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Appennino Tosco Emiliano
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Appennino Tosco Emiliano

Di Nadia Silistrini11 marzo 2013

Appennino Tosco Emiliano di Nadia Silistrini, foto di Fabrizio Tagliabue

8 luglio 2013
Quest’anno la meta delle nostre ferie è molto vicina a casa ma per noi quasi sconosciuta. Progettiamo di entrare nel piacentino visitando le colline della Val Tidone e in seguito spostarci nel Parco Nazionale Appennino Tosco Emiliano, nelle Province di Parma e Reggio, fino al Parco Regionale del Frignano, nel modenese, accompagnati dalle parole della nostra amica Valentina che ci ha detto: “Troverete buon clima, buon cibo e bella gente”. Crediamo che viaggiare non significhi solo visitare Paesi stranieri o esotici, anche se tutti, più o meno consapevolmente, tendiamo a fare una gerarchia considerando di maggior valore i viaggi in terre lontane. E’ però probabile che un abitante di Samarcanda faccia carte false per una gita in battello sul lago di Como!
Tornando al nostro viaggio, partiamo da Sesto San Giovanni prendendo la tangenziale e poi l’autostrada del Sole. Una volta usciti, la macchina comincia a rimbalzare lungo strade piuttosto dissestate. Passiamo il Po a Chignolo, luogo di transito dei pellegrini diretti a Roma lungo la Via Francigena. Forse perché quest’anno è piovuto molto, il fiume appare a dir poco maestoso. Sulla Via Postumia, antica strada consolare romana, è collocata Castel San Giovanni, dove facciamo la prima sosta e dove inutilmente si cercherebbe il castello medievale del condottiero irlandese Alberto Scoto, perché è stato demolito nel XIX secolo e ciò che resta, a quanto si dice, è solo il mastio, trasformato nella torre campanaria della Collegiata. Purtroppo, per pochi minuti, la troviamo già chiusa e possiamo ammirarla solo dall’esterno. Castel San Giovanni è posta all’ingresso della Val Tidone ed è considerata la sua “capitale economica”. Da lì raggiungiamo Borgonovo, dove il castello trecentesco ancora esistente è sede del comune. Passiamo il fossato sul ponte in muratura ed entriamo nell’ufficio del turismo. Un’impiegata molto gentile ci intrattiene sulle cose interessanti da vedere e ci informa che i castelli della Val Tidone sono quasi tutti privati, dunque si possono visitare solo in giorni prestabiliti oppure su prenotazione. In effetti, scopriremo che in tutto il piacentino i castelli sono visitabili solo sabato e domenica, e a volte non sono neppure aperti al pubblico. La terza sosta, in gelateria, è indispensabile a causa della calura. Ci fermiamo a Pianello. Le gelaterie sono sulla piazza principale, su cui si affacciano case di colore diverso e piacevoli da vedere, e il castello restaurato, sede del comune e del museo archeologico. In zona è forse più famoso l’altro castello, quello di Rocca d’Olgiso, che sorge su uno sperone di roccia. Oggi è un giorno feriale, per cui lo troviamo chiuso, ma vale in ogni modo la pena di andarci per il panorama.
Purtroppo la nostra macchina fotografica è andata in tilt, le pile ricaricabili non si sono ricaricate e dobbiamo tenere questi luoghi solo nella memoria.
Anche se non abbiamo trovato né sul sito né da qualche altra parte i prezzi, il castello funziona come un bed & breakfast. Le “Rupi di Rocca d’Olgiso” sono classificate come sito d’interesse comunitario. Lasciata la rocca, che lo specchietto retrovisore continua a inquadrare a lungo, scendiamo verso Pecorara e da lì a Nibbiano, paesi collocati sulla “Via di San Colombano”, che da Bobbio porta a Pavia. All’ingresso di Nibbiano sorge la torre dell’antico castello. La piazza principale è ingombra di sedie e panchine: leggiamo che si sta preparando ad accogliere una tappa del festival di Castrocaro. Finalmente troviamo una fontanella per rinfrescarci. In questi paesi non sembrano molto frequenti, e decidiamo di fare scorta di acqua. Sempre sulla piazza principale, è stata collocata una vetrina che contiene un defibrillatore. Non ne avevamo mai visti, ma scopriremo che per quanto piccoli, molti paesi hanno questo ausilio salvavita grazie a un progetto diffuso su tutto il territorio che coinvolge i cittadini e li istruisce sull’utilizzo corretto. Seguendo il consiglio dell’impiegata di Borgonovo, andiamo a visitare Caminata. E’ un borgo piccolissimo, molto caratteristico e ricco di storia. Il nome “Caminata” deriva dalle torri di guardia munite di camino che nel Quattrocento difendevano i possedimenti dei Dal Verme, alleati dei Visconti di Milano. Sotto i Savoia, il paese divenne linea di confine tra il regno sabaudo e il ducato di Parma e Piacenza, con tanto di dogana per riscuotere i pedaggi. Ogni volta di più, restando sui crinali dei monti, capiamo quanto i confini siano mobili!
Cerchiamo l’agriturismo più vicino per passare la notte e inerpicandoci lungo una strada sterrata arriviamo alla Matellina, dove ci accoglie una signora circondata da cani e gatti. Ci dice che la stanza per questa notte c’è, ma non è pronta perché gli ospiti di ieri non sono ancora andati via e ci prega di avere pazienza. Andiamo così a vedere, o meglio rivedere, Zavattarello, uno dei borghi più belli d’Italia. Rispetto alla volta precedente, lo troviamo un po’… ribaltato, perché lo stanno restaurando. Sulla piazza principale, una lapide ricorda alcuni aviatori americani e inglesi impegnati a paracadutare aiuti alle formazioni partigiane durante la Seconda Guerra mondiale e morti nello schianto del loro aereo sul Monte Calenzone. Nel Medioevo, il castello Dal Verme, che domina il borgo, era il fulcro dello “stato vermesco”, cioè di un feudo dominato da guerrieri sufficientemente abili da diventare “signori”.
Durante la seconda guerra mondiale, il castello è stato messo a ferro e fuoco dalle truppe tedesche, e negli anni Settanta è stato ceduto dai proprietari al Comune, perché lo utilizzasse per scopi culturali. Pur essendo pubblico, anche questo è aperto solo nei week end. Lasciamo Zavattarello per il Passo Penice, passando da Romagnese dove si trova un altro castello dei Dal Verme. Arrivati al passo, ci accoglie la statua di San Colombano. Da lì passò anche la regina Teodolinda, alla ricerca di un luogo adatto per l’edificazione di un cenobio che sotto la guida degli abati successori di San Colombano diventerà uno dei centri culturali più importanti d’Europa, il monastero di Bobbio. Il panorama è bello ma conviene salire fino al santuario della Beata Vergine, lungo una strada piuttosto stretta, con una vista a 360 gradi. La chiesa è sobria, e pur non essendo antica sorge in un luogo in cui si praticava il culto dal VI o VII secolo e che potrebbe essere stata una meta di ritiro per il grande monaco irlandese. Colpisce che sia circondata da ogni parte da ripetitori giganteschi. D’altra parte, chi ha la nostra età ricorda i genitori che armeggiavano intorno al televisore in cerca del segnale di Monte Penice. Il sacrista arriva per chiudere la chiesa e ci dice che questo è il vero punto in cui iniziano gli Appennini e che se fosse possibile, si potrebbe vedere Trieste, perché da qui alla Venezia Giulia non ci sono ostacoli di sorta (a parte l’afa). Riempiamo di nuovo la borraccia a una fontanella e scendiamo per tornare in Val Tidone. La signora ci ha preparato dei ravioli fatti in casa, una frittata e delle melanzane. E’ tutto molto buono. Mentre mangiamo, ci parla delle difficoltà di portare avanti un agriturismo da sola col figlio, dei costi eccessivi, delle pretese dei veterinari, della diffidenza degli altri agricoltori ecc. Intanto i gatti saltano tra i gerani sul davanzale, rischiando di rovesciarli o spezzarli, e lei ogni volta scatta come una molla per mandarli via. Ci dice che una delle gatte è andata lì a partorire per essere al sicuro dai cani. Il suo piccolo è dentro un trasportino, in un angolo, e fa pena sentire come miagola chiamando la madre, che è fuori con gli altri gatti e continua a raspare alla porta quando non salta fra i gerani. E’ destinato a essere adottato da una signora che verrà a prenderlo domani, e sembrerebbe la sua fortuna, ma in questo momento penso si senta l’animale più infelice del mondo. La padrona ci racconta la storia di una capra, Giulietto, rifiutato alla nascita dalla madre perché malformato. Lei lo ha alimentato artificialmente e lo ha salvato. Giulietto ha imparato a stare sulle quattro zampe, grazie a una forte personalità e a una gran voglia di vivere. Nonostante le cure, però, è morto presto, a due anni. Ci fa vedere la foto della nipotina ritratta acanto a Giulietto, e alta un pochino più di lui. Terminata la cena, ci ritiriamo. La signora ci chiede perché non andiamo a sentire il festival di Castrocaro, perché è un avvenimento. Non ne dubitiamo, ma le nostre vacanze nomadiche esigono che si vada a dormire presto.
La stanza che ci ha dato ha le travi a vista. Il posto è suggestivo ma c’è molto lavoro da fare, la sensazione è del non finito e della grossa fatica a finire.

9 luglio
La mattina inizia con il sole e una breve passeggiata intorno all’agriturismo, che sembra deserto. Poi la signora, che era impegnata con gli animali, arriva e ci prepara pane, formaggio di capra della casa e “torta della mutua”, come la chiama scherzosamente, perché fatta senza burro. Come la cena di ieri, è tutto veramente buono. Mentre mangiamo e lei ci spiega la vita delle api, arriva un impiegato dell’Enel ad avvertire che devono staccare la corrente per due ore. La signora si dispera temendo che quanto conservato in frigorifero vada a male. Alla fine, anziché i 52 euro per la camera, la cena e la colazione, ci sentiamo in dovere di lasciarne di più.
Partiamo con le impronte polverose delle zampe dei gatti sul parabrezza in direzione Bobbio, con breve sosta a Nibbiano per comprare la frutta e passando di nuovo da Pecorara. E’ una strada molto piacevole. A Bobbio visitiamo la cattedrale. All’ingresso c’è una cappellina dedicata a San Sebastiano, antico protettore dalle pestilenze prima di essere, almeno in parte, oscurato da San Rocco. Durante le epidemie di peste, quando la cattedrale era chiusa per evitare assembramenti, era utilizzata per le funzioni. I fedeli potevano assistere dall’esterno guardando attraverso una finestrella. Dopo una breve passeggiata per Bobbio, scendiamo in cerca di frescura in riva al Trebbia. Ci sono delle pozze d’acqua rotonde, simili a piccole piscine, dove ci si può bagnare e nuotare senza pericolo. Il fondo però è fatto di ciottoli che fanno rimpiangere l’assenza di un paio di robuste suole. Pranziamo con la frutta sotto le arcate irregolari del Ponte Vecchio, detto anche Ponte Gobbo, o Ponte del Diavolo. E’ di età romanica e come il solito, la leggenda lo vuole costruito in una sola notte dal diavolo, su richiesta di San Colombano che aveva fretta di passare il Trebbia. Il prezzo pattuito, anche questo come il solito, era l’anima del primo che lo attraversasse, e naturalmente San Colombano fece in modo che non fosse una persona ma un cane, gabbando così il demonio.
Leggiamo sulla “Gazzetta del Trebbia” un articolo che parla della Via degli Abati, un percorso che da Bobbio conduce a Pontremoli e che era praticata nell’Alto Medioevo dai Longobardi di Pavia per giungere a Roma, evitando il passo della Cisa, in mano ai Bizantini. Anche se non intendiamo percorrerlo a piedi, ci auguriamo di farne almeno un piccolo tratto.
Terminato il “pranzo”, molto sobrio ma squisito, attraversiamo il ponte fino all’altra riva. In un angolino, i ragazzi di una scuola media hanno realizzato un cartello per informare sui tempi di smaltimento dei rifiuti. Si va dai tre mesi di un fazzoletto di carta all’eternità del vetro e della plastica.
Ritornati a Bobbio, visitiamo l’Abbazia che nella cripta conserva la tomba di San Colombano.
L’abbazia è di epoca rinascimentale, cioè “recente”, se pensiamo che il monastero fu fondato nel IX secolo e sostituì il nucleo primitivo, quello voluto da San Colombano stesso nel 614 nella località dove ora si trova il Castello. All’ingresso campeggia la scritta “Hic locus terribili est”, cioè questo luogo è terribile, che si trova anche all’ingresso della chiesa di Rennes Le Château in Linguadoca e che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro sul suo significato ermetico, che potrebbe però tradursi con un secco “ricordati dove sei e porta rispetto”. Accanto alla tomba di San Colombano, sono stati posati dei cofanetti contenenti la terra di Bangor, località irlandese dove Colombano pronunciò i voti, e di due località francesi dove il santo fondò altri centri monastici secondo la propria regola, che prevedeva per i monaci l’attività di studio e di ricerca e che continuò a distinguerli anche dopo l’adesione alla regola di San Benedetto. Il monastero si arricchì nel tempo di uno scriptorium e di una ricchissima biblioteca, che le invasioni napoleoniche dispersero presso altre biblioteche, quali l’Ambrosiana di Milano. Per accedere alla cripta si passa davanti a un antico mosaico didascalico, dimenticato e scoperto causalmente durante alcuni lavori. E’ l’unico resto della chiesa primitiva, e raffigura il Tempo – con la sua teoria di mesi associati alle attività dei contadini – e la lotta tra il bene e il male, illustrata dalle gesta eroiche di Eleazaro e Giuda Maccabeo. Non potevano ovviamente mancare gli animali fantastici e terrificanti, come la Chimera e il Drago.
All’esterno dell’Abbazia, è ancora montato il palco per il tradizionale festival di musica celtica.
Continuando la nostra passeggiata per Bobbio, arriviamo all’ufficio del turismo, che però nei giorni di lunedì e martedì è chiuso, per cui utilizziamo un volantino trovato presso l’ufficio del turismo di Borgonovo che indica tra i possibili posti dove passare la notte l’ostello comunale, al prezzo di 23 euro. Telefoniamo, una ragazza gentile ci fissa un appuntamento e ci troviamo tutti e tre a Palazzo Tamburelli, d’impianto Settecentesco, dove ci viene data una grande camera, del materiale tra cui la mappa della Via Degli Abati, e lenzuola e salviette per un costo aggiuntivo di sei euro. Il posto è molto silenzioso, austero, e per il momento in tutta la struttura ci siamo solo noi. Abbiamo la chiave della camera e del portone, ma l’impiegata ci dice che domani, quando andremo via, potremo lasciare le chiavi nella toppa e il portone aperto, tanto non succede mai nulla. Non crediamo alle nostre orecchie!
Essendo presto per la cena, andiamo ancora a zonzo per castelli. Quello di Rivalta Trebbia merita di essere visto anche da fuori, grazie al “torresino”, una torre molto originale, e per i due passi che si possono fare nel borgo. Quello di Rezzanello merita la gita solo perché si passa in quota nella Val Luretta, per se stesso il castello è poco visibile e non visitabile neppure nei week end, anche se disponibile per ricevimenti e meeting. Quello di Agazzano è curioso perché “doppio”, cioè formato da due diverse costruzioni, una rocca quattrocentesca e una villa settecentesca. Ad Agazzano troviamo anche Piazza Europa e Via Esperanto, e trattandosi di un piccolo paese, fa un certo effetto.
Ritornati a Bobbio, andiamo a mangiare una pizza al Rolling Stone. Il titolare, con modi piuttosto sbrigativi, ci guida a un tavolo in giardino. Le pizze sono ottime e quando glielo diciamo, ci porta dal pizzaiolo egiziano che le ha fatte, così possiamo complimentarci di persona. Finalmente sembra più rilassato, si ride e si scherza, e alla fine ci fa anche lo sconto.
Rientrati un momento all’ostello, troviamo parcheggiate nell’ingresso due biciclette, segno che stanotte ci sarà anche qualcun altro. Poi usciamo ancora per vedere Bobbio in notturna, davvero bellissima. Sulla strada, poco lontano dall’ostello, leggiamo accanto a due cassette di fiori un cartello che supplica: “Per favore non fate fare la pipì sui due bei vasi di begonie!” e accanto al cinema Le Grazie una ciotola di metallo messa a disposizione da uno che si firma Cinefilo Cinofilo.

10 luglio
Prima di lasciare Bobbio passiamo a dare un’occhiata al castello Malaspina. L’esterno è di fattura medievale, ma l’interno è stato trasformato nel tempo in una dimora signorile.
Raggiungiamo Coli percorrendo una strada panoramica. Una volta arrivati, ci fermiamo nella piazzetta del paese e andiamo in cerca della Spelonca di San Michele, l’eremo nascosto nei boschi presso di cui si ritirò San Colombano nel 614. Un signore ci dice che dobbiamo seguire le indicazioni della strada per Aveto, che arriva fino in Liguria, e in tre quarti d’ora siamo alla grotta. Prendiamo quella che all’inizio è una strada forestale, senza riparo dai raggi del sole che cominciano subito a bruciare, ma fortunatamente, per quanto ripida, è in discesa. Attraversiamo il fondovalle attraverso un ponte gettato sul torrente Curiasca, che domina una forra di tutto rispetto, con una bella cascata, e ci immergiamo nel fitto del bosco per risalire il versante opposto. La passeggiata è semplice, gradevole, ci fermiamo un attimo anche in un luogo di sosta ben attrezzato con tavolo e panchine, però minaccia di prolungarsi ben oltre i tre quarti d’ora. Quando arriviamo in cima alla collina e il sentiero inizia a scendere abbiamo la quasi assoluta certezza di aver sbagliato strada, nonostante il sentiero sia segnalato molto bene da frecce in metallo. Torniamo sui nostri passi e incontriamo tre escursionisti del posto che ci spiegano l’arcano. Il sentiero per le grotte si stacca da quello principale proprio nel punto in cui abbiamo trovato l’area di sosta, ma non è segnato sui cartelli metallici. Parlando di monaci e antiche vie, uno degli escursionisti sospira dicendo che da noi non c’è la stessa sensibilità che in Spagna ha permesso di ricostruire il Cammino di Santiago, e che anzi a loro è capitato più di una volta di essere scacciati dai cani pastore maremmani. Intanto in lontananza si sente tuonare e dopo i ringraziamenti e i saluti, loro proseguono e noi torniamo indietro. Arrivati nuovamente all’area di sosta, scorgiamo la scritta “S. Michele” sul fianco di un sasso. Ci inoltriamo quindi lungo un sentiero molto più stretto e accidentato, dove le corde fisse aiutano a superare i punti più impervi. Raggiungiamo la grotta, che dopo i numerosi crolli si è trasformata in una grande parete che si protende a coprire i resti di due chiesette, una dedicata a San Colombano, l’altra a San Michele e utilizzate dalla gente del luogo dal X fino al XVIII secolo, quando una grande frana trascinò tutto nel sottostante torrente Curiasca. Appese alla roccia, ci sono due croci. Una, decorata con i nodi celti, è la copia di quella che anticamente stava nella chiesetta di San Michele e trattiene un foglio con scritta una preghiera a San Colombano; l’altra porta la scritta “Tribute to San Colombano from Co. Donegal – Ireland to the Spelonca di San Michele – Coli” ed è caratterizzata dalla ruota solare, letta in chiave mistica nel suo significato di verticalità e orizzontalità, Yin e Yang, virilità e femminilità, completezza delle dualità nella ruota dell’infinito. Intanto che ci facciamo una cultura sull’argomento e ragioniamo sulla diffidenza che contrapponeva il clero romano e quello irlandese, inizia a piovere a catinelle, ma il posto è ancora sufficientemente riparato e possiamo aspettare che spiova. Torniamo verso Coli e nonostante una volta superata l’area di sosta ricominci a piovere, la vegetazione è tanto fitta che ci bagnamo pochissimo. Quando usciamo allo scoperto, smette ma non torna il sole, per cui possiamo percorrere la ripida strada del ritorno senza problemi. Una volta a Coli compriamo la frutta da un ambulante e la mangiamo seduti su una panchina, poi andiamo a bere qualcosa all’Ostello comunale di Coli, che porta una grande scritta: “Coli – Paese dell’acqua”. Effettivamente abbiamo trovato tre fontanelle uscendo dal bosco fino alla piazza. Il gestore è un giovanotto grande e grosso quanto simpatico, e ci dice che forse l’appellativo è un po’ esagerato ma il sindaco ci tiene. Ripartiamo per Mareto e Farini, con l’intenzione di pernottare a Bardi. La vista dei castagni fioriti e la colorazione intensa dei fiori lungo la strada, è incantevole e non essendoci molte macchine in giro possiamo andare adagio e godercela. A un bivio, seguiamo le indicazioni per Mareto, nonostante la strada diventi sterrata. Sulle prime non ci preoccupiamo, credendo si tratti di un breve tratto, e continuiamo ad ammirare lo spettacolo delle fioriture. Dopo un po’ però la faccenda si complica: la strada resta larga, potrebbe passarci un camion, ma il fondo si trasforma in un insieme caotico di pietre rotte. Studiamo le classiche sette camicie, finché appare un cartello illuminante: “Via degli Abati”. Questo è un tratto della Via Francigena di montagna! E capiamo anche perché spesso e volentieri ci sono cartelli che invitano perentoriamente i pedoni a scansare i fondi privati: se uno vuole andare a Roma a piedi ci vada, ma resti su questa sorta di strada provinciale e non si azzardi a prendere scorciatoie. Ogni tanto mi guardo intorno per vedere se ci sono cani pastori maremmani che ci osservano in tralice dietro i cespugli e assicurarsi che non cercheremo di portare le quattro gomme nelle loro proprietà. Francamente, la strada ci basta e avanza, e avremmo guadagnato meno merito se l’avessimo percorsa a piedi. La penitenza finisce a Mareto, dove possiamo poggiare le ruote sulla strada asfaltata e recuperare un’andatura più celere. Scendiamo notevolmente di quota, i paesi che attraversiamo non hanno niente di speciale ma il panorama è davvero bello. A Farini saliamo di nuovo e quando vediamo un cartello che avverte “strada dissestata”, ci scappa una risata. In confronto all’altra, sembra di andare sul velluto. Finalmente arriviamo a Bardi, nell’alta Val Ceno. Deve il suo nome agli uomini liberi Longobardi che si stabilirono qui nel 600 d.C. Posteggiamo in Largo Martiri di Ungheria. L’ufficio del turismo è lì ma apre solo nei fine settimana e il giovedì, che sarà domani e quindi ci va bene. Fissata una camera al “Bue Rosso”, facciamo un giro per Bardi. E’ carina, ma meriterebbe maggiori attenzioni. La valle che si contempla dalla strada che fiancheggia il castello è invece molto curata, ampia e boscosa. Di fronte alla chiesa si San Francesco c’è una piazzetta intitolata a una ragazza del luogo, Susanna Cavalli, morta a ventidue anni nella strage del rapido 904 del 1984. Si direbbe che in questo paese si sappia che cosa sia il dolore delle vittime e non lo si voglia giustamente nascondere.
Andiamo a cena nel ristorante “Le due spade”, che raccomandiamo per la bravura del cuoco e la gentilezza del personale, soprattutto di Monica, la cameriera addetta al nostro tavolo.
Poi altro giro per Bardi. La temperatura è ottima, ci sono ventuno gradi, e l’aria profuma di tiglio. Sulla parete esterna della chiesa è riportata la storia della devota Margherita Antoniazzi, che nel 1500 creò la prima scuola di montagna.
Tornati in albergo, restiamo affacciati alla finestra. Sul tiglio di fronte, che entra quasi con i rami nella stanza, si posa un uccellino di razza ignota che canta con lo stesso timbro di un tin whistle, il flauto di metallo irlandese capace di raggiungere note acutissime. E’ assordante, e minaccia di continuare tutta notte. Proviamo a miagolare, quindi a fischiare come i falchi, ma il pennuto non si dà pensiero e prosegue imperterrito. Proviamo con il verso del gufo e finalmente funziona. L’uccellino si sposta qualche tiglio più in là e trova altri amici con cui chiacchierare. A questo punto, comincia un vicino di camera, che ascolta la televisione a tutto volume fino a quando si sentono dei colpi alla parete mentre una donna dice in dialetto qualcosa che non capiamo, ma che deve essere qualcosa di poco conciliante, e finalmente a mezzanotte scende il silenzio.

11 luglio
Alle cinque del mattino riparte il concerto grosso degli uccellini. Non credevamo possibile che in natura si potessero sfiorare i limiti di legge per quanto riguarda i decibel. E’ pur vero che questi non sono schiamazzi e in un altro orario sarebbe stato gradevole fare bird listening. Quando poco dopo arrivano in processione tutti i furgoni del mercato, decidiamo che vedere il sole che sorge è salutare e benefico per la salute. Mentre aspettiamo che apra la sala per la colazione, prepariamo i bagagli. Andiamo a cercare del materiale all’ufficio del turismo, ma non c’è molto e anche l’accoglienza lascia un po’ a desiderare.
Cerchiamo ancora le pile ricaricabili ma senza risultato e cominciamo a pensare che non riusciremo a fare neppure una foto. Saliamo a visitare la fortezza, costruita su uno sperone di diaspro rosso. Il custode ci dà un foglio con le informazioni più importanti pregandoci di riportarlo alla fine. Il castello mostra subito alcuni aspetti insoliti, come il rivellino a forma di serpente che difende l’ingresso. In alcune sale è stato allestito il museo delle trappole e del bracconaggio, che fa venire la pelle d’oca, ma obbliga a pensarci su, non diversamente dalla sala delle torture allestita con copie esatte di scuri, cavalletti, catene e altre amenità. Il castello è ricco di ambienti che in parte sono utilizzati per la realizzazione di un museo della civiltà contadina. E’ ancora in fase di realizzazione, dovendo “riprendersi” da un lungo periodo di abbandono. Interessanti i camminamenti di ronda, la ghiacciaia e le cucine, la parte nobiliare ben conservata, e il mastio, dove un cartello avvisa di prestare attenzione in caso di temporale. Ci fermiamo nella prima sala, a pian terreno, dedicata a due giovani innamorati, Soleste e Moroello, lei figlia del potente feudatario, lui semplice capitano. Convinta per un tragico equivoco che il suo amato sia stato ucciso in battaglia, Soleste si toglie la vita e stessa sorte sceglie Moroello che non può più vivere senza di lei. Nella sala campeggia una foto… del suo fantasma, almeno così assicurano alcuni “cacciatori di fantasmi” del Dipartimento Ricerche del Centro studi di Parapsicologia di Bologna.
Quando arriviamo in cima al mastio, si scatenano tuoni e fulmini e dobbiamo rifugiarci nella sala delle guardie, dove seduti nello sguancio di una finestra, osserviamo un vero diluvio rovesciarsi sulla valle. Oltre a noi, c’è una famigliola olandese con i bambini che si divertono a correre su e giù.
Una volta lasciato il castello, poiché la temperatura è più fresca, decidiamo di scendere a Parma, lungo la valle del Ceno, che non ha niente di particolare se si fa eccezione per un antico e massiccio battistero in località Serravalle (con possibilità di sosta grazie ad un’area picnic). La visita a Parma comincia dal Battistero dell’architetto e scultore Benedetto Antelami, che merita la sua fama, mentre la spiegazione al telefono non vale i due euro di spesa. Mi sono sempre chiesta perché in questi commenti si fa costantemente riferimento ai punti cardinali: a nord, a est…. E’ già difficile per noi profani trovarli all’aperto quando sorge il sole e gli alberi sono coperti di muschio da un solo lato, ma ci vogliono davvero capacità superiori per individuarli in un battistero con una sola apertura, per di più chiusa da una pesante porta. Così, mentre circumnavighiamo con lo sguardo alla ricerca disperata della porta nord, perdiamo metà del commento. Per una fortunata circostanza, la spiegazione termina e riprende un paio di volte da sola, per cui ci rifacciamo. Alla fine, quando appendiamo il telefono, sentiamo che la voce non si spegne e immaginiamo con un brivido il battistero ormai chiuso e deserto, dove per tutta notte la voce gracchia all’infinito la spiegazione….
Il Duomo ha mantenuto lo stile romanico solo nella facciata, nell’impianto interno e nella cripta. L’affresco del Correggio nella cupola dà l’impressione di un vortice, che risucchia lo sguardo fino alla cancellazione di ogni manifestazione visibile nella luce divina. Poi facciamo un giro fino al Palazzo della Pilotta, ma la canicola prende forza, superiamo abbondantemente i 30°, per cui decidiamo di tornare in montagna. Il percorso fino alla macchina avviene con quattro tossici litigiosi alle spalle.
Percorriamo la Val di Taro, fino a Borgo, dove all’ufficio del turismo ci parlano di un B&B chiamato “The Old Way”. Telefoniamo alla proprietaria che andiamo a prendere e che ci mostra la strada. La casa in pietra, cui si accede per una salita erta, si trova in una bella posizione, circondata da un orto e da un frutteto, ed è molto accogliente. Ci raggiunge il figlio Niccolò che ci spiega il perché di quel nome, The Old Way, la vecchia strada: fa riferimento alla Via degli Abati, che passa per un tratto proprio all’inizio della casa stessa.
Decidiamo che domani ne percorreremo un tratto.
Ceniamo al Vecchio Borgo, dove il cuoco ci mostra con orgoglio i tagliolini stesi a seccare e mentre mangiamo, va avanti e indietro alla velocità di un treno. Arriva una compagnia e lui aiuta tutti a portare in strada tavoli e sedie e si crea subito un’atmosfera di festa.

12 luglio
Terminata la colazione, chiudiamo il cancello per tenere fuori gli animali selvatici e girando dietro la casa, iniziamo la salita. Questa località era un tempo coltivata a vigneto e i resti dei terrazzamenti che trattengono il terreno, testimoniano un passato di lavoro duro. Il sole picchia forte già dal mattino presto, e non stupisce che questi posti siano chiamati “Le spiagge”, riferendosi forse al sole battente, forse agli spiazzi ottenuti con il lavoro del terrazzamento. Niccolò ci ha detto di aver tagliato l’erba, ma le continue piogge hanno provocato la nascita di una specie di savana. Quello che fa più male sono le rose selvatiche, perché si mostrano in tutta la loro bellezza e intanto spingono i rami spinosi in cielo, in terra e in ogni luogo. Imprecando quel tanto che è permesso, risaliamo il bosco e usciamo all’altezza di una casa nel cui giardino è conservato un cannone. E’ possibile che da queste parti i cani maremmani non siano di provata fede?
A sinistra un magnifico sentiero è chiuso da una sbarra. Ci viene il sospetto che nel Medio Evo fosse proprio di lì che scendeva il sentiero, mentre adesso bisogna litigare con i rovi e l’erba alta. Per fortuna però possiamo salire a destra lungo uno sterrato ampio e agevole, dove alcune pietre ben disposte danno l’idea di un percorso un tempo curato e frequentato. Sbuchiamo sulla curva di una strada asfaltata, con un pilone su cui è scritto che da queste parti, al crepuscolo, avvengono strani fenomeni. Un cartello più solido e positivista illustra la flora del luogo: ginestre, orchidee mediterranee, e soprattutto “poche rose selvatiche”. Te possino, direbbero a Roma… Uno degli strani fenomeni che potrebbero accadere anche prima del crepuscolo sono le geremiadi di due viandanti che dopo aver letto queste parole, contemplano l’orlo sdrucito dei pantaloni. Attraversata la strada, il sentiero si immerge nuovamente nel bosco, poi esce ancora sulla strada e raggiunge la chiesa di San Pietro. Il posto è tranquillo e panoramico. Ci sediamo accanto alla chiesa, e pranziamo al sacco. Prima di prendere la strada del ritorno notiamo un tavolo di legno con le panchine e un cartello “area di sosta”, ovviamente ben nascosto tra gli alberi. Rientrati al B&B prendiamo la macchina per visitare Pontremoli, passando dall’antico passo del Bratello, già utilizzato in epoca romana. La strada si snoda in una vera foresta, non si vedono altro che piante. Entriamo in Pontremoli dalla porta che reca le indicazioni per la via Francigena e saliamo lungo gli “sdruccioli” fino al castello. Vagando qua e là, passiamo accanto a un vecchio negozio di materiale elettrico, in cui sono esposti interruttori di ceramica e altri oggetti di antiquariato. Dovendo ancora acquistare le due batterie ricaricabili per la macchia fotografica, ci fermiamo con poca speranza che in un posto così le possano avere. Invece, la proprietaria, che avrà circa l’età del suo negozio e che è una signora simpaticissima, scompare nel retrobottega e torna con le pile, intrattenendoci poi sul premio Bancarella e sui personaggi importanti che ogni anno si ritrovano qui. Poco oltre, affisso a un portone, leggiamo un volantino in cui il signor Albertosi Alessandro invita a portare da lui le camicie in cui state comodi, perché ve le rifà tale e quali con stoffa scelta da voi. Informa inoltre che stira alla perfezione. Letterati sì, ma artigiani anche! Saccheggiato l’ufficio del turismo in previsione di un fine settimana da queste parti, torniamo a Borgotaro cenando all’Usteria dal M’rcà con una pizza e una focaccia piuttosto alta, fatta in casa e di buon sapore. Una volta rientrati al B&B ci sediamo all’aperto. A parte il rumore sordo e un po’ molesto della fabbrica di ceramiche nella valle, ci godiamo il fresco in mezzo alle lucciole che appaiono e scompaiono tra gli alberi da frutto e il cielo pieno di stelle. Aveva ragione Jim Morrison quando scriveva che “a volte basta un attimo per scordare una vita, e a volte non basta una vita per scordare un attimo”.

13 luglio
img25Niccolò viene a salutarci e a parlare un po’ di come vanno le cose da queste parti. Essendo laureato in gestione dei sistemi forestali, tiene molto all’ambiente e ci racconta delle iniziative che lui e un gruppo di altri giovani stanno cercando di portare avanti per valorizzare il territorio. Ci sentiamo di raccomandare il B&B “The Old Way”, per il luogo, il prezzo, l’onestà dei proprietari che rilasciano la ricevuta, e soprattutto per la loro accoglienza e gentilezza.
Partiamo per Berceto, dove scopriamo, si tiene lo “Squinterno Berceto festival”. La gente gira con una tazza di metallo in mano, anche se l’ora non è del tutto propizia al consumo di birra né di altri alcolici e preferiamo pensare abbia lo stesso scopo della mitica zucca vuota che serviva ai pellegrini per raccogliere l’acqua. Berceto ha dei cortili bellissimi. Uno in particolare, piccolo e pieno di fiori, attira tutti i passanti. Ci vive un pittore-liutaio, e credo nessun altro posto potrebbe fornirgli maggiore ispirazione. Gironzolando tra le bancarelle, ci tentano una camicia in cotone biologico e un testarolo al pesto. Anche a Berceto c’è un castello, ma è ridotto piuttosto male. Perfino il portone è stato portato via e utilizzato per un’abitazione privata. La pieve romanica invece è bellissima, vi hanno ritrovato un calice di vetro perfettamente conservato dell’VIII o IX secolo. Si può ascoltare la storia del ritrovamento, ma se non si è dormito bene la notte potrebbe succedere di trovarsi accoccolati al suolo immersi in un dolce sonno. Lasciata Berceto, raggiungiamo il Parco dei Cento Laghi. Posteggiata la macchina a Lagdei, risaliamo la faggeta verso il Lago Santo e finalmente possiamo scattare la prima fotografia.

La faggeta sembra disegnata per un libro di fate. L’assenza del sottobosco crea un nitido gioco di luci e ombre tra i fusti, ma abbiamo poco tempo per contemplarlo affascinati, perché un nugolo di zanzare si alza dal terreno e ci segue famelico tutto il tempo. L’avessimo saputo, avremmo provveduto con un buon repellente, invece possiamo solo coprirci il più possibile e agitare i maglioni come pale di un mulino. Ci lasciano in pace solo una volta arrivati sulle rive del lago, le cui tonalità verdi, azzurre e grigie cambiano continuamente a causa del vento e del tempo incerto. img27Terminato il picnic, scendiamo seguendo il sentiero panoramico, migliore di quello percorso all’andata (e senza zanzare), dove ogni tanto passiamo accanto ad alberi che mostrano una splendida fioritura gialla. A Lagdei chiediamo informazioni all’ufficio turistico, situato nel rifugio, e ci indirizzano in un piccolo paese, Valditacca, all’albergo “Da Rita”. Telefoniamo per sentire se hanno posto e quale itinerario ci consigliano. Ci domandano se possediamo una macchina alta e la risposta è no, perché la nostra valorosa golf è abbastanza simile a una chiatta. Ci dicono allora di seguire la strada più lunga, ma è talmente lunga che scoraggerebbe chiunque. Decidiamo di rischiare, tanto non può essere peggiore del tratto percorso lungo la Via degli Abati. Effettivamente, la strada è un po’ disagiata, però si snoda all’interno di una faggeta che meriterebbe da sola il viaggio.
Raggiunta Valditacca, scopriamo che “Da Rita” si mangia benissimo, le proprietarie sono molto gentili e anche il paesino, per quanto microscopico, ha i suoi angoli caratteristici, con le case antiche, le fontane e i cespugli di rose.

14 luglio 2013
img2DLa notte è disturbata da un cane che abbia rabbiosamente a non si sa chi, ma in compenso la colazione con formula all-you-can-eat è davvero eccellente. Partiamo per il lago Bollano, le cui vicinanze sono già affollate di persone indaffarate intorno ai barbecue.
Attraversando la faggeta raggiungiamo Prato Spilla. Il Parco delle Avventure è chiuso e le seggiovie ferme. Vorremmo raggiungere il lago Verdarolo, ma le indicazioni sono insufficienti e rinunciamo. L’unica cosa interessante del luogo è una torbiera.

Torniamo al lago Bollano e questa volta, nonostante le scarse indicazioni, raggiungiamo l’inizio del sentiero per il Lago Verde. Lo raggiungiamo in cinquanta minuti. E’ bellissimo, sembra un giardino zen con tutte le sfumature di verde che lo circondano.

L’unica bruttura è un muro di contenimento dell’Enel, ma per fortuna gli si può girare le spalle.
Al ritorno, partiamo per il Reggiano con sosta a Ramiseto, all’ostello Groppo dei Vescovi. E’ una struttura molto grande, adatta per oratori e comunità in vacanza, ma per il momento ci siamo solo noi.

15 luglio
img33Mentre prendiamo la colazione, Vincenzo, il proprietario dell’ostello, ci fornisce molte informazioni su quello che c’è da vedere nei dintorni. Partiamo per Gazzolo, e mentre ci aggiriamo per le vie del paese, una signora si fa sull’uscio e ci invita a vedere la casa, appartenuta alla casata dei Molzi. In quel momento arriva il signor Gianni, lo storico del paese, che ci parla dei posti e ci apre la chiesa del 1600, con il suo bell’altare dorato. Le persone sembrano soffrire di solitudine, sono contenti di poter fare due chiacchiere con noi. In paese c’è anche un castello, ma è pericolante e non si può visitare. Gianni ci dice che conserva ancora un chiodo in cui di notte si inseriva una candela per indicare la strada ai viandanti. La nostra prossima meta è Succiso, nella bella Valle dei Cavalieri. Facciamo una sosta a Pieve San Vincenzo, la cui chiesa si dice fosse frequentata particolarmente dalle domestiche. Sembra antica, ma non lo è più. Distrutta da un terremoto negli anni Venti è stata completamente ricostruita. Ci rallegriamo che l’ostello sia percorso in lungo e in largo da tiranti con funzione antisismica.
Altra sosta a Cecciola, dove è meglio non entrare in macchina, perché è un borgo fatto di vicoli e sottopassi intricati, che solo a piedi permettono di apprezzare l’architettura di questi edifici di montagna. Saliamo a Succiso, dove facciamo il picnic in un’area di sosta ben attrezzata. Non ci sono cestini ma si vedono ben poche cartacce in giro, forse perché c’è poca gente o forse perché quella che c’è, è molto educata. Una lapide in memoria dei partigiani della 144° Brigata Garibaldi (il più vecchio aveva ventitré anni) ricorda il periodo della Resistenza.
Riempiamo le borracce a una fontana con un’acqua talmente buona da sconfessare l’aggettivo “insapore” che dovrebbe qualificare il prezioso liquido e partiamo per il Passo della Scalucchia. Chiediamo indicazioni a un anziano per sapere com’è la strada e lui risponde divertito: “Ci passa un camion col rimorchio!”. Ringraziamo e proseguiamo pensando che l’ha sparata proprio grossa. Invece, poco più avanti, c’è veramente un camion col rimorchio! Al passo il panorama è ampio e nei prati ci fermiamo a guardare il pallottoliere del cielo, una struttura realizzata da un artista che scrive di usarlo per contare le mucche, i caprioli, i chilometri fatti, le stelle, ma di non contare balle perché c’è già chi lo fa con abbondanza.
Scendiamo per una merenda a Vallisnera, un paese minuscolo ma con una storia interessante. Nel 1207, in anticipo sui grandi della nostra letteratura, furono promulgati in lingua volgare gli Statuti che riconoscevano una certa autonomia e libertà agli abitanti del feudo e ingiungevano al Podestà di giudicare con giustizia e di non permettere che gli uomini fossero “stratiati aut maltrattati”.
Proseguiamo per Collagna e Ligonghio, salendo verso il passo di Pradarena attraverso una valle stretta e boscosa. Ci fermiamo in un negozio del CRAI per un po’ di spesa e la signora alla cassa ci guarda meravigliata, come se non si aspettasse dei turisti. Il passo di Pradarena offre una bella vista sulle Apuane e si trova sull’itinerario GEA (Grande Escursione Appenninica). Vicino all’area picnic è stata eretta un’altra lapide dedicata ai partigiani uccisi.
Passiamo da Ospitaletto per vedere il campanile matildico, ma rinunciamo alla foto a causa del moderno cassonetto per l’immondizia piazzato davanti! Non è il massimo per un monumento che ricorda un vero mito dell’Alto Medioevo, la contessa Matilde di Canossa, che per quanto giovanissima governò un feudo molto vasto e attrezzò le strade di montagna con abbazie e ospitali, contribuendo a contenere lo spopolamento di aree altrimenti poverissime. A lei è dedicato il Sentiero Matilde, che ripercorre i luoghi più significativi della sua presenza. Rientriamo a Ramiseto attraversando alcuni paesini dove la gente continua a guardarci incuriosita. Siamo ovviamente fuori dalle rotte turistiche più battute, ma questo era ciò che cercavamo. La strada è in continuo saliscendi e ogni tanto appare la sagoma inconfondibile della pietra Bismantova. Il Reggiano sembra ricco di acque e di aree di sosta e quelle che attraversiamo sono montagne vere e proprie, da non sottovalutare. Da Ramiseto saliamo a Ventasso Laghi, per assistere al tramonto sulle rive del lago Calamone, il più vasto della provincia reggiana. La serata finisce in pizzeria con farinata al formaggio e focaccia e una passeggiata fino alla chiesa, che è fuori dall’abitato. Notiamo l’uso diffuso di formelle di marmo e la presenza di varie sculture.
All’ostello siamo sempre soli, a parte le lucciole che danzano sui prati apparendo e scomparendo come lampi.

16 luglio
img37Questa mattina il signor Vincenzo è triste e contrariato perché gli hanno rigato la Vespa storica. Lo salutiamo e ci dirigiamo verso Castelnuovo ne’ Monti, nel cui comune si trova la pietra Bismantova, una montagna alta poco più di mille metri con una sagoma inconfondibile, anche perché sorge isolata tra gli Appennini. Lasciamo l’auto in una piazza che poteva essere dedicata solo a Dante, che parlò di questa montagna nella Divina Commedia, e saliamo lungo un sentiero che nei punti più ripidi è attrezzato con le corde fisse. Sulla sommità, ci incamminiamo lungo i raggi di un enorme sole che qualcuno ha tracciato nell’erba alta. Purtroppo la foschia ci toglie un po’ della bellezza del panorama, ad ogni modo è interessante camminare lungo questo pianoro che somiglia al ponte di una nave. Scendiamo e riprendiamo l’auto in direzione della Valle dei gessi triassici, in cui scorre il fiume Secchia. Come la pietra Bismantova, è sito d’interesse comunitario. Le colline di colore tra il bianco e il rosa sono formazioni che risalgono a duecento milioni di anni fa.
Qui si trovano le fonti di Poiano, fonti carsiche tra le più importanti del reggiano, dalle acque salatissime. Un sentiero ben attrezzato con ponticelli le percorre tutte, e per chi vuole assaggiare, garantiamo che l’acqua è salata oltremisura. Torniamo passando accanto al punto di ristoro, dove gli avventori si producono in canti di montagna sicuramente annaffiati da qualcosa che non è acqua. Ripartiamo percorrendo la Valle Minozzo, che offre il panorama completo sulla pietra Bismantova e la Valle dei Gessi. Ci concediamo un’altra sosta a Toano, per un ottimo gelato presso il bar Antica Posta e la visita alla pieve matildica, restaurata dopo la fine della guerra. Le truppe tedesche
avevano bruciato tutti gli arredi di legno, provocando il crollo del tetto. La chiesa, collocata lungo la Via Matilde, è solenne e austera, anche se petali di stoffa rossa e fiocchi bianchi sparsi in giro ci dicono che è appena stato celebrato un matrimonio. Sulle panche qualcuno ha lasciato il libretto degli sposi, Luca e Francesca, che si termina con la poesia di Schimel Lawrence “Ho scelto te”.
Ci fermiamo per la notte a Montefiorino, sede nel 1944 della Repubblica Partigiana, la prima zona libera nell’Italia del Nord. La finestra della camera dà sulla valle, che nella leggera nebbia del tramonto sembra ancora più profonda e verde. La rocca, in cui ha sede il comune, è accessibile nella parte esterna anche di notte e grazie all’illuminazione discreta permette una visita breve ma suggestiva. Tornati in albergo, notiamo che la finestra inquadra unicamente il cielo. Lasciandola spalancata, sembra di guardare una tela blu su cui sono dipinti la mezzaluna e tre pianeti, ma è un quadro che si modifica lentamente nella notte, fino a che restano solo le stelle.

17 luglio
img38Rinunciamo alla visita alla Rocca e al Museo della Resistenza perché aprono alle 10.00 e partiamo per Pievepelago, sede amministrativa del Parco Regionale dell’Alto Appennino Modenese (o del Frignano). La strada rimane in quota e spazia sul panorama vario e interessante, mentre più avanti la valle si chiude diventando molto boscosa. Facciamo la prima sosta all’Abbazia di Frassinoro, che Beatrice di Lotaringia, madre di Matilde di Canossa, dotò di molti beni e terre a suffragio della propria anima e di quella dei propri defunti. L’abbazia attuale è stata completamente rifatta, tanto che restano pochissime testimonianze dell’epoca di Beatrice, ma quello che interessa è il carattere forte di questa donna, che si evince proprio dai documenti, riprodotti all’esterno. Le donazioni erano previste nei minimi dettagli, come le sanzioni per i discendenti che si fossero messi in testa di cambiare una sola virgola delle sue decisioni. D’altra parte, pare che lei e la figlia avessero i capelli rossi… Arrivati a Pievepelago, due ragazzi del Punto Informazioni del Parco del Frignano ci consigliano cosa vedere nei dintorni e ci danno l’indirizzo di un B&B, il Boscoverde, situato in una casa d’epoca dove i proprietari hanno curato con gran buon gusto l’arredamento. Ci accolgono con molta gentilezza, in compagnia di Pritti, una simpatica cagnolona dal pelo chiaro.
Andiamo a fare il picnic a Fiumalbo, lungo il torrente Scoltenna, dove si pratica la pesca sportiva e dove, vicino a Pievepelago, esiste una zona “No kill”, dove cioè il pesce catturato è immediatamente lasciato libero (ma non deve essere in ogni caso una bella esperienza sentirsi trascinati e afferrati, e lottare disperatamente per resistere).
Poi facciamo due passi per questa cittadina pittoresca, molto curata e giustamente insignita del titolo di città d’arte dal 1990.
All’ingresso del paese è collocato l’oratorio quattrocentesco di San Rocco, per evitare l’ingresso in paese del terribile morbo della peste. La chiesa parrocchiale di San Bartolomeo conserva frammenti di un antico portale su cui sono scolpite le effigi di Matilde di Canossa e del figlio adottivo Guido Guerra a cavallo.
Matilde è rappresentata con lo scettro in mano (qualcuno dice un fiore), e per quanto Guido abbia la spada sguainata, è la contessa che tiene con mano forte le briglie.
Ci portiamo poi a Riolunato, collegato nel Medioevo a Pievepelago grazie al ponte romanico della Fola. Il paese è più rustico e peggio tenuto di Fiumalbo, tuttavia merita una visita. Sopra il portone di una vecchia casa troviamo ancora scritto: “W il re”. Saliamo a Le Polle, località che deve il nome alle numerose sorgenti, in cerca della Via dei Forestieri o delle Compagnie, che portava da Riolunato a Fiumalbo, ma il cartello di legno che dovrebbe indicarne l’inizio è buttato a terra e la sua freccia punta chissà dove. Anche il foglio esplicativo che ci hanno dato non è di alcuna utilità. Essendo una stazione sciistica, è al momento deserta e quindi interessante solo per il panorama e per visitare la località Castello. Qui facciamo la conoscenza del signor Clemente Pasquale Lenzini e di sua moglie Marta. Ci aprono la chiesa e ci mostrano una pietra datata 1485, poi la torre con la sua porta murata, antica sede del signore, e la torre di guardia, utilizzata come prigione, ed ornata – si fa per dire – da sculture di persone impiccate. Nel cortile c’era un castagno detto “il castagno dei poveri”, perché a loro erano riservati i frutti. Fu Matilde di Canossa a importare i castagni da Barga, migliorando così le condizioni di vita della popolazione. Ci portano poi a vedere il castello vero e proprio, cioè la casa in cui abitano, con le pareti dipinte con soggetti sacri, come la Decapitazione del Battista, e profani, risalenti al 1500, e un’alabarda celtica che decora il camino. Ci parlano di strane storie riguardanti il sacerdote e medico Valentino Contri, attivo nella Repubblica Cispadana e per questo malvisto e avversato dai controrivoluzionari, che a causa delle sue idee democratiche lo rappresentarono come un dissoluto partecipante ai “balli angelici”. Morto improvvisamente per apoplessia, si disse che fosse stato rapito dal diavolo. Altri invece sostennero che fosse rimasto vittima di un assassinio politico e che il suo cadavere fosse stato fatto sparire. Il signor Pasquale ci parla poi dei funghi che non crescono se si guardano e di una scommessa fatta con un amico incredulo che gli fruttò ben 10.000 di vincita, dello zio artefice della cancellata nei Giardini di Boboli a Firenze, del cavalierato della repubblica concessogli da Scalfaro…. Dice che ha solo la quinta elementare e ci mostra le mani dure da lavoratore, prive di alcune dita. Sembra davvero un personaggio da romanzo. La signora Marta è stata miss Viareggio e ci mostra le foto dell’evento.
Secondo Clemente, nella località Valle sbucava una galleria che partiva proprio da Castello, ora non agibile. All’uscita sarebbe stato ucciso il condottiero Obizzo di Montegarullo, acerrimo nemico degli Estensi, che altri dicono invece morto a Lucca.
Si starebbe lì ancora molto a chiacchierare, perché Clemente è inesauribile, ma viene l’ora di rientrare al Boscoverde e cucinare il testarolo col pesto.

18 luglio
img3BOggi la consueta colazione imperiale si arricchisce con il contributo del compagno olandese della proprietaria, che ci prepara alcune specialità del suo paese. Partiamo per il Lago Santo, uno dei più grandi dell’Appennino. Ci sono diversi rifugi e l’ultimo, quello del Giovo, è raggiungibile sia dalla strada sia con la passeggiata a lago. Un cartello ne racconta la storia, rilevando che è l’unica ricchezza di una famiglia che l’ha edificato con la fatica di tre generazioni.
Dal Lago Santo passava un’antica strada che conduceva in Toscana. Il luogo è ameno ma occorre fare ancora i conti con le zanzare. Ripartiamo per Roccapelago, dove il castello di Obizzo è stato trasformato metà in chiesa e metà in museo, e dove si può vedere uno splendido panorama. Ci colpiscono i numerosi “VENDESI” sulle porte delle case.
Poi andiamo a Sant’Andrea per percorrere l’itinerario etnografico n. 13 del parco del Frignano, intitolato “Le capanne celtiche e la Via Vandelli”. Si tratta di una via storica che collegava Massa a Modena nella prima meta del 1700 ma che è stata poi abbandonata perché troppo esposta e tortuosa. Al culmine del nostro percorso troviamo le “capanne celtiche”, baite caratteristiche la cui sommità si raggiunge attraverso vari gradini collocati sul tetto. Il primo tratto di questo sentiero etnografico è immerso nel bosco, e la quantità di fragoline invita alla raccolta e a una sosta per la merenda.
Cimone

Si scende invece lungo una strada sterrata, allo scoperto, dove la vista spazia sul panorama dominato dal Cimone. Per quanto lunga, è meritevole dello sforzo, e comunque è possibile prendere ogni tanto delle scorciatoie.
La sera ceniamo in località Sant’Anna, al ristorante “Lo sciatore”, il che la dice lunga sul perché c’è poca gente d’estate e tanta d’inverno. Nella sala da pranzo ci siamo solo noi e altri quattro ospiti, tre donne e un uomo. Lui dice che quel giorno è andato a cambiare 10.000 dollari! Quando ce ne andiamo, le signore sono riunite a giocare a briscola fra loro, mentre lui è occupato con un solitario.

19 luglio
img3DStamattina, dopo un breve giro all’Abetone, risaliamo la Val di Luce. Sono luoghi rinomati per lo sci ma che in estate sono a dir poco deprimenti, per l’aspetto desolato che danno alla montagna gli impianti di risalita e le case di vacanze prive di qualunque estetica.
A metà strada, però, parte il Sentiero Botanico, che ricalca l’antica strada imperiale che portava nella provincia di Lucca attraverso la Foce di Giovo. Lo sterrato ben tenuto, con i corsi d’acqua ben canalizzati, passa attraverso un bosco di conifere, poi una faggeta e infine esce all’aperto attraversando sterminate praterie di mirtilli.
Ne troviamo pochissimi maturi, ma ci domandiamo come deve essere da queste parti ad agosto. Non c’era ancora capitato di camminare tra colline letteralmente ricoperte da piantine di mirtillo. Una capanna aperta e con camino è a disposizione dei viandanti, e non mancano le sorgenti. Arrivati al passo, ci sediamo vicino a una piccola cappella. La vista spazia sulla valle dall’aspetto selvaggio attraverso cui si raggiunge Lucca.
Dalla Toscana sarebbe possibile salire in macchina, dall’Emilia invece è vietato. Salutiamo due ciclisti che si apprestano a scendere a Lucca, e a parte loro e un motociclista, non c’è anima viva. Al ritorno, un operaio straniero intento a sistemare vari attrezzi sul suo furgoncino ci chiede se abbiamo trovato funghi o mirtilli, ma più che altro sembra voglia fare due parole con qualcuno. Lo capiamo, però per noi che viviamo tutto l’anno in mezzo al rumore, questa quiete è un vero balsamo.
Tornati a Pievepelago, andiamo a comprare un po’ di marmellate, tra cui quella delicatissima di rosa. Ceniamo a Montecreto, e facciamo una passeggiata al chiaro di luna fra i castagni centenari del parco, che a suo tempo hanno nutrito intere generazioni. Al ritorno ci accoglie Pritti col suo dolce sorriso canino e vediamo alla tele “La grande storia” che neanche a farlo apposta parla di quando in Italia i poveri potevano concedersi al massimo 900 calorie giornaliere.

20 luglio
img40Partiamo per il Passo delle Radici, aperto dai duchi di Modena nel XIX secolo, e raggiungiamo San Pellegrino in Alpe, il comune più alto dell’Appennino. L’antico ospizio è aperto sia dal lato emiliano sia da quello toscano, e il confine passa esattamente in mezzo. Dopo aver bisticciato secoli, la modenese Frassinoro e la lucchese Castelnuovo Garfagnana se lo sono equamente diviso, al punto che i corpi di San Pellegrino e San Bianco conservati nel Santuario hanno la testa in Emilia e i piedi in Toscana. Il sito è menzionato per la prima volta nel 1110, ma sembra fosse ancora più antico, e serviva con il suo ospizio e il suo ospitale i frequentatori della via Bibulca, considerata una vera superstrada, in quanto poteva essere percorsa da due buoi affiancati. Ludovico Ariosto, che governava la Garfagnana, la chiamava “strada iniqua” perché infestata dai briganti. Il panorama che si gode da entrambe le parti è mozzafiato. Sotto di noi, un pastore spinge il gregge lungo la strada e la scarsità di macchine permette un piccolo tuffo nel passato.
La chiesa non ha più nulla di medievale, ma esistono ancora dei resti nel negozio dell’ospizio, che ospita un bellissimo museo etnografico della civiltà montanara. Impressionanti i tini ricavati da un solo tronco di castagno. Dal Passo delle Radici raggiungiamo Prato San Geminiano attraverso la Selva Romanesca, i cui sentieri (non segnati proprio benissimo) fanno parte sia della Via Bibulca sia del Sentiero Matilde. In inverno sono usati come piste da fondo. La biglietteria è ovviamente chiusa e ci sediamo per il picnic poco lontano, a un tavolo con due comode panchine. Sono cambiati i tempi, ma qui nel Medioevo si doveva pagare un pedaggio all’abbazia di Frassinoro, che aveva anche compiti di manutenzione e sorveglianza e aveva affidato i controlli di polizia, come diremmo oggi, ai cavalieri Templari. Un po’ a fatica a causa della segnaletica non eccelsa, arriviamo a San Geminiano, il cui oratorio secentesco è stato ricostruito dopo il terremoto del 1920. A fianco, c’è una fonte d’acqua detta di San Geminiano, ma che nel IX secolo era chiamata Fonte del Silvano, con un chiaro riferimento a una divinità silvestre pagana. San Geminiano, eletto contro la sua volontà vescovo di Modena, si ritirò in questi luoghi deciso a vivere da eremita ma convinto da San Pellegrino ad accettare la carica, pregò perché quell’acqua buonissima e pura lo seguisse anche nel modenese. Ancora oggi esiste una “fonte miracolosa di San Geminiano” nel Santuario di Cogneto. Mentre assaggiamo anche noi l’acqua e riempiamo le borracce, scoppia un violento temporale e troviamo rifugio al riparo dei cartelli informativi, che hanno una tettoia abbastanza larga. Un gruppo di anziani fa lo stesso, e tutti commentano meravigliati il fungo gigantesco che una di loro ha trovato.
Il ritorno avviene sotto una pioggia leggera, che non disturba più di tanto. Per la cena andiamo a Frassinoro, dove si tiene la Settimana Matildica, una festa medievale che ci dà la possibilità di assistere alla rievocazione di antichi mestieri.
Mangiamo la “polenta stesa”, piuttosto liquida per le nostre abitudini ma di buon sapore, in compagnia di una famigliola del luogo che si complimenta con noi per essere venuti “da lontano”. In piazza hanno allestito spettacoli di combattimento e un’esibizione di acrobati e giocolieri comici che sanno coinvolgere il pubblico in modo magistrale, non sbagliando una battuta e guadagnandosi continui applausi. La luna piena invita a fare le ore piccole, mentre il birraio espone la sua serissima insegna: “Benvenuti nel Medio Bevo”.

21 luglio
Torniamo alla pianura e alle sue temperature soffocanti, che rimanendo sul crinale siamo riusciti a evitare. Mentre scendiamo verso l’autostrada, compriamo della frutta, che con il suo sapore eccellente è la miglior compagnia per ritardare il saluto alle vacanze e agli Appennini.
Ha ragione chi ha scritto che la vera appartenenza a un ambiente non è data dal fatto di abitarci ma dal fatto di conoscere la sua origine, la sua storia, le sue trasformazioni. Anche se per un breve periodo, speriamo di aver abitato – nel senso di aver vissuto – questi bellissimi posti.

Grazie per averci letto!

Testo di Nadia Silistrini, foto di Fabrizio Tagliabue
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Nadia Silistrini

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