischiando così di perdere la cena. Siamo alloggiati al Bambatsi Holiday Ranch, una tenuta di 6.000 ettari, di proprietà di una coppia di tedeschi trasferitasi in Namibia 5 anni fa e molto contenti della loro scelta. Non fatichiamo a crederlo. Barbecue al chiar di luna, bagno in piscina e poi via a nanna… domani ci aspetta una nuova avventura.
PERNOTTAMENTO: Bambatsi Holiday Ranch (ranch privato favoloso con terreno sconfinato dove poter vagare liberamente per un escursione a piedi. Vi si trovano addirittura giraffe, kudu, ghepardi… La cena è a buffet, niente di particolarmenet eccelso, cosiccome la colazione)

26 aprile Fingerklip – Outjo – Etosha National Park (Halali) Km 330

Trascorriamo le prime ore della mattinata ammirando il Vingerklip , raro esempio di erosione preistorica, che sorge non distante dal ranch, e facendo una salutare passeggiata all’interno della tenuta, dove vivono numerosi animali: giraffe, kudu, eland, uccelli e ghepardi (questi ultimi tenuti in gabbia e trovati dalla famiglia quando erano appena nati, orfani di madre). In lontananza si notano delle Mesa e dei Buttes molto simili a quelle della Monument Valley americana.
Ripartiamo alla volta dell’Etosha N.P., ma lungo la strada facciamo una sosta a Outjo, una delle cittadine più vivaci che abbiamo incontrato. Pranziamo all’Etosha Garten Hotel dove assaggiamo per la prima volta dei buonissimi medaglioni di zebra e filetto di kudu con mirtilli.
Alle 15,30 siamo all’ingresso dell’Etosha National Park e, sbrigate le formalità d’accesso, ci diamo immediatamente alla caccia di animali. Non passano 5 minuti che, con nostro grande stupore e incredulità, ci troviamo di fronte, a pochi metri di distanza, un nutrito gruppo di elefanti . Ce ne sono di tutte le età e dimensioni, dal tenero cucciolo che si nasconde sotto la proboscide della mamma, al gigantesco pachiderma che sradica una pianta intera con la sola forza delle zanne. L’emozione di essere così vicini a quest’allegra famigliola ci fa quasi dimenticare che gli elefanti possono essere anche pericolosi quando si sentono minacciati. Qualcuno vorrebbe scendere dalla macchina e avvicinarsi, ma fortunatamente nel parco vige il divieto di scendere dal proprio mezzo, se non all’interno dei campi. Ogni anno nei parchi africani molte persone periscono tragicamente in questo sciagurato modo che ci fa rabbrividire solo a pensarlo. Vaghiamo per alcune ore tra le pozze del parco fino a quando l’infuocato sole africano va ad infilarsi sotto la linea dell’orizzonte, giusto il tempo per notare che è giunta l’ora dei felini!
PERNOTTAMENTO: Etosha National Park, Halali Park Camp (bungalow semplici in tutti e 3 i campi, cena a buffet)
DATI PER PRENOTARE i CAMPI di ETOSHA:
Director of Tourism – RESERVATIONS
Private Bag 13267 – WINDHOEK – Namibia
Tel : (+264 61) 23-6975 – Fax : (+264 61) 22-4900
Namibia Wildlife Resorts Ltd.
Tel: +264 61 236975 – Fax: +264 61 224900

27 e 28 aprile Etosha National Park km 300 circa vagando per il parco

Trascorriamo tre giorni pieni all’Etosha, durante i quali abbiamo la fortuna di avvicinare tantissime specie diverse di animali. Gli incontri ravvicinati con zebre , springbok e orici sono all’ordine del giorno. Tra l’altro, questi animali sono qui molto più inclini a farsi fotografare, forse perché più abituati alla presenza umana, rispetto a quelli in libertà. Anche la comunità di giraffe è piuttosto numerosa. Ci rendiamo conto della presenza di questo elegante animale quando incontriamo alberi dalla chioma spoglia nella parte superiore. Le pozze ci regalano momenti indimenticabili, tanto che ci sembra di essere i protagonisti di un documentario: giraffe che si inchinano per bere allargando le zampe con difficoltà, zebre che lottano facendosi lo sgambetto con la testa, elefanti che si immergono nelle pozze e le prosciugano con la loro proboscide . Avvistiamo pure alcuni felini: agili ghepardi in silenziosa attesa di sferrare un attacco comune contro un ignaro gnu, leoni sonnecchianti all’ombra seminascosti dall’erba alta, una leonessa intenta a sfamarsi ai danni di un povero orice e cuccioli saltellanti e birichini. Il Pan è praticamente prosciugato in questo periodo. Non sapremmo cosa consigliare all’interno di un parco così grande (come la Lombardia!!). Crediamo che l’unica soluzione sia quella di gironzolare e sperare che sia la dea bendata a decidere per noi gli avvistamenti. E’ vero che nei Camp ci sono delle bacheche dove leggeri gli avvistamenti della giornata, lasciati dai vari visitatori, ma è altresì vero che nel momento in cui una persona legge tali commenti l’animale in questione può già essere a 50km di distanza. L’incontro più ravvicinato della giornata lo abbiamo all’interno del Camp, dove uno scoiattolo viene a mangiarsi qualche patatina nel momento dello spuntino. La sera , invece, una paziente attesa alla pozza illuminata dell’Halali, premia i più fedeli con un via vai di rinoceronti: una coppia innamorata che si abbandona in un tenero abbraccio di corni e una mamma premurosa che porta a bere il suo piccolo (si fa per dire). E poi iene, scoiattoli, antilopi rosse, antilopi roane, facoceri, fenicotteri e decine di specie di uccelli dai colori più insoliti e sfavillanti.
PERNOTTAMENTO: Etosha National Park, Halali Park Camp (seconda notte)
Namutoni Camp (terza notte)

29 aprile Etosha – Tsumeb – Okonjima km 330

Ci alziamo molto presto e lasciamo il parco non appena aprono i cancelli (aprono all’alba e chiudono al tramonto, è vietato rimanere fuori oltre gli orari stabiliti). Oggi ci attende l’Okonjima, ovvero un’altra indigestione di animali. Lungo la strada ci fermiamo a Tsumeb, facciamo una splendida colazione e, dopo una visita veloce all’Art&Craft Centre e alla Mineral Gallery, ripartiamo verso la nuova meta.
Arriviamo all’Okonjima verso mezzogiorno, giusto in tempo per un gustosissimo brunch offerto dal lodge. Okonjima è un posto piuttosto lussuoso anche se informale e in stile africano. Ci lasciamo coinvolgere dallo spirito del luogo e dalla simpatia e cordialità degli animatori, nonché dalla maestria dello chef. La nostra guida ci illustra il programma della giornata. Trascorriamo un’oretta in piscina e, alle 15, ci troviamo tutti insieme al Lion Mape, un giardinetto vicino alla piscina, per la merenda (ancora cibo?!). Dopo mezz’ora partiamo per l’escursione a bordo di un traballante ma simpatico “bus” aperto: i leopardi ci attendono! La nostra guida, Dietrich, ci conduce in un’area recintata, di non ricordiamo esattamente quanti ettari, in cui si trovano tre leopardi muniti di radio-collare attraverso il quale possibile rintracciarli, se saremo fortunati. Con un’antenna, Dietrich cerca di captare il segnale emesso dal collare. Inizialmente non siamo molto fortunati, poi avvistiamo una femmina di leopardo che però si nasconde nell’erba alta e non ha nessuna intenzione di essere disturbata. Per circa un ora vaghiamo tra le stradine della tenuta, ormai sta tramontando, le speranze di poter avvistare il leopardo sono ridotte al lumicino. Ci avviamo quindi verso l’uscita per far ritorno al lodge e, proprio prima di uscire dal cancello, ecco che ci si para davanti un bellissimo esemplare maschio adagiato elegantemente davanti a noi . E’ un emozione grandissima, un felino dalla portanza unica e dall’eleganza unica: lo ammiriamo per alcuni minuti, poi lo lasciam in santa pace. Anche il dopocena è da non perdere: esso prevede una passeggiata fino ad un nascondiglio da cui osservare la vita notturna nella farm. Rimaniamo lì per circa mezz’ora, durante la quale abbiamo la possibilità di conoscere tre esemplari di porcospino, un animale veramente strano, un irascibile caracul e una iena maculata. Prima di andare a letto ci sediamo attorno ad un caldo falò in compagnia delle guide che ci raccontano della vita della farm. La notte è cullata dal ruggito dei leoni che si trovano a poca distanza dal lodge, non capita tutti i giorni di non avere sonno a causa di tali rumori.
PERNOTTAMENTO: Okonijima – PO Box 793, Otjiwarongo, NAMIBIA (Posto bellissimo e ospitale, cibo superlativo e personale molto simpatico. D’altronde il prezzo non è dei più bassi…. Vediamo però ghepardi, leopardi, leoni, istrici, giraffe, kudu, facocero e molti uccelli)
Tel: +264.67.304.563/4 or +264.67.697.030/1 – Fax: +264.67.304.565

30 aprile Okonjima – Okahandia – Windhoek km 250

Il risveglio non è dei più tranquilli. Dalla terrazza su cui facciamo colazione ammiriamo niente di meno che un leone sonnecchiante . La scena si anima di colpo quando compare dal bush una slanciata leonessa. Era davvero l’ultimo animale che avremmo voluto avvistare da vicino, siamo al settimo cielo. Trascorriamo le due ore successive di nuovo in compagnia di Dietrich e del suo bus aperto e traballante. Andiamo a dar da mangiare ad alcuni ghepardi e in men che non si dica siamo circondati da ben nove esemplari affamati. E’ una sensazione strana, di entusiasmo misto ad un pizzico di paura. D’altra parte, sebbene questi ghepardi non hanno mai vissuto in libertà, rimangono comunque dei felini! E’ emozionante anche avvistare alcuni rapaci che sfrecciando a velocità impressionanti, rubano del cibo ai simpatici gattoni. Visitiamo anche la clinica dell’Africat, una fondazione che si occupa della riabilitazione dei felini rimasti orfani o vittime dell’avidità dei farmers namibiani. Dietrich ci spiega che, sebbene il gruppo dei ghepardi namibiani sia molto numeroso, la loro esistenza è minacciata dai farmers che accusano questi animali di uccidere i capi di bestiame. Bisogna tener presente che la parte centrale e meridionale del Paese è completamente farmzone (si contano migliaia di fattorie, estese anche 10.000 ettari) e che qui si concentra il maggior numero di felini. E’ chiaro quindi che la convivenza tra uomini, bestiame e felini è piuttosto problematica. L’Africat è una fondazione che, oltre ad accogliere gli animali feriti o rimasti orfani e a prendersi cura di loro, si mette a disposizione dei farmers che hanno problemi nelle loro proprietà e vanno sul posto a catturare queste presenze indesiderate per poi reintegrarle in aree protette. Altro compito dell’Africat è quello di organizzare soggiorni di qualche giorno presso la fondazione per classi di ragazzi. Durante la loro permanenza ai ragazzi viene spiegato e dimostrato come in realtà sia possibile una convivenza felice tra uomini, bestiame e felini all’interno della farm. L’intento è quello di educare le generazioni future al fine di salvaguardare l’esistenza di ghepardi, leopardi e leoni.
Ritorniamo al campo, dove consumiamo una gustosissima colazione in compagnia di un facocero gigantesco. Da quanto ci dicono dovrebbe essere il facocero più vecchio al mondo (18 anni!). Lasciamo Okonjima dando un ultimo saluto alla wildlife namibiana e ai simpatici camerieri e accompagnatori. Oggi infatti raggiungeremo Windhoek, dove viali alberati e vetrine dei negozi hanno da tempo sostituito gli spazi aperti in cui gli animali sono liberi di vagare. Ci viene una gran malinconia, soprattutto quando avvistiamo l’ultimo springbok sulla strada verso Okahandia. L’ultimo assaggio di Africa lo prendiamo al mercato di Okahandia, dove rimaniamo per due ore ubriacandoci di voci e tentativi di contrattazione che ci colpiscono da tutte le parti. Sfiniti, lasciamo le bancarelle con il portafoglio vuoto e le valigie piene di statuette, maschere, cestini, posate… ricordi bellissimi di un viaggio indimenticabile.
Raggiungiamo Windhoek nel primo pomeriggio e ci sistemiamo nuovamente al Rivendell, dove ci stupiamo di come possano essere già trascorse più di due settimane dalla nostra prima notte in Namibia. Trascorriamo le ultime ore del pomeriggio passeggiando per le vie del centro, dopo aver lasciato il nostro fuoristrada all’autolavaggio. Ci rendiamo conto solo ora di non aver mai bucato, nonostante le nostre escursioni nel letto del fiume e nei villaggi sperduti degli Himba. Forse siamo dei privilegiati, dal momento che lungo le strade abbiamo spesso incontrato cerchioni e copertoni abbandonati. Quando torniamo a ritirare il fuoristrada, lo vediamo circondato da una dozzina di ragazzi e ragazze impegnati a tirarlo a lucido. Puliscono addirittura le fessure con il pennellino! E’ il nostro ringraziamento a questo mezzo che ci ha permesso di visitare questa splendida terra di contrasti.

INFO NOLEGGIO AUTOMOBILE: CAMEL CAR HIRE CC – Tel: +9264 61 248818 – Fax: +264 61 248819
A cena andiamo in un ristorante superaffollato nel quartiere Eros (esattamente al Homestead). E’ un posto molto particolare, divertente e che serve soprattutto della carne favolosa. Ne approfittiamo per fare il pieno di springbok, orici e zebra… per qualche anno non assaggeremo più queste squisitezze! E’ l’ultima sera e vogliamo godercela fino in fondo, infatti andiamo a letto tardissimo, alle 23 e 30…. è un record!
Salutiamo la Namibia con le lacrime agli occhi e, nonostante la malinconia cominci già a farsi sentire, siamo certi di aver visitato uno dei luoghi più belli al mondo.
PERNOTTAMENTO: Siamo tornati a Rivendell (vedasi la prima sera di questo viaggio)

Consigli utili

Cellulare: si può ricevere le telefonate dall’Italia e mandare SMS solo dalla capitale e dalle piccole cittadine sulla di Luderitz e Swakopmund sulla costa atlantica.
Alberghi: conviene prenotare soprattutto perchè le tappe sono obbligate, trovandoci di fronte a un paese poco abitato e con distanze enormi da un attrattiva ad un altra (anche 500 km!!!)
Mangiare: anche in un paese in via di sviluppo siamo riusciti a ingrassare senza spolpare troppo il portafoglio. Da non perdere piatti di selvaggina tra cui il filetto d’orice, springbok, zebra e struzzo. Forse un poco meno delicato è il Kudu. Non abbiamo, ahinoi, provato il coccodrillo…
Costo dei parchi: irrisorio dove richiesto.
Auto: noleggiare un auto spaziosa e soprattutto comoda, in ogni caso un fuoristrada che costa circa 1500 € per 2 settimane. Includete tutte le assicurazioni aggiuntive per non avere problemi (anche se quasi tutti si riservano una franchigia che parte da un minimo di 500-1000 €). Mettete in conto di bucare 1-2 volte per questo fatevi dare due ruote di scorta! Le strade sono tutte sterrate ad esclusione dell’autostrada che va da Nord a Sud passando per Windhoek (B1) e dell’autostrada da Keetmanshoop a Luderitz (B4).
Assicurazioni e malattie: Noi abbiamo scelto Europe Assistance. A seconda dei periodi e della zona che si va a visitare è consigliabile la profilassi antimalarica.
Volo: l’offerta è davvero bassa per questo è praticamente impossibile trovare un volo a meno di 1000€. Solitamente vola la Lufthansa che fa scalo a Francoforte e Joannesburg prima di arrivare a Windhoek.

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Approposito dell'autore
Roberto Moiola

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