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Camper World Tour – Pakistan in camper
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Camper World Tour – Pakistan in camper

Di Cianzia Bassani1 settembre 2017

Camper World Tour – Pakistan in camper

PAKISTAN   01/09/2017 Hakuna Matata

Welcome to Pakistan!

Grande sorpresa quando scopriamo che anche in questo stato si guida “al contrario”! Non eravamo pronti per questa esperienza, ma ci servirà come rodaggio prima del caos dell’India. Accompagnati passo per passo dalle guardie di frontiera iraniane che ci hanno scortato negli ultimi chilometri prima della frontiera, veniamo affidati a quelle pakistane. Anche qui un militare ci prende in consegna e ci porta, superando ogni fila, a sbrigare le pratiche burocratiche necessarie.
Sono gentilissimi: ci fanno accomodare, ci regalano due bottiglie di acqua fresca, ci danno informazioni sul loro Paese e ne chiedono sul nostro.
A ogni passaggio di frontiera in paesi considerati pericolosi, a rischio o arretrati, non posso fare a meno di stupirmi e compiacermi della cortesia e disponibilità che hanno nei nostri riguardi e faccio il confronto con la maleducazione, l’arroganza, la prevaricazione e il sospetto del trattamento ricevuto presso il consolato statunitense di Milano. I veri incivili e retrogradi sono proprio loro!
In circa un’ora e mezza sbrighiamo la prima parte della burocrazia relativa ai passaporti e io, che per prudenza mi sono nuovamente vestita come una suora di clausura, stupisco il solito gruppo di osservatori spostando il camper da un posto all’altro.
Abbiamo già superato il cancello e siamo sotto il cartello che ci annuncia l’entrata nel Paese, quando ci viene spiegato che dovremo passare la notte nella loro caserma, per poi venire scortati a Quetta domani alle sette.
Ce lo aspettavamo da altri racconti di viaggio, anzi, ci consideriamo fortunati che ci sia solo una notte di attesa. È meglio un eccesso di prudenza che rischiare qualche fastidio durante la strada.
Alle 18 secondo disbrigo di documenti per registrare il Carnet de Passage e poi relax anche se “imprigionati” in un piccolo cortile.
Purtroppo non ho potuto neanche fare la foto di rito con il camper sotto il cartello del nuovo stato!

La mattina dopo si parte abbastanza puntuali. Io vengo relegata dietro perché al mio posto si deve accomodare il soldato di scorta, armato di kalashnikov.
Il loro rapporto con il fucile d’assalto è molto “ingenuo”: lo impugnano in modo distratto, lo posano ovunque e in un caso lo hanno perfino sbattuto in mano a Luca per poter avere le mani libere! Dubito che, mal tenute e sporche come sono, queste armi possano fare la differenza in caso di attacco, né tantomeno questi militari mi infondono molta sicurezza, considerata che questa è la precisa funzione della scorta agli stranieri in questa regione. Il primo militare, conosce giusto quel tanto di inglese per chiederci la mancia.
Il secondo, un po’ vecchiotto con capelli e barba tinti di rossiccio, passa tutto il suo tempo con il telefono in mano. In parte per cercare campo in pieno deserto, poi per chiacchierare quando lo trova.
Il terzo, si addormenta con la canna del fucile puntata sotto il mento.
Il quarto, un vecchietto senza denti ma con tanti sorrisi, fa cadere il caricatore e passa parte del suo tempo a raccogliere i proiettili finiti sotto il sedile.
E poi ancora altri due, fucile con noncuranza puntato verso Luca e sguardo addormentato.
In otto ore riusciamo a fare circa 200 dei 600 chilometri che ci dividono da Quetta.
Alle 15 siamo obbligati a fermarci nel parcheggio di un ristorante a Dalbandin, perché non c’è più disponibile nessun militare, ma anche perché è l’unico paese abbastanza grosso per avere un albergo ristorante!
Siamo un po’ demoralizzati e stanchi di questa situazione, quando arrivano due ragazzi austriaci, Oliver e Remo, con il loro camper. Sono stati più fortunati di noi, perché non obbligati a fermarsi una notte in frontiera. Sono molto simpatici e visto che “mal comune, mezzo gaudio”, facciamo subito amicizia, anche perché volente o nolente dovremo passare con loro diversi giorni!
Purtroppo ci danno una brutta notizia: sembra che in Thailandia non si possa entrare con un mezzo superiore ai 35 quintali e questo vale sia per il nostro che per il loro… già mi preoccupo per come questa notizia potrà cambiare il nostro itinerario!

Il 29 si parte di buon’ora con la promessa di arrivare a Quetta velocemente nel primo pomeriggio in quanto la strada a detta loro è molto bella.
Di questi 600 chilometri forse solo un centinaio sono decenti; gli altri 500 vanno dal pessimo al disastroso: una pista infinita nel deserto a volte molto simile a uno sterrato, larga giusto il necessario per farci passare due camion affiancati, senza paesi o altri punti di sosta se non i posti di blocco in cui spesso ci si ferma pazientemente ad aspettare il prossimo cambio di guardia.

Riflessioni e un po’ di filosofia spicciola: mentre sono relegata sul retro del camper dall’ennesimo militare, penso a quanto sia stato magniloquente e presuntuoso definire il nostro viaggio un “giro del mondo” e chiamare di conseguenza in questo modo il sito. Non che non fossimo consapevoli delle difficoltà legate ad un simile progetto/sogno: non siamo totalmente inesperti di viaggi.
Il clima, le difficoltà legate alle differenze religiose, culturali e linguistiche unite alla fatica del viaggio con un mezzo proprio, sono superabili. Solo vivendole siamo in grado di valutare e riconoscere se con la nostra età e le nostre limitazioni linguistiche saremo in grado di proseguire senza esaurirci… ma le difficoltà peggiori sono le barriere burocratiche in quest’Asia in perenne conflitto e cambiamento costante.
Gli organismi ufficiali quali consolati e ambasciate, né sui loro siti né tantomeno tramite i loro funzionari, sono in grado di dare informazioni corrette e aggiornate. Tantomeno i vari siti dedicati ai viaggiatori, costellati da notizie “copia/incolla” spesso inattendibili.
Rimangono i blog di viaggio come il nostro, scritti da chi veramente c’è passato, ma anche su questi le informazioni sono soggettive, perché anche le esperienze vissute da ognuno risultano diverse.
Le leggi che regolamentano questi paesi cambiano con una frequenza impressionante e sono soggette all’interpretazione del funzionario di turno, per cui quello che è concesso al turista simpatico il giorno prima, può essere negato a quello meno socievole del giorno dopo.
Mentre sto meditando questi foschi pensieri in attesa presso un checkpoint, ecco arrivare dalla direzione opposta un camper con una coppia di allegri francesi con due figli piccolissimi. Pieni di entusiasmo e desiderosi di condividere la loro esperienza di un anno in viaggio, ma soprattutto provenienti dalla Malesia, ci raccontano di aver transitato per la Thailandia con il loro camper superiore ai 35 quintali!
Ecco la conferma di ciò che scrivevo prima, le eccezioni ci sono sempre, per cui occorre arrivare in dogana e vedere se facciamo parte dei fortunati oppure no!
Purtroppo il tempo di scambiarci informazioni è breve perché le due scorte, la nostra e la loro, ci fanno fretta, ma riusciamo a scambiarci WhatsApp e penso che ci terremo in contatto.
Durante il tragitto incrociamo un ungherese che viaggia in moto e il cui nome avevamo visto scritto nei vari registri di passaggio: uomo veramente coraggioso e neanche tanto giovane… se ce l’ha fatta lui, perché noi no?

Arriviamo a Quetta in serata, dopo un’ora in giro per la città, dove Luca assaggia una piccola parte dello stile di guida indiano. Ci fanno parcheggiare nei pressi di una discarica all’interno di una caserma, circondati da capre che si nutrono di sacchetti di plastica, dai numerosi figli dei militari e dai militari stessi che vengono a conoscerci. Per fortuna Oliver e Remo parlano perfettamente inglese e fanno da tramite con tutti questi visitatori.
La sera cena all’italiana, se la meritano proprio!

Il giorno 30, Luca e Oliver vanno a chiedere il permesso di uscita: dovremo stare qui ancora una notte, e domani partenza di prima mattina.
A parte la stanchezza e il senso di “prigionia” dell’essere sempre scortati, bisogna riconoscere che sono tutti estremamente gentili e disponibili. Solo tre delle centinaia di persone incontrate ci hanno chiesto “un regalo”, mentre le altre mostrano solo il desiderio di conoscerci.
E soprattutto qui non sono obbligata a portare il velo!

Avete presente nel cartone animato: “Le 12 fatiche di Asterix” quando i protagonisti hanno a che fare con la burocrazia? Luca e Oliver hanno vissuto la stessa esperienza: tre ore su e giù per uffici, sali e scendi, rispondere alle stesse domande di una cinquantina di funzionari diversi… tutto per scoprire che la scorta ci accompagnerà ben oltre Quetta, fino al confine della regione del Punjab, passando da una strada che allunga di ben 300 chilometri il percorso verso Lahore. Questo vuol dire dormire un’altra notte bloccati nel parcheggio di un Hotel a Jacobab, che per fortuna ha un ottimo ristorante.
E noi fermi in attesa. Come nel gioco delle sedie. Quattro sedie, cinque persone… inizia la musica e quando termina chi non si siede è scartato. Noi passiamo tutto il giorno così, ci si siede circondati da una decina di adulti e di bambini e se per caso ci si alza, ecco che la sedia viene subito occupata da qualcuno in attesa, che gentilmente ci restituisce il posto quando torniamo. Tutta questa girandola di persone sempre presenti e attente a tutto ciò che facciamo non ci permette un gran relax!

Il boss del posto, per lo meno è quello che ci ha fatto credere, ci mostra la foto di una famiglia italiana di Roma che ha sostato qui per alcuni giorni. Mi passa il loro contatto di WhatsApp e io con grande felicità gli scrivo per imparare qualcosa dalla loro esperienza. Il marito è così carino da chiamarmi, ma la gentilezza finisce qui. Le notizie che ci dà, sempre che siano attuali, sembrano chiudere definitivamente la nostra strada per l’Oriente. Anche il tono che usa nei miei confronti è di malcelata sufficienza: no, non parliamo bene l’inglese; no, non abbiamo un mezzo 4×4, e neanche siamo stati così furbi da buttare il passaporto dopo aver visitato la Siria… insomma, fra le righe si sente che vorrebbe dirci che degli sprovveduti come noi farebbero meglio a stare a casa! In particolare è molto soddisfatto nel dirci che pur avendo un blog, non scrive niente di informativo, perché non desidera che il mondo si riempia di altri viaggiatori come lui.
Peccato, gli italiani che viaggiano in autonomia in certi Paesi non sono tantissimi, sarebbe bello un po’ più di condivisione e solidarietà!

Il giorno dopo, la partenza dovrebbe essere alle 7:30 ma alle 7:00 bussano dicendo che siamo in ritardo… ma come? Scopriamo poi che sia la polizia che i nostri compagni di viaggio hanno adeguato l’orario dei loro orologi su quello dell’albergo, che per caso è avanti di mezz’ora!
Va beh, si parte senza colazione e ancora addormentati, ma meglio così, perché alle 7 di sera siamo riusciti a percorrere solo 450 chilometri.
Bisogna riconoscere che da Quetta in poi la polizia è ben organizzata: ogni 20/30 chilometri cambio della scorta senza neanche una sosta, si passano il testimone, che poi saremmo noi, con una velocità incredibile gridandoci allegramente “go, go, go”!
Ovviamente il traffico e lo stile di guida sono assurdi, per non parlare delle strade, e intanto che Luca suda e bestemmia io medito…
I pakistani, come del resto altri popoli orientali, pur essendo milioni di persone sono riusciti a ridurre il numero dei veicoli circolanti per le strade. È molto semplice: su un bus da 50 posti viaggiano 150 passeggeri, la metà dentro, l’altra metà sul tetto, più qualche abusivo appeso dietro, che penso che più che appeso sia incollato con l’Attack, perché solo così eviterebbe di essere lanciato in mezzo al traffico dalle gimcane ad alta velocità che fanno gli autisti. Sulle moto non c’è problema, suvvia, se ci si stringe un poco ci si sta comodamente anche in 6! I camion riescono a sfidare numerose leggi della fisica portando carichi di dimensioni assurde. E che dire dei clacson? Una vera e propria sinfonia, ogni suono è diverso ma stimolante, soprattutto quando lo senti alla distanza ravvicinata di circa 5 centimetri dalla tua portiera…
Insomma non c’è certo da annoiarsi in queste strade e visto che ci stiamo tutti divertendo un sacco, freschi e riposati come rose, decidiamo di fare una piccola deviazione sul percorso per visitare il sito di Uch Sharif definito dalla Lonely “antichissima città con sublime architettura di alcuni dei più notevoli santuari pakistani”.
Prima di abbandonare disperati questo progetto, Luca ha inserito nel suo già fornito vocabolario almeno 2 o 3 parolacce nuove. I nostri amici austriaci perdono il loro self control e con sudore a rivoli e occhi spalancati accettano di buon grado di rinunziare alla visita. Solo per dire due o tre motivi, strada sterrata con voragini nel mezzo, cani morti in putrefazione a un metro di distanza dalle persone stravaccate che ci guardano passare passare e banchetti di frutta e verdura che si contendono lo spazio con centinaia di persone, moto, macchine e camion… ma l’ubicazione del sito non ci è dato saperlo!
Sta per arrivare il buio, finalmente troviamo una stazione di servizio che accetta di ospitarci per la notte (le altre non hanno voluto per motivi di sicurezza). Non è il luogo ideale vicino alla strada e con il Muezzin giusto sopra la testa, ma siamo tutti e quattro stremati!
Come atto di gentilezza ci offrono pure la cena che mette fuoco nei palati, ma a caval donato…
Adesso che siamo liberi dalla scorta, siamo combattuti se fermarci a visitare anche Lahore o Taxila oppure uscire dal Pakistan domani insieme ad Oliver e Remo.
Dopo l’esperienza di questa giornata decidiamo di rinunciarci: bisogna ammettere i propri limiti!

Partenza con le prime luci nella speranza di arrivare entro la chiusura della frontiera alle 16:00, ma l’attraversamento del primo paese già ci fa temere il peggio, visto che più che un attraversamento è un guado e le buche piene di acqua sono così profonde che ci si rompe il sostegno della marmitta.
Dopo circa 5 chilometri di questa terribile strada riusciamo a rientrare nell’autostrada ed essendo oggi una loro ricorrenza nazionale in cui si sgozza una capra e si mangia tutti assieme, la strada è praticamente vuota. Così è anche la frontiera che raggiungiamo alle 2, giusto un’ora prima della chiusura anticipata causa festività.
Scopriamo anche che la famosa cerimonia della chiusura della frontiera fra Pakistan e India sarà alle 18:30. Meglio così, almeno possiamo fare con calma ogni cosa.
In effetti, considerati i due paesi, ce la caviamo con solo tre ore di scartoffie, sempre trattati come signori con offerta di acqua, dolci e tè tipicamente indiano con latte e cardamomo.

Considerazioni e consigli:
Non posso evitare un confronto fra i due paesi confinanti, Iran e Pakistan, soprattutto sulla condizione femminile.
In Iran pur essendo una Repubblica Islamica con diversi obblighi religiosi, compreso il velo anche per le turiste, l’atmosfera è serena, donne e uomini insieme a condividere i momenti di relax in un clima di apparente rispetto. Anche le donne “nero vestite” sono curiose e disponibili al dialogo. Perlomeno fino a Bam.
In Pakistan abbiamo visto pochissime donne e le uniche tre che si sono avvicinate per parlarci, all’arrivo di un uomo sono fuggite apparentemente spaventate. Pochissime donne avevano un viso sereno o un sorriso, solo grandi occhi tristi e rassegnati. Qui nessuna vestiva di nero, anzi spesso gli abiti erano colorati o con perline e monili dorati, però per la prima volta ne abbiamo viste con il burqa, certo dai colori tenui, in bianco, azzurro o rosato, ma sempre una copertura totale che impedisce alla donna non solo di essere vista, ma anche di vedere se non dritto davanti a sé.
Uomini ovunque, in un numero incredibile, viene da pensare che siano la maggioranza rispetto alle donne. Tutto sommato, io ho avuto la chiara impressione di oppressione e sfruttamento. Senza che mai mi mancassero di rispetto, a volte mi sono sentita alla veneranda età di 55 anni, oggetto di desiderio! Gli sguardi obliqui, le foto scattate di nascosto, insomma probabilmente per alcuni uomini il fatto di non avere il velo e avere le maniche rimboccate era già motivo di eccitazione!
Malgrado questo le persone incontrate sono sempre stati gentili e disponibili e se non fosse stato questo continuo stato di allarme dovuto al numero infinito di armi circolanti, il breve soggiorno sarebbe senz’altro stato più interessante.
I contro sono una sporcizia inconcepibile per noi occidentali. Bestie morte, grandi e piccole lasciate a marcire a pochi passi dalle abitazioni. Mucchi di spazzatura in cui pascolavano capre e branchi di cani randagi, quelli che sopravvivevano alla decimazione provocata dalle macchine.
Numerosi incidenti evitati per un soffio a causa della guida impazzita di questi autisti. Evidentemente quando questi uomini salgono in macchina si trasformano da flemmatici ed indolenti a schegge impazzite. Ci hanno fatto dei sorpassi al limite del suicidio, per poi fermarsi 20 metri più avanti!

Ma bando alle ciance e veniamo ai consigli pratici, per chi volesse attraversare il Pakistan con un mezzo proprio.
Visto il fatto che si è scortati per più di due terzi del percorso è bene cambiare un po’ di soldi in frontiera, perché dopo sarà molto difficile trovare ATM da cui prelevare.
Attenti alla valuta ce sarà senz’altro sfavorevole rispetto al cambio ufficiale.
All’uscita dal Pakistan, vi saranno chieste indietro le loro rupie e il cambio sarà in rupie indiane.
Non abbiamo incontrato nessun distributore che prendesse carte di credito, per cui i contanti sono necessari.
Non è prevista un’assicurazione per il mezzo, per cui attenti agli incidenti.
La scheda Sim della Ufone, che ho comprato con un pacchetto da 10 giga, è costata relativamente poco, ma non so se a causa dell’operatore, oppure di una rete poco diffusa, devo dire che raramente sono riuscita a connettermi, anche nelle vicinanze dei paesi, tranne qualche messaggio WhatsApp.
A volte ma raramente, il poliziotto di scorta vi chiederà un regalo: si accontentano di poco, sia in soldi che in oggetti: un paio di occhiali usati, un profumino o una bottiglia d’acqua sono sufficienti!
È estremamente difficile parcheggiare per la notte in aree non “protette”.
Per avere una guida è stata ottima l’App iOverlander e come navigatore MapsMe.

È stata una esperienza particolare e siamo contenti di averla fatta, ma lo diciamo solo perché ci è andata bene anche grazie alla maestria di guida di Luca. Troppi incidenti evitati per un pelo, troppi danni anche se piccoli al camper a causa delle strade pessime. Con il senno di poi consiglieremmo di evitare questo Paese.

Sirto ufficiale www.camperworldtour.com


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Approposito dell'autore
Cianzia Bassani
In quella narrazione oltre a descrivere le località visitate, spiegavo che il nostro obbiettivo era quello di trasferirci a vivere in questo Paese.

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