Diari Viaggiatori
Stai Leggendo
Cambogia e Ko Pha Ngan
Tipo di diario
0

Cambogia e Ko Pha Ngan

Di Cristina Randagianelmondo30 aprile 2000

Cambogia e Ko Pha Ngan fai da te

Forse questo è un viaggio che ho preso un po’ sottogamba, e che invece mi ha sconvolto.

Per la maggior parte della gente visitare la Cambogia significa prendere un aereo da Bangkok, stare un paio di notti in un hotel accanto ai templi, e visitare la maestosità di Angkor.

Non è la stessa cosa che percorrere le strade polverose, piene di buche e fango, o polvere, a seconda della stagione, e constatare le estreme condizioni di indigenza in cui versa gran parte della popolazione. L’impatto con la città di Phnom Penh è stato forte. I campi di sterminio di Choeng Euk, lo stupa di teschi, le teche colme di ossa, il carcere cittadino di Tuol Sleng, e la folla di mendicanti che ti aspetta fuori, privi di arti, o ciechi e dal visto devastato dall’esplosione delle mine, i bambini nudi che dormono per strada a pochi passi dal Museo Nazionale mi hanno fatto sentire sulle spalle tutta la cattiveria e la stupidità del genere umano. Questa sequela di episodi, combinati in un’unica giornata, mi ha generato l’irrefrenabile voglia di rintanarmi per qualche ora in uno dei bar più belli della città, a meditare sulla fortuna che ho avuto a nascere da questa parte del mondo, sorseggiando caraffe di thè verde per sollevarmi dalla calura.

Non sono situazioni che ricordo volentieri, anche se sono felice di averle fatte.

Le esperienze più belle di Phnom Penh sono state la visita al Museo Nazionale, e una sosta al FCC, il bar frequentato da Terzani e altri giornalisti ai tempi della guerra. Una bella terrazza sul lungofiume, e, nell’interno una bella esposizione di fotografie.

Il Museo Nazionale non custodisce chissà quali tesori, ma è un’oasi di pace con i suoi laghetti pieni di ninfee, ed offre molteplici occasioni di scambiare conversazione con studenti cambogiani che vogliono praticare l’inglese. Su un bus scalcagnato raggiungo Kampot, graziosa cittadina coloniale francese, con bei palazzi un po’ in rovina, dormo in una pensione con 3 dollari. Non c’è acqua calda, ed il lavandino è privo di sifone, per cui aprendo il rubinetto l’acqua finisce direttamente per terra, sui piedi. A bilanciare questa pecca, tuttavia, il televisore è dotato di parabola per cui riesco addirittura a vedere la CNN. La pensione è un po’ defilata, e per arrivarci alla sera devo percorrere strade buie (indispensabile la torcia) infestate da cani isterici.

Kampot funge da base per visitare il parco di Bokor, di per sé niente di che, anche se ha delle belle cascate e edifici termali francesi in rovina. Resterà però per sempre nella memoria perché: 1) la strada per arrivarci è infernale, non so quante ore per percorrere pochi kilometri 2) per la prima e, sinora, unica volta nella mia vita sono stata morsa da una sanguisuga e mi sono spaventata, perché non smettevo più di sanguinare. Provate a viaggiare da soli e senza assicurazione, e capirete perché mi sono spaventata. A Battambang ho appuntamento con un compaesano che lavora per un progetto di volontariato e costruisce pozzi agricoli. La città mi pare pullulare di topi, visto che uno mi passa sui piedi anche in un internet point. Altra perla del viaggio è il trasferimento via chiatta sul fiume che collega la città al lago Tonle Sap, e quindi Siem Reap. Mi accomodo sul ponte chiedendo il permesso ad un contadino per sedermi sul suo sacco di riso, e per 8 ore resterò ivi incollata, temendo di perdere il posto, dimenticando nello zaino cappello e crema solare ed ustionandomi. Osservo la vita che scorre ai margini del fiume Sangker

I villaggi accanto al punto di sbarco sono invece molto poveri, i bambini sono nudi, e afflitti da diarrea, non esistono certo i gabinetti e quindi si liberano dove capita. Mi trovo una pensione abbastanza vicino al fiume, dal lato est della città. E’ la Green Town Guesthouse gestita da cambogiani, il costo è 6 dollari, e la stanza è carina. Raggiungo il centro a piedi. Mangio al mercato mentre un paio di ragazzini affamati mi punta. Compro loro una ciotola di riso, lo condisco con un po’ di curry avanzato, e gli offro delle banane. Alcune guardie presidiano gli ingressi dei ristoranti, mi sembra eccessivo. In zona, parecchi locali molto graziosi, che fanno dimenticare per un attimo l’immensa miseria che ruota attorno.ì Visito l’ospedale locale, sono qui per fare una donazione, dico ad un tizio che mi viene incontro. Lascio la busta in un’urna e poi lui mi propone di fare un giro. E’ ovviamente molto semplice, e povero, ma pulito. Negli anni futuri vedrò molto di peggio in India. Quello che mi colpisce è la folla di genitori accampata fuori, che si cucina i pasti, e presumo che anche ci dorma, in un cortile accanto alle camerate. I templi di Angkor? Beh, li conoscete… Li ho visitati in giornata, con un tuk tuk messo a disposizione dall’albergo mio. Quando ho visto il sorgere del sole mi sono emozionata, pensavo “non è da tutti”, ma mi sentivo anche un po’ diversa, perché tanta gente vive bene lo stesso anche senza ritenere indispensabili queste cose.

Le scalinate per accedere ad alcuni edifici sono strette e pericolose come quelle dei templi Maya messicani. Il settore che mi ha più colpito è Angkor Thon, quello in cui la vegetazione ha praticamente fagocitato gli edifici. In una zona accanto ad un lago, dove mi sono fermata a mangiare, ho regalato dei palloncini a dei bimbi, e loro li hanno gonfiati ed usati come salvagente, tuffandosi in acqua. Ho detto al tuk tuk driver che volevo mangiare in un posto “cheap”, lui mi ha preso molto in parola e mi ha accompagnato in una specie di pollaio, non scherzo, c’erano le galline che giravano e scagazzavano dappertutto, panche comprese. Già questo non era meraviglioso, ma il riso fritto che mi hanno portato era così cattivo che mi ha chiuso lo stomaco. Dulcis in fundo, è arrivato un tizio in motoretta con un maiale, vivo, legato al portapacchi, a zampe in su, che strillava come un pazzo. Lì per lì ho temuto che me lo squartasse davanti agli occhi, e non vedendo vie di fuga ho iniziato a sudare freddo, invece fortunatamente costui ha soltanto ritirato dei soldi, e poi sempre con il maiale se ne è ripartito..

Lo so, non è una grande lezione di storia khmer…. 🙂

Insomma, dopo due settimane di Cambogia mi è venuta una gran voglia di Thailandia, e ho sognato lo svacco sulle spiagge di Ko Phangan.

Non vi dico per arrivarci. Ovviamente ho scelto l’opzione “tirata unica”, partenza da Siem Reap la mattina, arrivo a Bangkok la sera, treno al volo per Surat Thani, sperando di arrivare in tempo a prendere l’ultimo, e trovarci posto. Mi è andata bene, ma che fatica!

Al molo di Surat Thani prendo un traghetto che va direttamente a Ko Pha Ngan senza passare da Ko Samui. Parte verso le 12.30. E’ il giorno del Full Moon Party. Mi faccio portare al lato nord est dell’isola, nella zona denominata Thong Tai Pan Noi, una bella spiaggia tranquilla bordata di palme e dal mare smeraldo. Dopo qualche tentativo andato a vuoto mi sistemo in un bel bungalow lontano dalla spiaggia, immerso nella vegetazione e nella tranquillità, al costo di 400 baht, al Thongtapan Resort. Visito la spiaggia poco più a nord, chiamata Bottle Beach, raggiungibile solo via mare, oppure facendosi largo a colpi di machete nella boscaglia. Dopo un paio di giorni, mi trasferisco a Had Reen, la località principale di Ko Pha Ngan, in una pensione un po’ defilata ed economica.

La spiaggia qui è molto bella. Conosco Simona, una ragazza di Bologna, con cui trascorro gli ultimi giorni di vacanza. A circa 20 minuti a piedi da Had Reen c’è un’altra bella spiaggia, Had Sri Kantang

 

 

Cosa ne pensi?
Ottimo !
100%
Buono
0%
Cosi cosi
0%
Mah...
0%
Cosa?
0%
Pessimo
0%
No comment
0%
Approposito dell'autore
Cristina Randagianelmondo
Cristina Randagianelmondo
La mia formula è fai da te, mezzi pubblici, low budget. In genere prenoto solo il volo aereo, e poi mi arrangio sul posto. Titoli di studio acquisito in anni di vagabondaggi: laurea in stradologia, specializzazione in randagismo avanzato.

Lascia una Commento