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Congo: dove la ricchezza rende poveri
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Congo: dove la ricchezza rende poveri

Di Cianzia Bassani2 giugno 2013

Partecipanti: Cinzia e Luca (in compagnia di: Francesco, Franco, Isabella, Mario e Simona)

bambini 1Eccoci di nuovo in cammino: decisamente una meta insolita, come del resto è insolito questo viaggio.
È da anni che io e Luca desideravamo provare un’esperienza di “volontariato”, ma i criteri di ricerca erano 2: non doveva essere patrocinato da una associazione religiosa e dovevamo essere utili entrambi, io in campo sanitario e lui in ambito idraulico.
Finalmente conosciamo un volontario, Francesco, responsabile del progetto Congo di una ONLUS con base a Melzo, l’Aleimar, che fra le altre cose si occupa di adozioni a distanza. In quattro e quattr’otto accettiamo di partecipare a questo viaggio di lavoro, destinazione appunto Congo.
È la prima volta che entrambi ci avventuriamo nell’Africa cosiddetta “nera” e nella mia ignoranza mi aspetto di finire in un piccolo villaggio in mezzo alla savana, col leoni, gazzelle, elefanti e quanti altri animali selvaggi che girano nel mio immaginario africano.
Invece ci comunicano che saremo alloggiati a Lubumbashi, una grossa e caotica città di circa un milione e mezzo di abitanti, esattamente nel centro di un parco minerario che ha bruciato tutta la vegetazione dei dintorni.
E va bene… forse un po’ meno caratteristico, ma altrettanto interessante. Del resto andiamo per lavorare, non per fare i turisti!
Prima di partire l’Aleimar spedisce un container contenente di tutto: un grosso generatore regalato da un industriale lombardo, bici, pannelli solari, carrozzine per disabili, attrezzi da lavoro, farmaci, presidi ospedalieri, magliette, ecc. Si prenoterà il biglietto aereo solo quando il container arriverà al porto di Dar es Salam in Tanzania. Da lì, trasportato da un camion, dovrà percorrere 4000 chilometri via terra per arrivare a Lubumbashi. Parte del nostro lavoro sarà smistare il contenuto e distribuirlo ai vari destinatari. Lavoro in parte alleggerito, come scopriremo al suo arrivo, da diversi furti del contenuto effettuati chissà dove e da chi, durante le soste alla dogana.

Prima di partire, Franco, un taxista che conosce mezzo mondo, grazie all’intercessione di un cardinale ci fa preparare i visti in Vaticano. La vaccinazione anti febbre gialla è obbligatoria, ma quasi tutti rinunciamo alla profilassi antimalarica. La città è su un altipiano e di sera fa freschino, inoltre in Congo è la stagione invernale asciutta, per cui il rischio di essere punti da una zanzara è molto minore, in compenso la profilassi oltre ad essere particolarmente costosa, ha delle controindicazioni ed effetti collaterali notevoli.
Il giorno della partenza siamo tutti abbastanza emozionati. Noi conosciamo bene solo Isa. Simona invece non conosce nessuno di noi, se non per un breve incontro a cena, eppure strano ma vero, subito si crea un buon affiatamento e le battute di Franco e Luca aiutano a rompere il ghiaccio.
Il primo grosso impatto con la città lo abbiamo in aeroporto, se così si può definire il piccolo e incasinato edificio in cui si trova la dogana e il recupero bagagli. È stato pagato un “esperto” del luogo che ci aiuta nel disbrigo delle formalità, ma questo non toglie niente alla pittoresca scena che si presenta ai nostri occhi. Centinaia di persone in una sala molto sporca, che gridano, ti spintonano, si offrono di aiutarti in una confusione totale che noi, già stanchi del lungo viaggio, contempliamo attoniti. Dopo circa due ore rientriamo in possesso dei nostri bagagli e, tirando un sospiro di sollievo, scopriamo che nonostante il brusco trattamento sono indenni. Ognuno di noi ha 2 valigie di 23 kg piene di altro materiale da consegnare agli interessati. Le mie due in particolare contengono
Quando arriviamo sul piazzale guardiamo con sospetto le nostre 14 valige che vengono rapite da un gran numero di persone, che per fortuna le caricheranno sane e salve sulla corriera piuttosto vissuta che ci aspetta all’uscita.
Saremo ospitati presso la Maison Laura che è il centro gestito dalle suore salesiane con la collaborazione di Aleimar e che ospita circa 30 bambine orfane o con problemi di violenza e abbandono.
L’attraversamento della città è pittoresco, vestiti variopinti, acconciature elaborate, donne che trasportano di tutto in equilibrio sulla testa, ma soprattutto sono tutti neri! Pur avendo viaggiato in molti posti anche isolati, non ci siamo mai trovati ad essere delle “mosche bianche” come qui. E’ vero che non si può certo dire che questa città sia un’ ambita meta turistica!
Al nostro arrivo a Casa Laura, veniamo accolti con canti e balli da tutte le bambine che saranno l’accompagnamento della nostra intera permanenza. La voglia di cantare, il ritmo insito nei loro movimenti e la gioia e la passione con cui fanno entrambe le cose ci fa sperare che gli orrori che hanno vissuto prima di essere raccolte in questo centro siano ormai ricordi lontani.
Dopo il canto, le ragazze ci circondano invadendoci con baci, abbracci o semplicemente strette di mano che mostrano quanto sia essenziale il contatto umano e quanto siano incuriosite da noi, anche se per Mario, Franco e Francesco non è la prima volta in questo centro.
Le nostre camerette con due letti a castello sono modeste ma abbastanza confortevoli e dopo il lungo viaggio e le prime emozioni, non vediamo l’ora di rilassarci un po’.

Ma cosa abbiamo visto e cosa abbiamo fatto in queste tre settimane?

botteghe dipinteIncomincio con il descrivere Casa Laura: è una bellissima tenuta confinante con una delle case del Presidente del Congo e, per questa ragione, gode di privilegi e limitazioni. Ad esempio, non ci sono pericoli o sommosse perché la via è presidiata continuamente da militari armati di mitra. Però purtroppo c’è il coprifuoco, per cui dopo le 21 non si entra né si esce dalla zona. Non che la città inviti ad una gita by night! Purtroppo negli ultimi tre anni una gestione poco oculata da parte della suora superiora e dell’economa, ha determinato un estremo deterioramento di tale struttura. Quello che era un luogo con orti, frutteti, allevamenti, panificio e sartoria, con cui le suore si autofinanziavano, si è trasformato in un sito di particolare trascuratezza, con i tre operai destinati alla cura della tenuta che fanno la pennichella sotto i rari alberi rimasti e alcune delle ragazze che si occupano delle ultime vestigia di un orto lussureggiante. Ovviamente, l’Aleimar, ha dovuto aumentare i fondi destinati alla cura delle ragazze in quanto questa gestione fallimentare ha richiesto sempre più finanziamenti per poter trattare civilmente le assistite. Le bambine sono felici e serene, ma sono lasciate a se stesse o alla cura delle più grandicelle. La pulizia del luogo e di loro stesse è molto carente, come del resto il cibo che viene distribuito.
Non c’è una bimba grassa, in compenso il girovita delle suore abbonda!
Anche noi, che siamo ospiti, non godiamo di un trattamento di favore, il regime alimentare è a base di polenta bianca, zuppette Knorr, lische di pesce e ossa di pollo ricoperte di un’ombra di carne ed eccezionalmente una leccornia del luogo: larve bollite, che ovviamente non sono apprezzate dalla maggior parte di noi. Ci salviamo grazie alle capacità culinarie di Luca e alle frequenti visite agli unici due supermercati della città per fare provviste alimentari!
Grazie a Luca anche le ragazze riescono a mangiare qualcosa di diverso. Pizza, non poteva mancare il classico italiano, pasta, seguiti da risotti, torte e biscotti… Non ci dimenticheranno tanto presto!
Oltre alla cucina, Luca e Mario hanno provveduto a riparare innumerevoli rubinetti, pannelli solari, scarichi fognari, ecc. Lavoro abbastanza frustrante perché per una cosa che sostituivano, un’altra se ne rompeva, spesso con l’attiva collaborazione dei locali!
Noi donne, insieme a Francesco, dividevamo i vari “regali” e andavamo a far visita nella periferia della città alle altre 30 ragazze assistite in famiglia, portando riso, sapone, quaderni ed altre cose utili.
E Franco? Lui si dedicava alle public relations e “ci amava a tutti e ci abbracciava forte, forte!!!!”
Molto diversa è stata la visita ai centri di Sambua e Kipushi, gestiti dalle suore Agostiniane e Kafubu, gestito ancora dalle Salesiane. Anche presso questi centri abbiamo portato materiale, aggiustato rubinetti e aiutato negli ambulatori medico-infemieristici.
Per raggiungere questi centri un po’ isolati ci servivamo di un gippone ancora più datato della corriera, guidato da un autista molto, ma molto tranquillo, oppure dalla superiora. In quest’ultimo caso, anche i non credenti del gruppo sentivano l’impellente esigenza di farsi un segno della croce benaugurante!
In questi centri la gestione è totalmente differente. Le suore sono estremamente efficienti, hanno organizzato orti, allevamenti, panifici e vendono ciò che producono per autofinanziarsi.
Le suore sono quasi tutte congolesi, per cui la loro impostazione è molto diversa dalle italiane. Molto allegre e socievoli, dedicano brevi momenti alla preghiera e molto alla pianificazione del centro. Non hanno problemi a parlare di controllo delle nascite e tentano di educare le famiglie a fare meno figli e a contrastare la violenza maschile. Forse, malgrado la loro esuberanza, mancano un po’ di calore umano e di empatia nei confronti delle loro assistite, ma mi chiedo se anni e anni di lotta con scarsi risultati, contro superstizioni e tradizioni inumane, possa inaridire anche le interventopersone con maggiore zelo educativo. Anche l’ospedale di Lubumbashi, gestito dalla dottoressa Piera, è estremamente efficiente, malgrado la carenza cronica di materiale. Questa dottoressa di circa 70 anni, da 30 opera in questo centro. Ha adottato ben 20 bambini abbandonati e, malgrado i sui acciacchi, si dedica dodici ore al giorno alla cura dei malati e alle innumerevoli pratiche amministrative. Mi conferma quello che avevo già sentito da altri colleghi con esperienze africane: occorre molta attenzione nel mettere nella stessa camera persone di tribù diverse, ma non solo, anche i turni del personale infermieristico e ausiliario devono attenersi a rigidi controlli, pena litigi furiosi che in breve tempo si trasformano in aggressioni fisiche anche letali. È stranissimo vedere tutti questi pazienti in attesa di cure, con un mazzetto di soldi sporchi in mano (sporchi in senso letterale, sono talmente fetidi, che è difficile separarli gli uni dagli altri!) con un aspetto di passiva rassegnazione. Persino i bambini più piccoli non piangono, neanche durante un’iniezione, forse perché sanno che piangere è inutile, non ricevono né attenzione, né una carezza consolatoria. Molto diversi dalla maggior parte dei bimbi italiani capricciosi e viziati che insultano genitori e operatori sanitari! Il centro di Baloo, invece è laico. È gestito da madame Magri, una signora di circa 60 anni con otto figli ed un entusiasmo inesauribile nel perseguimento del suo sogno: costruire un luogo in cui ragazzi e ragazze disabili possano avere una casa, una famiglia e un lavoro.

In Congo la superstizione induce a scacciare dalla famiglia, dal villaggio o addirittura a uccidere, chiunque si discosti dalla “normalità”, così come interpretata dal capo villaggio o dallo stregone. I disabili che già nei nostri paesi “civili” sono guardati spesso con diffidenza, lì sono considerati ripugnanti e portatori di disgrazie.
Magri li bacia, li abbraccia, mostra loro tutto il suo affetto e i ragazzi la adorano. È partita anni fa comprando un appezzamento di terreno molto economico perché lontano dall’acqua e con numerose montagnole di termitai che ne abbassavano il valore. Usando la terra di questi termitai che è speciale, ha incominciato con pochi aiutanti a fare mattoni, in parte da vendere in parte per costruire il suo villaggio che adesso anche grazie ad altri aiuti economici è diventato una piccola comunità indipendente. Scuola, ambulatorio, panificio, mattonificio, biblioteca, sartoria, ecc. e, fra le ultime idee, una bellissima fontana, perché secondo lei questi giovani hanno bisogno anche di bellezza…
Uno dei momenti più commuoventi che ha fatto spremere una lacrimuccia anche ai duri omacci del gruppo, è stata la consegna delle carrozzine a due bambine con problematiche agli arti inferiori che fino ad oggi si muovevano trascinandosi per terra. Le grida di gioia e i grandi sorrisi ci hanno ripagati di tutti i sacrifici fatti per arrivare fino a qui.

Cosa dire di questa esperienza africana dove più che luoghi abbiamo conosciuto persone?

Il Congo è uno dei paesi al mondo più ricco di risorse minerarie: rame, cobalto, uranio, oro, diamanti e coltan, quel rarissimo minerale indispensabile per i circuiti dei computer e affini.
Ogni giorno centinaia di autoarticolati caricano tonnellate di materiale da queste miniere e lo trasportano nei porti dove partirà per essere lavorato in altri paesi. Questi camion, che valgono milioni di dollari, attraversano le città senza particolari precauzioni rispetto al materiale anche radioattivo che muovono, e portano questa immensa ricchezza al di fuori del paese, lasciando gli abitanti ancora più poveri di prima. La corruzione dei politici e dei militari non ha limiti e la popolazione è costretta a pagare a caro prezzo scuole e cure mediche. Giusto per fare un esempio, una scuola convitto costa circa 120 dollari al mese, e una profilassi malarica 20 dollari (tutti, e ripeto, tutti, qui hanno la malaria). Uno stipendio medio (per chi ha un lavoro) è di 200 dollari, che diventano 500 se si lavora in una delle miniere radioattive con una speranza di vita dai 3 ai 5 anni.
I medici, gli infermieri, gli insegnanti e i militari pagati dallo stato, in genere ricevono 50 dollari al mese, il resto deve essere pagato dagli utenti o tramite bustarelle. Anche la vita in genere è molto costosa: una mela proveniente dal Sudafrica costa 50 centesimi, il gasolio e la benzina come in Italia e anche la frutta prodotta in loco è veramente cara, giusto per adeguarsi a tutti gli altri beni di consumo.
Tutta questa ricchezza è in mano a cinesi, russi e americani con qualche piccolo “business” europeo. Recentemente i cinesi hanno incominciato ad acquistare immense estensioni di terreno, che recintano e sfruttano per mezzo di grossi macchinari, sia per l’agricoltura che per gli scavi minerari, con scarsa assunzione di personale locale. Questo ha determinato un progressivo innalzamento del prezzo della terra, che in precedenza si otteneva praticamente gratis, mettendosi d’accordo con il capotribù della zona.
Del resto, a fronte di una minoranza che si spacca la schiena con lavori improbi e che nutre un certo spirito di iniziativa, la maggior parte delle persone, donne ma soprattutto uomini, tirano a campare. Non hanno una concezione occidentale (giusta o sbagliata) di lavoro continuativo e di risparmio, per cui al ricevimento del compenso smettono di lavorare e riprendono solo quando i soldi sono finiti. C’è una strana contraddizione fra modernità e tradizione, per cui anche chi non se lo può permettere ha un cellulare e ci chiacchiera in continuazione, ma quando deve lavare per terra, lo fa accovacciato con uno straccio lurido.
SguardiOvviamente, come nel resto del mondo, donne e bambini sono l’anello debole della società. Le bambine hanno spesso i primi rapporti sessuali più o meno consenzienti a 12 o 13 anni e da quell’età incominciano a fare figli arrivando anche a 18, 20 gravidanze, il termine delle quali giunge in genere alla loro morte per l’ennesimo parto. Le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, e i mariti hanno diritto di vita e di morte su moglie e figli. Negli ultimi dieci giorni della nostra permanenza sono arrivate due nuove bambine. La prima, di circa nove anni, ha visto il padre accoltellare a morte la madre, è rimasta tutta la notte con lei e le due sorelline più piccole. Il giorno dopo è stata costretta dalle vicine di casa, in quanto figlia maggiore, a lavarla e a vestirla e poi è stata abbandonata a se stessa. Dopo qualche giorno, vagando per la città con le sorelline e probabilmente vittima di violenza sessuale, è stata segnalata al centro che ha trovato sistemazione per lei e le sue sorelle. L’altro caso è quello di una bimba di tre anni, la cui madre ha ucciso in modo crudele le sorelle più grandi, non gradite al suo nuovo compagno. Lei si è salvata solo perché in quel momento era a casa del nonno.
Un altro fatto che mi ha disturbato di questo Paese è l’atmosfera di violenza che si respira quotidianamente, soprattutto nella città. Luca ed io abbiamo viaggiato in paesi molto poveri, sempre per conto e con mezzi propri e raramente ci siamo sentiti in pericolo o minacciati. In questa città invece non ci sentivamo tranquilli. Ci gridavano “musungu”, che vuol dire “muso bianco”, e il più delle volte non era detto con simpatia, ma con disprezzo. Non giravamo mai da soli e solo per brevi tratti a piedi perché non era sicuro, facilmente potevi finire in mezzo ad una rissa a suon di bastonate e diventarne il capro espiatorio. Anche i militari non garantivano certo sicurezza, anzi, allungavano la mano in cerca di soldi, mentre con l’altra ti mostravano il mitra.
Tutta questa violenza non è indirizzata verso gli usurpatori che li stanno derubando delle loro risorse e del loro futuro, ma verso il vicino di casa, colpevole di essere di un’altra etnia, oppure verso le persone che come noi, tentano di portare un piccolo aiuto.
Non penso che la civiltà sia una prerogativa degli occidentali, anzi, malgrado la nostra istruzione abbiamo dei grandi primati in fatto di razzismo, violenza sulle donne e sui bambini. Probabilmente, mascheriamo meglio, sotto un velo di ipocrisia queste problematiche. Da noi ci sono avvocati, giudici e lunghe attese in tribunale, in Congo si risolvono i problemi a bastonate!
E che dire del tempo? Non parlo del clima, ma delle attese! Quello che da noi si fa in due ore, lì occupa tutta la giornata… Ore di attesa per l’arrivo di un taxi, ore per acquistare qualcosa, ore per arrivare da un punto all’altro della città o per percorrere 20 km in periferia. Per noi frenetici lombardi di nascita o d’adozione è un’agonia!
Non c’è fretta, c’è tutta la vita davanti, anche se lì la vita non arriva a 80 anni, ma viene stroncata a 50, come per l’autista che ci ha portato il container e ha pranzato con noi per festeggiarne l’arrivo… Dopo tre giorni è morto di occlusione intestinale.

Siamo sempre stati diffidenti verso le adozioni a distanza, in quanto non eravamo certi dell’uso fatto dei soldi raccolti. Questi nostri dubbi sono stati convalidati da nostra figlia che durante la scuola ha fatto un periodo di tirocinio presso una ONLUS di Milano. Il suo compito era scrivere lettere compassionevoli a nome di ipotetici bimbi adottati…
Due parole anche per Aleimar, la nostra esperienza con loro è stata soddisfacente. Buona l’organizzazione, forte passione ed interesse nell’aiuto delle ragazze, buona anche la gestione dei soldi, compatibilmente con il fatto di come poi vengano amministrati in loco, cosa che purtroppo è spesso fuori dalle possibilità di gestione della ONLUS. Comunque il controllo è assicurato.
L’unico neo che posso rilevare è stato l’obbligo di pagare vitto e alloggio, ben 20 al giorno euro ciascuno… Visto tutti i lavori fatti ci aspettavamo almeno un’ospitalità gratuita!

Notizie utili:

Gruppo Aleimar:
Via Curiel 21/D 20066 Melzo (MI)
Telefono: 0039 0295737958
Fax: 0039 0295712273
Email: info@aleimar.it

Volo con Ethiopian Airlines con scalo ad Addis Abeba A/R: 900 euro (tariffa missionari)
Tasse aeroportuali: 60 euro
Assicurazione: 25 euro
Timbro Ambasciata congolese c/o Vaticano: 75 euro
Offerta Aleimar per le suore (pagata da noi!), vitto, alloggio e spostamenti: 20 euro al giorno

Costo totale del viaggio: 1400 euro cadauno

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Approposito dell'autore
Cianzia Bassani
In quella narrazione oltre a descrivere le località visitate, spiegavo che il nostro obbiettivo era quello di trasferirci a vivere in questo Paese.

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