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Camper World Tour fai da te – Nepal
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Camper World Tour fai da te – Nepal

Di Cianzia Bassani15 settembre 2017

Camper World Tour – Nepal

Il giorno 9 settembre percorriamo altri 400 chilometri, ma si vede che abbiamo cambiato Paese: la strada è discreta, anche il traffico non è convulso come in India e soprattutto non suonano il clacson in continuazione. Si viaggia in mezzo al verde delle risaie, degli stagni pieni di ninfee bianche, si attraversano numerosissimi fiumi, si sale e scende dalle montagne, sempre accompagnati da un saluto o un sorriso delle persone che incrociamo.
Sia le persone con i loro lineamenti orientali, che il paesaggio, ci ricordano tantissimo il Laos.
La sporcizia è poca, addirittura in alcuni punti si trovano centri di raccolta differenziata. L’unico problema sono le numerose mucche e capre che pascolano, passeggiano e si riposano sulla strada, con preferenza sui ponti stretti, tant’è che quasi ne investiamo una!
Nonostante il paesaggio bucolico e le numerose fotografie prese al volo arriviamo a sera ancora provati. Vorremmo fermarci in un parcheggio di un ristorante ma i nostri compagni di viaggio, temendo l’assalto dei curiosi, preferiscono l’aperta campagna.
Ancora ci allieta la spettacolare luminosità delle lucciole, ma viene funestata da scarafaggi volanti e piccolissimi moscerini che riescono a entrare malgrado le zanzariere.

Il giorno dopo partiamo sereni alle 7:30. Del resto, ci mancano solo 300 chilometri alla capitale, nel primo pomeriggio saremo comodamente alloggiati in hotel… le ultime parole famose!
Dopo i primi 150 chilometri la strada che si inerpica sulle montagne, sparisce e viene sostituita da uno sterrato allucinante.
Buche profonde anche venti centimetri, polvere, sassi, una frana malamente sgomberata ogni 200 metri. Riusciamo a vedere almeno cinque camion finiti nella voragine che ci affianca. Montagna franante da un lato e burrone dall’altro!
Il traffico è terribile: camion, bus grandi e piccoli, moto con il conducente ormai marrone per la polvere. Anche lo stile di guida cambia: impazziscono tutti. Sorpassi assurdi su curve cieche, 30-40 all’ora su una strada che ne permette sì e no 15.
Ancora una volta ci urtano e proseguono senza fermarsi. Per fortuna il nostro specchio è abbastanza flessibile e non si è ancora rotto.Oliver perde totalmente il suo self control austriaco e tira fuori un’ascia con la quale minaccia chi vuole mandarlo fuoristrada per sorpassarlo e lancia sassi a chi ci riesce!
Su Luca, dopo un inseguimento da cardiopalmo con il chiaro scopo di commettere un omicidio per raggiungere un bus che ci ha urtato, cala una pace orientale. Ci fermiamo in un piccolo “ristorante” dove si mangia due piattoni di riso e verdure e si beve una birra, guardato con stupore da noi tre che ci chiediamo se sia fame chimica.
Un uccello addomesticato ripete le parole delle cuoche, ovviamente in nepalese.

Arriviamo a Kathmandu alle 8 di sera con il buio e la città ci accoglie con un traffico assurdo e strade dissestate.
Raggiungiamo un hotel su suggerimento di un ragazzo in moto, ma a Remo non piace, così decidiamo di separarci.
Prima di accogliere il suggerimento del ragazzo, Luca si reca in moto con un altro signore a cercare altri alberghi che abbiano un parcheggio interno mentre io rimango in camper ad aspettare.
Passa mezz’ora e mi chiedo dove sia finito…passa un’ora e incomincio a preoccuparmi seriamente, dopo un’ora e tre quarti sono quasi disperata: cosa cavolo gli è successo?
Proprio quando sono alla canna del gas, lui arriva, altrettanto esausto. Ha trovato posti interessanti, ma le solite dimensioni del camper ci impediscono di parcheggiare a causa dei fili della luce troppo bassi o delle entrate strette.
Entriamo in hotel (Kathmandu Prince) alle 11 della notte ancora una volta distrutti.

Oggi è una giornata decisiva, dalla quale dipendono parecchie considerazioni di viaggio. Alle 9 ci troviamo tutti e quattro davanti all’ambasciata pakistana. Tutti dicono che il Pakistan non rilascia visti al di fuori del paese di origine, ma a noi è già andata bene a Tehran, per cui ci speriamo.
Il nostro umore non è dei più sereni, complice anche la stanchezza accumulata in questi giorni, per cui quando alle 10 spieghiamo a una gentile signorina il nostro problema e lei prontamente ci risponde che non è possibile per la loro ambasciata rilasciare il visto: la nostra faccia vale 1000 parole! A questo punto iniziamo a pregarla di aiutarci spiegandole che non abbiamo alternative. Lei sembra commuoversi e va a perorare la nostra causa con l’ambasciatore.
Dopo due ore di attesa, un colloquio con l’ambasciatore, la compilazione di numerose carte che giustifichino la nostra richiesta, infine riceviamo la quasi conferma che fra tre giorni ci daranno un visto valido solo per due mesi e per 7 giorni di transito in Pakistan… all’uscita avevamo tutti una faccia diversa e la stanchezza è stata prontamente dimenticata.
Non dovrei mettere il carro davanti ai buoi (e qui ce ne sono tanti), ma il fatto che ci hanno già dato delle date specifiche, la modalità di pagamento e la quasi certezza di ottenere il visto ci fa essere ottimisti!
La sera, viene a trovarci Bhnod, il ragazzo che ci ha consigliato l’hotel. Lo invitiamo a bere una birra e qualche ora ci porterà a visitare i posti più tipici di questa zona.
È bellissimo vederli illuminati e ancora pieni di gente in attività.
Finalmente andiamo a letto stanchi, ma di quella stanchezza soddisfatta e serena che rende il sonno leggero.

Il martedì pianifichiamo un grande giro per Kathmandu sempre in compagnia di Bhnod.
Visitiamo il Boudhanath Stupa, il Tempio delle Scimmie, Patan… non sto a descrivere questi bellissimi posti, le varie guide turistiche lo fanno meglio di me, però la sensazione di

girare per questa città incasinata ma affascinante è veramente unica.
Bisogna avere almeno cento occhi, guardare per terra per non inciampare nelle buche, nei tombini aperti, pestare la coda a uno dei migliaia di cani distesi a rilassarsi ovunque c’è posto, o incappare in qualche altra sgradita sorpresa. Bisogna controllare costantemente i lati per non essere investiti da qualsiasi mezzo circolante, guardare in alto per vedere gli immensi templi, le bandiere delle preghiere e il cielo stranamente azzurro in questa inquinatissima città.
Anche la moltitudine di persone è uno spettacolo continuo, indaffarati o indolenti, ma apparentemente sereni, soprattutto mai invadenti.
I ristoranti in cui abbiamo mangiato sono uno più tipico dell’altro: senza dubbio se ci fosse un controllo sanitario all’italiana, non solo verrebbero chiusi, ma addirittura bruciati per evitare il contagio… ma mangiare cibi gustosissimi e abbondanti per 50 centesimi abbassa senz’altro la soglia del disgusto!

Mercoledì ci incontriamo con Oliver e Remo e insieme a Bhnod ci rechiamo a visitare la città di Bhaktapur.Il prezzo non troppo basso per questi luoghi serve anche alla ricostruzione dei numerosi templi semidistrutti dal terremoto. Come per Kathmandu tutti i templi mostrano crepe notevoli e sono sostenuti da palizzate di legno. In caso di un’altra scossa tellurica, anche se lieve, dubito che possano sopravvivere.

La città è piacevole da visitare e passiamo un bel pomeriggio insieme.
Al ritorno, cena in comune e poi i ragazzi e Bhnod si recano in una via famosa per il “fumo” che qui sembra essere tollerato solo se lo si condivide in compagnia!
Noi vecchietti ce ne andiamo a letto, sperando nel grande giorno di domani.

L’indomani siamo puntualissimi davanti all’ambasciata mentre Oliver e Remo, reduci da una bella sbornia serale, arrivano con 10 minuti di ritardo.
Ci accoglie la signorina dell’altro giorno e ci dice che c’è un “piccolo problema”:
Islamabad non ha ancora risposto alle richieste di visto dell’ambasciatore di Kathmandu, è ancora tutto in forse… le stanno valutando? Le hanno mai prese in considerazione? È il solito ritardo orientale? Non è dato a sapersi. Ci rimandano a giovedì prossimo, nella speranza che per allora ci sia una risposta positiva, ma la quasi certezza di lunedì incomincia a vacillare.
Usciamo abbattuti e mentre i ragazzi vanno comunque a richiedere il visto cinese per poter percorrere la Karakorum Highway, noi decidiamo di andare a visitare il sito di Pashupatinah, descritto come una piccola Varanasi nepalese.
Anche qui il biglietto d’entrata non è economico, ci si affianca subito una guida abbastanza insistente e come primo impatto arriviamo a un tempio hindu, in cui è proibita l’entrata a chi non è hindi.
Luca è già nervoso per il mancato visto, sbotta in imprecazioni non riferibili, ma nello stesso tempo fa notare una cosa: in nessuna chiesa cattolica c’è fuori un cartello che impedisce l’entrata a persone di altre religioni. Sono gli hindu che danno più importanza alla propria religione o i cattolici sono più tolleranti verso i credi diversi? Non vorrei farne un discorso religioso/politico, ma in teoria le religioni dovrebbero unire non dividere. Il fatto di visitare un luogo di culto diverso dal proprio potrebbe aprire la mente e renderci più tolleranti verso usi e costumi diversi, vederci negata l’entrata (dopo aver pagato!) rende solo furiosi!
Luca arrabbiatissimo vorrebbe andarsene subito ma io ho letto che c’è di più, per cui una volta sbollita la rabbia, proseguiamo nella vista. Dopo il tempio si arriva al fiume in cui si purificano i morti e alle pire funebri. Ce ne sono 3 o 4 in funzione e due o tre morti in attesa. Assistiamo all’immersione rituale del morto nel fiume e se da una parte ci sentiamo poco rispettosi nell’osservare e fotografare da lontano una situazione intima e dolorosa, dall’altra ci affascinano queste loro usanze: la sacra immersione della salma avviene in un fiume pieno di immondizia, topi morti e vivi, cani e scimmie che si bagnano, donne che fanno il bucato, uomini che si fanno radere totalmente la testa, barchette di foglie contenenti fiammelle che galleggiano nello scorrere lento del fiume… e molto altro ancora! Numerose persone sulle gradinate osservano il tutto mangiando, chiacchierando e rilassandosi: tutto un altro rapporto con la morte.
Una lunga scalinata fra templi e scimmie ci porta in cima a una collina che domina il paesaggio. In molti di questi piccoli templi ci sono dei monaci vestiti in arancione e con il viso dipinto che ci invitano a fotografarli in cambio di soldi. Se pensano che stai facendo una foto di nascosto, si coprono il viso…
Noi veramente siamo più interessati alle scimmie in cui vediamo atteggiamenti molto umani, sia tra madri e figli, sia tra maschi e femmine.
La visita si rivela molto interessante e la sera torniamo in albergo un pochino più tranquilli.

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Approposito dell'autore
Cianzia Bassani
In quella narrazione oltre a descrivere le località visitate, spiegavo che il nostro obbiettivo era quello di trasferirci a vivere in questo Paese.

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